Il teatro della leggerezza di Paolo Poli

Il teatro delle leggerezza, libretti di sala

Giorgia Sbuelz
ROMA – Il teatro della leggerezza di Paolo Poli, Marietti Editore, è la raccolta dei libretti di sala del popolare attore e regista toscano, con un’ introduzione biografica a cura di Mariapia Frigerio.

“Se dovessi descrivere Paolo Poli a qualcuno che non l’avesse mai visto, direi di lui che la sua figura è quella di un giovinetto esile: ignoro la sua età, ma ho l’idea che resterà sempre come un esile giovinetto”.


Nelle parole di Natalia Ginzburg, riportate nella lunga e quanto mai accurata introduzione di Mariapia Frigerio, la scrittrice racconta l’attore a lei caro, mettendo in luce le caratteristiche che fecero di Poli un comico senza eguali. Innanzitutto quell’essere senza tempo dai “tratti lindi e gentili” che commentava i passaggi secolari con ilarità e acume. Così continua la Ginzburg: “Non c’è tuttavia nulla di lezioso in o vezzoso nella sua grazia: non c’è in lui nessuna civetteria, e nessuna timidezza, nei confronti della realtà. La sua grazia sembra rispondere a un’armonia intima, sembra sprigionarsi da un’intima e lucidissima intelligenza”. Questo quanto percepito ed emanato dalla persona Paolo Poli; stessa cosa dicasi per i suoi libretti di sala: con una prosa lieve e scanzonata, Poli scrive di letteratura facendone un filo conduttore ai suoi spettacoli, non privandosi del ricco repertorio dei romanzi d’appendice, volteggiando tra riferimenti colti e guizzi salaci, e planando sulla satira sociale e politica.

Mariapia Frigerio omaggia il suo maestro con lo stessa impronta con cui egli si accostava al pubblico: con raffinatezza e generosità. Più volte Poli aveva dichiarato di non voler essere scrittore e rimase coerente al proposito forgiando una sintassi che sapeva tutta del suo teatro. Mantenne il gusto del paradosso senza esser dissacratore, pertanto il suo pubblico si stupì quando, Oscar Luigi Scalfaro, allora deputato, presentò un’interrogazione parlamentare per sospendere la lettura comica di “Rita da Cascia” (1966).

Negli spettacoli, tutti scritti di suo pugno, non mancava mai lo spazio per le canzoni d’epoca, balletti, dialoghi con il pubblico e il suo momento en travesti: una volta fanciulla, una volta elegante signora, una volta ingenua, una volta perfida. Poli ribaltava i testi e gli autori e restituiva un’opera nuova, una nuova chiave di lettura. Così come si adoperò per una severa critica al mondo piccolo-borghese del libro “Cuore” di Edmondo De Amicis, elogiò il Pinocchio di Collodi. Nel libretto di sala del ’70 della “Vispa Teresa” si lanciò in un’aspra analisi delle tante ipocrisie spacciate per virtù e servite alle bambine per colazione.

“Il progresso di oggi è fatto delle scontento delle Terese di ieri. (…) Forse andarono soltanto a fare la levatrice in provincia, ma ragionando con la loro testa. E fu un grande raggiungimento”.

Riportò all’originale scopo di documento di denuncia un libro come “La capanna dello zio Tom”, divulgato troppo a lungo come pastrocchio pietistico, riabilitò Carolina Invernizio, autrice di romanzi messi all’Indice, eleggendola donna moderna. Citava Gozzano, Palazzeschi, Moravia di cui era amico, scriveva spettacoli tratti dai romanzi “Jacques il fatalista” di Denis Diderot o “Il Ponte di Saint Luis Rey” di Thornton Wilder. Letteratura e anche fiabe/favole messe in scena con la sorella Lucia. Un comico gentiluomo che si espresse con arguzia, e tra il serio e faceto impreziosì il mondo dell’arte. Il teatro della leggerezza è dunque il titolo che più si addice per l’opera dell’un uomo che scrisse:

Non siamo mai tanto comici come quando ci prendiamo sul serio”.

Paolo Poli è morto a Roma il 25 marzo del 2016. Chi scrive lega uno dei ricordi più cari della propria infanzia alla voce elastica e versatile dell’attore che interpretava le fiabe sonore di cui si è nutrita per lungo tempo.

Fiabe, filastrocche e leggende, e più di tutti la storia di Pinocchio e il Mago di Oz, avranno sempre per me la vibrazione garbata ed enfatica della voce di Poli. Rammento quelle fiabe con un tocco di forza in più rispetto alle altre, per l’energia che Poli stesso effondeva nel suo lavoro. Con quella lieve cadenza toscana che gli riempiva la bocca e disegnava sulla mia un sorriso. Ancora oggi.

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