“I ragazzi non piangono”: un tuffo nel passato a suon di rock nell’ultimo romanzo di Steve Tonna

Giorgia Sbuelz
ROMA
I ragazzi non piangono è il titolo dell’ultimo lavoro dell’autore Steve Tonna, pubblicato da Edizioni Progetto Cultura. I ragazzi in questione sono quelli che abitano la periferia romana al principio degli anni ’90, epoca intrisa di hit memorabili e pellicole entrate nella leggenda. Ci troviamo nel momento in cui le comunicazioni erano appese al filo di un telefono, i messaggi erano dei post-it sulla porta e ci si riuniva in comitive al bar di zona.

La gioventù scorrazzava sui motorini Ciao sgangherati, le feste si facevano in casa e portare avanti sogni nel cassetto spettava a quelli più tosti, coloro che erano in grado di alzare la posta di giorno in giorno e che avevano come stendardo Mike Tyson o Rusty il Selvaggio. E’ la generazione di Brando O’ Brien, il ragazzo per metà irlandese, che desidera diventare una rock star, e di Lupo, il suo mastodontico amico, che punta a divenire un regista di fama mondiale.

Giovani, svegli e senza soldi. Non privi delle loro fragilità: Brando ha appena perso il padre, il faro della sua esistenza, ed è costretto a trasferirsi a casa delle nonna dura di lineamenti e di cuore. Il ragazzo assiste inerme al cedimento della madre, vinta dalla morsa del tempo e spettatrice passiva della sua vita. Lupo d’altro canto è intrappolato in uno schema familiare violento; la sua risposta alle inuguaglianze del sistema è quella di riprendersi la dignità ad ogni costo. Non importa il mezzo. Ogni azione, deprecabile o meno, è lecita a riportare il piatto della bilancia a pendere dalla propria parte e, naturalmente, da quella del suo amico.
Ma Brando ha un altro sogno da realizzare: Pam. Nelle sue visioni s’immagina già come l’idolo che infiamma le folle al suono della chitarra, ma assieme a lei, a Pam.
Pam è la Reginetta del ballo, il suo primo amore da ragazzino, la bambina con l’apparecchio dei denti, che è cresciuta diventando una conturbante ragazza dai lunghi boccoli e dalle forme perfette. Pam che studia all’università e che guida una Honda Civic, Pam che ha la villa al mare e un futuro garantito. Pam che è vicina di quartiere, ma non abita nel suo. Pam che lo vuole e lo respinge.
Così Brando salta nell’occhio del ciclone e inizia la sua avventura. Un lungo viaggio nei bagliori di un’epoca che non è mai tramontata. Basti pensare agli idoli che popolano l’immaginario collettivo, ieri come oggi: su tutti Freddie Mercury ci salutava nel novembre del 1991, e l’omaggio che le star gli tributarono, nella primavera seguente a Wembley, fu il giorno in cui si fece la storia della musica. Così come le melodie dei Guns N’Roses fecero innamorare le coppie di ogni nazionalità e unirono le anime dei nostri protagonisti, Brando e Pam.

Brando ha sete di rivalsa e uno spiccato idealismo, detesta le ipocrisie e ama mettere alla prova i propri limiti. Il ragazzo si sente come uno dei pesci combattenti del film Rusty il selvaggio, citato spesso come paradigma della sua esistenza. Qui il protagonista libera nel fiume i pesci di un acquario che hanno la caratteristica di azzuffarsi tra di loro se privati dello spazio vitale, ma di nuotare pacifici se lasciati in mare aperto. I due amici scelgono quindi la via del crimine come atto provocatorio e liberatorio, a patto che ogni colpo rappresenti un passo verso la realizzazione dei propri obiettivi.

Tanti sono i personaggi che accompagnano i due nella storia, così come gli scenari. Ci si sposta da Dublino a Roma, da Parigi a Londra. Ogni stralcio di città è una cartolina indirizzata al lettore, quelle di una volta, con il francobollo leccato sul retro. Ogni personaggio è una storia a sé stante, ogni particolare è riportato fedelmente per catapultarci nel gusto di una lettura che sa di sala cinematografica.
Colori, odori, sapori. E musica, tanta musica come una colonna sonora che dirige le vicende dei protagonisti e intrattiene chi legge.

I ragazzi non piangono cantavano i Cure in Boys don’t cry, “I ragazzi non piangono” sono quelli descritti da Steve Tonna, in un romanzo che si apprezza come un film. Di quello belli, dove si parteggia per l’eroe giovane e dannato. Il ritmo narrativo è concitato, la prosa accurata, i dettagli espressi con vividezza ottica. Ogni capitolo è la scena di un lungometraggio, dove la telecamera indugia su sigarette flosce portate alle labbra e sulle carrozzerie di auto troppo vissute.

Un romanzo che ti fa venire la pelle d’oca, come un classico passato di sorpresa alla radio.

Scambiamo al telefono qualche parola con l’autore, Steve Tonna.

Ciao Steve, ti rivolgo i complimenti per la tua opera a nome mio e di tutti i lettori. E’ difficile trovare romanzi che sappiano catturare l’attenzione dalla prima all’ultima pagina. Puoi dirci in che modo hai sviluppato l’idea del romanzo? Partiamo dal titolo…
Ciao Giorgia, grazie. Si l’idea infatti parte proprio dal titolo che richiama alla famosa canzone dei Cure. Brando, il protagonista del romanzo, non può esprimere le proprie emozioni, in una società (quella appena uscita dagli ’80 ed entrata nei ‘ 90) dove i ragazzi sono educati per convenzione a mostrarsi forti e nascondere le loro debolezze.

Hai una formazione internazionale. Hai vissuto a Londra e negli Stati Uniti. Quanto ha influito sulla tua scrittura?
Molto! Gli autori americani sono i miei preferiti perché hanno uno sguardo più ampio, quasi epico e non si limitano a raccontare storie di microcosmi e di quartiere.

Quali sono i tuoi autori preferiti?
Tra gli italiani Beppe Fenoglio che infatti era studioso e traduttore di lingua e letteratura inglese e americana. Poi John Fante su tutti, Steinbeck, Hemingway e Cormac McCarthy.

Nel libro citi spesso “Rustu il Selvaggio”, ma anche Mad Max e Woody Allen. Puoi descriverci il tuo rapporto col cinema?
Con il cinema ho un rapporto stretto, mio padre è stato attore e regista e io stesso ho ereditato l’amore per la sceneggiatura. Immagino la mia scrittura come un insieme di sequenze cinematografiche dove chi legge possa vedere quello che racconto.

Nella tua playlist non può mancare…
Faccio due nomi: Smiths e Guns n’ Roses per unire la New Wawe postpunk inglese e il Glam Rock americano. E poi i Queen, dominatori dell’epoca più memorabile nella storia della musica. Non a caso il libro si chiude a Wembley nel giorno del concerto tributo a Freddie Mercury. Il giorno in cui forse è finita un’epoca.

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