“Il segreto di Ippocrate” di Isabella Bignozzi: tra storia e attualità

Giorgia Sbuelz
ROMA
Il segreto di Ippocrate narra la vita e l’operato di Hippokrátes, il medico di Kos a cui si deve l’attribuzione del celebre giuramento. Pubblicato nella collana Visioni per La Lepre Edizioni, l’opera è frutto della penna e dell’accurata ricerca di Isabella Bignozzi, medico odontoiatra a sua volta. Il libro mette in luce diversi aspetti della vita dello scienziato, dall’infanzia nella scogliosa isola greca, fino alla vecchiaia dove lo incontriamo intento a dettare le sue memorie al discepolo Pòlybos.

Già fanciullo dimostra una spiccata propensione all’arte di Asclepio: sua volontà, infatti, è quella di ricalcare le orme del padre, il medico Heraclídes. Non accantona però le attività a cui un normale fanciullo è propenso. Ha un migliore amico, Timàs, che è figlio del fattore che si occupa della proprietà di famiglia, con lui condivide le attività sportive e i pani d’orzo. Ha comuni turbamenti d’amore, più uno spirito ardito e un’intelligenza scalpitante. Nei dialoghi col padre rintraccia ben presto la sua vocazione:
“Studio la vita – mi rispose – Il nostro poter vedere, udire, camminare. La forza benefica dell’aria, dei cibi e delle acque, nel nutrirci e sostenerci. La qualità delle erbe e dei medicamenti nel far arretrare la morte”.

Hippokrátes si trova ad operare in un momento in cui l’obiettivo della buona salute era dato dall’equilibrio di diversi elementi: umido e secco, freddo e caldo, amaro e dolce. Si credeva che la malattia insorgesse al prevalere di uno di questi elementi sugli altri, e il buon iatrós (medico) era la persona erudita che ripristinava il bilanciamento di tali parti nel corpo.

Il medico accorreva a ristabilire l’ordine, laddove regnasse il caos e talvolta la disperazione: “In quei giorni capii come la dignità umana possa essere calpestata orrendamente da malanni atroci; la tentazione fortissima fu quella di vedere un maleficio in quella pestilenza; dovetti richiamarmi alla più rigorosa razionalità per non cedere a questi pensieri, ma non fu facile. Quelle immagini di disfacimento e rovina ancora oggi mi perseguitano e non so se potrò mai dimenticare”.
Hippokrátes fa fronte alla terribile pestilenza di Atene, non arretrando di fronte al male, non optando per soluzioni immediate quanto scontate: egli osserva, impara, applica. E Hippokrátes resta profondamente empatico e operativo.

Il parallelo con l’ attuale emergenza Covid-19 nasce spontaneo. Non si può non pensare a tutto il personale medico intento a salvare vite, quei professionisti che hanno prestato il giuramento voluto dall’uomo che combatté l’epidemia che decimò i greci. Non si può non sottolineare la grande modernità di uno scienziato vissuto venticinque secoli fa e di cui, per nostra fortuna, esiste un’ incredibile quantità di opere scritte per chi sarebbe venuto dopo. Anche per coloro che oggi sono impegnati in prima linea nella lotta alla pandemia, e che possiamo considerare i suoi eredi.

Isabella Bignozzi attinge liberamente al Corpus Hippocraticum, ispirandosi in particolar modo all’opera di Emile Littré, Hippocrate Oeuvres Completes, del 1839. Ma Il segreto di Ippocrate non è un resoconto, è una narrazione lieve come una fiaba, con una prosa che scivola via, accarezzando il cuore di una materia indispensabile per il progresso del genere umano.

Si segue passo passo il cammino dell’ uomo di scienza, che si sposta di casa in casa, di terra in terra, per guarire gli afflitti. La sua cura consiste nel dare ascolto ai malati, osservarne i sintomi, la postura, senza soggiacere all’impazienza o cedere alla vanità di mostrarsi sapiente. Quello che dipinge Isabella Bignozzi è un uomo umile, talvolta schivo, consapevole delle responsabilità del suo ruolo. Semplice nelle abitudini, rispettoso delle culture altrui. Apprende senza farsi scherno degli altri, anche quando gli altri appartengono a culture diverse dalla sua. Nel servizio al prossimo scorgiamo la sua componente umana, che si ritrova anche nella manifestazione di una sincera fragilità dinanzi gli affetti familiari.

Da qui il suo lascito, quello di un uomo tanto generoso quanto istruito, nel primo testo deontologico della storia della medicina, il suo “giuramento”, ove è scritto: “Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte”.

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