Economia: due saggi per spiegarne le evoluzioni

Daniela Distefano
CATANIA
– Per Friedrich A. von Hayek “i problemi economici nascono sempre e solo in conseguenza di cambiamenti”. Su tutt’altra sponda di pensiero, anche Antonio Gramsci prevedeva rivoluzioni per cambiamenti successivi. L’epoca in cui viviamo oggi ci presenta uno scenario di operazioni vitali nuove, imprevedibili, difficili da districare con i mezzi di normale previsione mentale. Rivoluzione o crisi economica che sia, davvero è impossibile non notare la parabola di mutamenti in atto, il tempismo di un Creatore che ha scompigliato le carte da gioco dell’umanità; e adesso siamo costretti a rivedere le nostre certezze terrene, con la mascherina sulla bocca, il debito pubblico schizzato, la crescita inesistente, la disoccupazione in costante ascesa, la politica agli sgoccioli. Cosa poteva capitare di peggio? Perché nessuno è stato capace di prevedere tutto questo? Ma soprattutto, ci si chiede: “come ne verremo fuori?”. Dal momento che non possediamo la sfera di cristallo, proviamo a scandagliare le concezioni di due e

conomisti che nel Secolo scorso hanno combattuto l’uno di fronte all’altro per difendere il proprio ragionamento in tema di Economia. Il già citato Friedrich A. von Hayek e John Maynard Keynes sono stati duellanti, ma lo sarebbero ancora ai giorni nostri? Prima di trarre le dovute considerazioni, è utile far riferimento a due libri che ne esplicano le riflessioni, i convincimenti, le idee: Prosperità (Chiarelettere) di John Maynard Keynes e Libealismo politico. Liberalismo economico (Rubbettino) di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises (a cura di Dario Antiseri e Enzo Grillo). John Maynard Keynes è considerato il più importante economista del Novencento. La sua teoria economica, che ruppe con la tradizione liberista del “laissez faire”, cioè con l’idea che lo Stato non debba occuparsi di economia, e lasciar fare al libero mercato, fu la base del New Deal inaugurato dal presidente americano Franklin Delano Roosevelt per uscire dalla crisi iniziata nel 1929 con il crollo di Wall Street. Le politiche keynesiane, costituite soprattutto da investimenti pubblici, tassazione progressiva e protezione sociale, risollevarono l’economia americana e segnarono la politica economica dell’Occidente fino agli anni Settanta. Keynes attribuiva grande importanza al potere d’acquisto nazionale, considerandolo come il primo fattore a mettersi in moto nella fase iniziale della ripresa. Per dimostrare la validità della pianificazione non c’è bisogno di cercare o scoprire i successi pianificati del Sud o dell’Est. E’ sufficiente comprendere il fallimento dei regimi non pianificati qui a casa nostra e in Occidente. La pianificazione consiste nel fare quelle cose che sono, per loro natura, al di fuori della portata dell’individuo. Occorre trarre frutto dall’intelligenza collettiva per non rimanere troppo indietro rispetto ai risultati dell’intelligenza individuale.

“A mio avviso – affermava – non vi è spazio oggi per quanti rimangono legati all’individualismo vecchio stile e al ‘laissez faire’ integrale, nonostante il grande contributo che essi hanno dato al progresso del XIX secolo. Dico questo non perché ritenga che tali dottrine fossero sbagliate nelle condizioni che le hanno generate, ma perché non sono più applicabili alle condizioni odierne”.

Le idee opposte di Friedrich A. von Hayek e Ludwig von Mises sono contenute nel volume Liberalismo politico. Liberalismo economico (Rubbettino) a cura di Dario Antiseri e Enzo Grillo. Fu soltanto nel “Handwoerterbuch der Sozialwissenschaften” – la prima imponente opera collettiva in 12 tomi progettata e realizzata in Germania negli anni 1956-1965 dopo la catastrofe del regime nazional-socialista – che i due grandi esuli della Scuola marginalista austriaca, von Hayek e von Mises, introdussero per la prima volta in una Enciclopedia di scienze economico-sociali tedesca le due voci, distinte ma organicamente interconnesse, di Liberalismo politico e Liberalismo economico. I testi sono accompagnati dai saggi dei due curatori. Nei primi due viene esposto in maniera essenziale l’itinerario intellettuale dei due Autori; nel terzo si pone l’attenzione sul continuativo – e poco esplorato – rapporto degli esponenti della Scuola marginalista austriaca con le Enciclopedie delle scienze economico-sociali. Cosa sostengono i due economisti della Scuola di Vienna?
“Generazioni e generazioni di politica economica in una certa misura liberale hanno moltiplicato gli indici demografici, portando la media delle persone comuni dei paesi capitalistici a un tenore di vita ben più elevato di quello delle persone benestanti delle epoche precedenti”.

