"Lettere dall’Africa. 1914-1931": se l’Africa ti sceglie come suo figlio prediletto.

Giulio Gasperini
ROMA –
La sua è una delle grandi fiabe del ‘900; una delle più grandi storie di avventura e determinazione, di caparbietà e lungimiranza, resa ancor più celebre dalla trasposizione cinematografica e da una superba interpretazione, con Meryl Streep nei suoi “ingombranti” panni.

Tutti noi sappiamo che Karen Blixen scrisse della sua attività imprenditoriale in Kenya nel suo spietatamente autobiografico Out of Africa, con quel magnifico e folgorante inizio: I had a farm in Africa, at the foot of the Ngong Hills. Avevo una fattoria in Africa, ai piedi delle colline Ngong. Forse pochi altri sanno, però, che il materiale più genuinamente autobiografico e crudelmente intimo e personale si trova in abbondanza nel corpus delle “Lettere dall’Africa”, che in Danimarca, molti anni dopo la morte della scrittrice, fu riorganizzato e editato. In Italia è stata una grande casa editrice, dalla solida tradizione intellettuale, la Adelphi, a farsi carico della pubblicazione di questo materiale di non facile accesso; ma di una bellezza struggente, e di un’eccellente profondità intellettuale.

Karen arrivò in Africa nel 1914; ne ripartì, definitivamente, nel 1931, senza più tornarci: queste lettere, scritte soprattutto alla madre, Ingeborg, ma anche al fratello Thomas e alla zia Bessie, edificano un cammino di profonda indagine personale e, insieme, tessono il più intenso (e fors’anche inatteso, per una bianca del profondo nord d’Europa) canto d’amore per una terra, quella africana, non certo accogliente e premurosa coi suoi conquistatori e colonizzatori.
Le lettere che accompagnarono questo suo viaggio africano sono frementi di passione, di orgoglio del proprio vivere, anche quando trasudano il dolore e la sofferenza prodotti sia dalla gestione fallimentare dell’attività, sia dai tanti problemi fisici che straziarono la sua esistenza (prima fra tutti: la sifilide). C’è anche una motivata e solida critica al fenomeno del colonialismo: Karen accusa, senza maschere né timori reverenziali, l’uomo bianco di star estinguendo la vera Africa, appropriandosi delle terre degli “indigeni” e cancellando, con una presunzione immotivata e sregolata, le loro tradizioni nel nome di una, chissà perché, presunta superiorità culturale (come non trovare delle tangenze con le amare considerazioni della Cialente sul fenomeno del levantinismo, nell’Africa mediterranea?).
Karen Blixen s’è salvata, con la scrittura: si è riscattata da un destino contrario e incattivito. Il peso della disfatta non l’ha gravata: perché non di disfatta si trattò. Ma di una lunga pagina di vita, approdata alla consapevolezza d’esser stata, per l’Africa, uno dei suoi figli prediletti. Tanto che (ancora oggi) un intero quartiere di Nairobi è stato battezzato Karen, col suo indimenticato nome.

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2 commenti

  1. Gianfranco Della Valle

    Un libro molto bello, scritto da una donna straordinaria e di altri tempi. Un omaggio ad un continente che continua ad essere massacrato.

  2. Giulio Gasperini

    E la cosa più sorprendente (ma anche la più deliziosa) è che non si tratta di un libro "studiato" per essere un capolavoro: ma è un capolavoro che decide di esserlo spontaneamente.

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