“Un barbaro in Asia”, in un Oriente di segni e devozioni

Un barbaro in AsiaGiulio Gasperini
AOSTA – Era il 1931 quando Henri Michaux, direttore della rivista “Hermès” e grande amico di vari surrealisti che frequentavano Parigi, compie un viaggio in Asia, toccando diversi paesi, dall’India a Bali, dal Giappone alla Cina. La sua esperienza di viaggio la possiamo oggi leggere in Un barbaro in Asia, edito da OBarraO Edizioni, con una prefazione di Marco Dotti.
Quelle di Michaux non sono considerazioni di semplice viaggio, ma sono annotazioni antropologiche ed etnografiche, sono osservazioni puntuali e profonde che ci restituiscono un’immagine inedita e spesso “diversa” di quella a cui siamo soliti pensare quando parliamo di Oriente. Un’India, una Cina, un Giappone, ma anche un Ceylon e una Malesia che Michaux ha osservato con l’emozione viva di uno “scopritore”, con l’entusiasmo di chi, per la prima volta, dovrebbe assegnare un nome agli eventi, ai comportamenti, in una sorta di battesimo che ha persino, in qualche caso, l’afflato fremente della creazione.Nella Nuova prefazione, scritta dallo stesso Michaux a distanza di una ventina di anni dalla prima Prefazione, Michaux si cosparge il capo di cenere e fa un mea culpa sostanzioso, sottolineando come alcune sue osservazioni, in quei lontani anni Trenta, si siano rivelate sbagliate e prive di fondamento: “Mea culpa. Non tanto per non aver osservato sufficientemente bene, ma piuttosto per non aver presentito ciò che era in gestazione e che stava per distruggere quanto appariva permanente”. Questo avviene particolarmente in relazione al Giappone, una terra di cui Michaux aveva avuto una pessima impressione, “dall’aspetto gretto, diffidente e indaffaratissimo”, e che in realtà si era poi, nel corso del tempo, rivelato tutt’altro, anche in seguito alle scelte che portarono alla sua entrata in guerra nel Secondo conflitto mondiale.
In realtà, comunque le si intendano, le osservazioni di Michaux sono puntuali e precise, affondano nel tessuto della società con la precisione di un bisturi chirurgico, sfrondano gli orpelli e gli eccessi di una lettura particolarmente passionale e ci prospettano un Oriente che scontorna i suoi confini geografici e politici e diventa piuttosto un insieme di segni, di comportamenti, di aspirazioni e di afflati persino religiosi, costituendosi piuttosto come uno stato della mante che non come luogo da individuare sull’atlante.
Michaux affronta l’Asia, il suo enorme bagaglio culturale e umano, in una prospettiva persino surrealista e fortemente simbolica, in cui le istanze ultime sono celate e allo stesso tempo manifestate da piccoli comportamenti, da scelte di ritmo e di suono, da quello che gli attori mettono in scena sui palcoscenici dei teatri, dalla devozione o meno, dall’abbigliamento, dal passo e dall’incedere di uomini e donne. Tutto nella prospettiva finale, senza nessun alibi né scusante, che “nessuno è puro, che ognuno è un indicibile, inestricabile miscuglio” e che, più in generale, “un popolo dovrebbe vergognarsi di avere una storia. […] È nell’avvenire che devono vedere la loro Storia”.

Informazioni su Giulio Gasperini

Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.
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