Cos’era il mercato per Ludwig von Mises?
“L’economia politica chiama “mercato” il processo attraverso il quale, nell’economia basata sulla divisione del lavoro e la proprietà privata dei mezzi di produzione (economia di mercato), la produzione stessa viene indirizzata al massimo soddisfacimento possibile dei bisogni più urgenti dei consumatori. […] Quando si parla di un settore capitalistico privato e di un settore capitalistico statale dell’economia di un paese, non bisogna dimenticare che anche il settore statale dipende dal mercato”. Tre principi caratterizzano, ad avviso di Hayek, la tradizione liberale Whig: la libertà di opinione, l’imperio della legge e la proprietà privata a cui è connessa l’economia di concorrenza. […] Qual era dunque l’obiettivo del risorto liberalismo?
“Quello di far rivivere l’ideale dello Stato di diritto, dove alla vaga avversione del vecchio liberalismo per ogni ‘interventismo statale’, subentra il principio di vincolare al rispetto della legge l’esercizio della violenza da parte dello Stato, e la più ampia riduzione possibile dei pieni poteri discrezionali”.
Una posizione, questa, del neoliberalismo, che ha trovato la sua più robusta teorizzazione nell’Ordoliberalismo della Scuola di Friburgo; e la sua applicazione pratica in quelle proposte socio-politiche che nel dopoguerra sono alla base della rinascita della Germania. La verità per Hayek è che nessuno può sapere come va programmata la crescita economica perché non ne conosciamo esattamente i meccanismi; il mercato mette in gioco decisioni tanto numerose che nessun computer riesce a registrare. Di conseguenza, credere che il potere politico sia in grado di sostituirsi al mercato è un’assurdità. “La grande società”, cioè la società moderna che è una società complessa, può funzionare solo se si affida al mercato, all’iniziativa individuale e al meccanismo della concorrenza.

Il costruttivismo socialista va bene per un’arcaica società tribale. Ma Hayek si spinge oltre, per lui la giustizia sociale è addirittura una “superstizione”. Keynes la pensava diversamente, però erano agli antipodi su tutto? In fondo, l’economista britannico insisteva sul ruolo di stabilizzazione della mano pubblica e non sulla massiccia spesa pubblica sempre e comunque (che spesso caratterizza i partigiani di Keynes quanto i suoi detrattori). Nell’attuale situazione economica mondiale e del nostro Paese in particolare, chi avrebbe la meglio? Forse è stupido o inutile chiederselo. La Storia non si ripete mai come la riproduzione fittizia di un capolavoro, ma, nei dettagli su cui si insinua il Lucifero degli eventi drammatici, c’è un sostegno divino che finora ha aiutato l’umanità a superare l’attimo di smarrimento e ad andare avanti, con il progresso, la tecnologia come suoi mezzi strumentali.
Forse avrebbero, forse hanno, entrambi schegge di Verità che consentono di illuminare i procedimenti economici della ripresa dopo le ferite della crisi. Immaginando la società umana come un individuo che cade, è logico pensare che se non riesce a rialzarsi da solo (Laissez faire) debba avere una mano che l’aiuti, una mano “non invisibile” ovviamente. Quindi Keynes ha giustamente profetizzato un intervento che provenendo dallo Stato agisca come correttivo. L’umanità allora sarebbe un soggetto che necessita di scarpe correttive per camminare diritta verso il Futuro. Ma se le scarpe correttive hanno già espresso il loro dovere, è opportuno portarle oltre il dovuto? Come camminerebbe un individuo che indossa scarpe correttive e pesanti senza averne più bisogno? Allora Hayek e Mises affermerebbero che il soggetto in questione dovrebbe liberarsi di queste catene ai piedi per correre libero verso un Futuro di benessere che ciascuno si conquisterebbe senza pianificazioni, costruzioni, congegni collettivizzati. I due libri sono entrambi scritti con acume, passione, fiducia. Quello di Hayek e von Mises offre pure una disamina del pensiero di Carl Menger. Per gli appassionati, un pozzo di riflessioni, spunti, dati analitici.

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