Bompiani: “Si dubita sempre delle cose più belle”, ovvero il carteggio tra Federico De Roberto ed Ernesta Valle.

Bompiani_ChronicalibriDaniela Distefano
CATANIA – In ben 2088 pagine, Sarah Zappulla Muscarà, ordinario di Letteratura Italiana nell’ Università di Catania, ed Enzo Zappulla, Presidente dell’Istituto di Storia dello Spettacolo Siciliano, hanno raccolto in un unico volume pubblicato da Bompiani, Si dubita sempre delle cose più belle, le lettere d’amore di Federico De Roberto ed Ernesta Valle, cioè il noto autore dei “Vicerè” e la giovane gentildonna milanese di cui si innamorò.
I due si incontrano per la prima volta il 29 maggio 1897 nel corso di una festa in casa Borromeo. Un amore fiorito all’improvviso, due anime si riconoscono e capiscono di appartenersi. Di fatto, inizia un rapporto epistolare colmo di passione, sentimento, sensualità, durato dal 31 maggio 1897 al 18 novembre 1903. Ma è stata una storia d’amore tormentata.
La lontananza, il peso dei reciproci impedimenti familiari (Ernesta era già sposata, De Roberto viveva con la madre a Catania) furono ostacoli difficili da superare. Quello che unisce i due amanti è la consapevolezza di non riuscire a frenare l’impeto dell’eros: il fuoco che incendia la casa dei doveri e degli obblighi nei confronti del mondo che ci sta attorno. E questa fiamma poco poco fu destinata ad estinguersi per colpa del destino e di un’epoca che non ammetteva divorzi o fughe dalle oppressioni della famiglia.

Nella lettera di Ernesta Valle del 1898 si legge:“Non inquietarti per questo mio dubbio d’amore; si dubita sempre di ciò che maggiormente si desidera, e poi quando si è tanto stanchi quanto io lo sono si finisce col dubitare di tutto cominciando da noi stessi”. De Roberto era un letterato, autore di un romanzo destinato a diventare un cult, Ernesta Valle, invece, era una giovane che non aveva futuro se non tra le angustie di una vita assieme al marito (molto odiato) e al figlio. Di lei colpiscono le doti letterarie: forse fu una scrittrice mancata, come accadeva così spesso nel passato quando le donne erano relegate in casa a sognare di balli o palcoscenici gremiti per fuggire dalla noia e dal parassitismo sociale.

 

 

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