Rizzoli: “Vite siberiane” di Filippo Valoti Alebardi, con la prefazione di Francesco Casolo

Daniela Distefano
CATANIA
“Pochi passi ancora e il villaggio finisce: a qualche metro da me, c’è un’ultima baracca di legno e, accanto, un enorme campo pieno di vecchi container. Intorno non c’è un’anima, non si sentono voci, solo il leggero ululato del vento che porta i suoni da lontano: il rombo del motore di qualche jeep, l’abbaiare dei cani randagi, il cigolio dei container arrugginiti. Sono in mezzo al nulla, così credo, ma un momento dopo alzo lo sguardo verso i monti e cerco di immaginare cosa mi potrà aspettare là. Cosa c’è a settecento chilometri più a nord, oltre il circolo polare artico? Se qui mi sembra di essere in capo al mondo, cosa troverò là?”
Filippo Valoti Alebardi è un italiano, di origini bergamasche, che vive a Mosca da quando era piccolo perché suo padre si trasferì lì in quanto ammiratore del regime socialista.

Giornalista e fotografo, è stato corrispondente per la TASS in Siberia, in Vite siberiane (Rizzoli) ci trasporta in un (non) luogo che – un tempo teatro del Terrore staliniano – oggi rappresenta, nell’immaginario russo, una via di fuga per tutti coloro che vogliono bandire la vita appiattita tra le creazioni della modernità: da allevatori di renne che trascorrono mesi in tende perse nella taiga a cercatori d’oro che operano al di fuori della legge. Lo scrittore segue le tracce di accampamenti primitivi, a bordo di camion scalcagnati, lungo gli zimnik, alla ricerca di un orizzonte di bellezza unica e selvatica e uno scenario di coraggio e libertà assoluta.
La vera pace di Dio comincia in qualunque punto a mille miglia dalla terra più vicina: una frase di Joseph Conrad che, un secolo dopo, pare riecheggiare in ogni singola pagina di questo libro avvincente, curioso, e scrupoloso nel riportare fatti, aneddoti, paesaggi, incontri fugaci con eremiti di oggi che parlano con il contagocce e lasciano di sé un ricordo di genuina convivenza con le intemperie. Viene descritto un Grande Nord, una terra sconfinata e sconosciuta, fatta di promesse di ricchezza mai mantenute e temperature disumane, distese di bianco immacolato e città costruite rapidamente e altrettanto rapidamente dimenticate.

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