Novità CasaSirio

“Un avanzo di troppi risvegli” di Valentina Morelli

Daniela Distefano
CATANIA
Valentina Morelli, nata a Modena, cresciuta a Milano, oggi lavora a Genova come project manager; ha collaborato con la rivista letteraria Cadillac e Un avanzo di troppi risvegli (CasaSirio) è il suo primo romanzo: un libro fresco, dalla solida corteccia linguistica e stilistica, che corre come un treno dentro il tunnel di un viaggio disperato, mentre l’altra parte del binario narrativo attraversa una Sicilia sbilanciata sul peso di una modernità ancora zoppicante, pruriginosa, o troppo poco rassicurante circa la capacità di dinamizzare le proprie riserve di ottimismo, di fiducia, di autostima, di umiltà non pieghevole.

“Il finestrino inquadra i piedi dei passanti: mocassini lucidi e veloci; stivali bordeaux; scarponi da lavoro sot­to un paio di braghe blu. Rumore secco della porta che si apre, vociare che aumenta di volume, metallo di por­ta chiusa. Passi pesanti sul linoleum. Braghe blu entra, svuota il contenitore sotto al finestrino. Gli basterebbe alzare la testa per scoprire l’uomo”.

Saro e Vito sono due ragazzi di Catania, qualcuno potrebbe scambiarli per amici di “Anna e Marco” che Lucio Dalla aveva reso irresistibili per la loro normalità interiore, per quello strano gioco di incastri che è l’adolescenza, anche se le pedine, le disposizioni, le mosse, gli scacchi matti e non della vita a volte (sempre) non sono programmabili o scongiurabili. Saro è innamorato di Agata, la vede in un giorno di festa, la tagga con gli occhi e ne condivide la “bellezza” nel “cuore”.
“Saro, nascosto dietro un albero in via Firenze, aspetta l’orario di uscita. Stavolta non ha in mente nessun piano, vuole soltanto rivedere la sua Madonna, sentire la sua voce, godere della sua bellezza. Al suono della campanella, il cuore comincia a correre veloce mentre osserva gli studenti del Cutelli riversarsi in strada: chi da solo, chi a gruppetti, le ragazze molto più numerose dei ragazzi, eppure non ce n’è una che possa competere con Agata, che quando esce è una stella in pieno giorno che illumina la via intera. Saro finge di armeggiare con la catena di un motorino lì parcheggiato, pregando che il proprietario non arrivi, e guarda Agata da sopra la spalla: un’amica la sta abbracciando, le dice qualcosa in un orecchio, lei ride d’argento, poi salgono insieme su un’auto. Saro lascia perdere la catena, si alza, le mani sporche di grasso abbandonate lungo i fianchi: l’auto gli passa davanti, Agata si volta e gli sorride”.
Saro vive la sua età con tutti i suoi atroci e sognanti corollari:
“Parco Maestranze, con le chiome degli alberi che sono un trionfo di verde e rin­frescano l’aria, e mentre Saro la respira a pieni polmoni, quest’aria che sa già d’estate, gli viene da pensare che in fondo la sofferenza delle ultime settimane, l’amarezza di dover masticare gelosia e carne di cavallo, l’umilia­zione della faccia tuttanaso, il tempo perduto, ogni cosa è servita a rendere più dolce, incantato, soave questo momento: pochi minuti, pochi chilometri e sarà final­mente insieme alla sua Madonna. Potrà guardarla, par­larle, farla ridere, e chissà, magari baciare quelle labbra di saponaria, accarezzare gli anellini che sfuggono dal fermaglio, bere in un sorso la risata d’argento che sta­volta sarà tutta per lui”.

A ricongiungerlo con l’altro versante narrativo è un filo accidentato che si spezza all’apice delle sue illusioni, quando la speranza di rivederla per restituirle un fermaglio recuperato nella spiaggia affollata da troppe distanze si infrange sugli scogli dell’ondivago. Saro forse sperava che quell’incontro potesse risultare un attimo di eternità, qualcosa da serbare, da riprodurre, e da riciclare sempre nell’anima perché osare, confidare troppo nella felicità di ogni giorno, persino nel totale rovesciamento della realtà è odioso, insopportabile per chiunque, non per un ragazzo. Qualcosa va storto, dopo vent’anni – per ragioni che sveleranno le ultime pagine – avrà ancora in mano quel fermaglio.

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