Raoul Melotto: “Caravaggio. L’artista in Italia” (Odoya), il pittore che scansava le ombre con la propria luce interiore

caravaggio_odoya_chronicalibriDaniela Distefano
CATANIARaoul Melotto nel saggio critico Caravaggio. L’artista in Italia (Odoya) si propone di offrire al lettore una guida suggestiva per aiutare a ritrovare sé stessi nel mondo figurativo; un percorso nello spazio e nel tempo in cui furono prodotte, e dove si custodiscono ancora oggi, le opere di Caravaggio.
Ma chi fu Michelangelo Merisi nel mondo prima di entrare nella storia? Nacque a Milano il 29 settembre del 1571 da una famiglia di umili origini. Nel capoluogo lombardo, imperava una Scuola o accademia di pittura “alla maniera” di Michelangelo, Raffaello e di Leonardo: sulla scia di tali giganti.

Il nostro, iniziò il suo cammino nell’arte facendo la gavetta a Roma, insofferente della propria situazione tanto economica quanto inventiva.
Quali furono le costanti del suo operato?
Sicuramente l’esplorazione di temi biblici o agiografici, condotta da Caravaggio all’insegna di due elementi: la presenza di una cortigiana romana; un uso completamente nuovo della luce.
Esempio di questa poetica artistica, della sua innovativa concezione del dipinto è
“la canestra di frutta”, la prima natura morta prodotta nell’arte italiana.
“In questa canestra, una luce naturale svela una serie cromatica digradante dal verde acceso degli acini in primo piano a quelli più maturi alle spalle di una mela: il tutto a significare da un lato, formalmente, un livello inusitato di “finta realtà”, mentre simbolicamente dall’altro si afferma la precarietà delle cose e il trascorrere del tempo. Solo fresca e invitante in apparenza, la frutta mostra in verità a uno sguardo più attento una serie di sinistri dettagli di corruzione, e induce a riflettere chi l’osserva sulla brevità dell’esistenza”.

Più avanti, l’equilibrio di certi elementi in Caravaggio si fece volutamente precario. Lo stile classico diventò per l’artista lombardo un comodo compromesso grazie al quale ingraziarsi il suo pubblico più intransigente e ancora troppo affezionato agli stilemi del manierismo fiorentino.
Ma come conciliare la disciplina del lavoro creativo con gli impulsi di un anima ribelle e anticonvenzionale?
E’ noto come Caravaggio, all’apice del suo successo romano,e nonostante le frequentazioni altolocate, continuasse a bazzicare bettole, cortigiane, bari, “bravazzi” di ogni sorta. Tuttavia al nostro non mancarono le risorse e le energie necessarie per produrre altri capolavori.
Il suo linguaggio visivo si fece sempre più austero e semplice mentre rinunciò del tutto al modellato, alla precisione del panneggio, come nel “San Francesco in meditazione” (1605).
Nonostante il successo inarrestabile, forse come contrappasso tutto terreno, Michelangelo Merisi fu colpito dal “bando capitale”.
A quel punto non gli restava che fuggire da Roma. Di questo inquieto periodo è la seconda versione della “Cena di Emmaus”, oggi esposta a Brera. Tra la prima versione e la seconda ci fu di mezzo un assassinio. Nell’opera,
venne compiuta così una riduzione della luce. E’ come se Caravaggio avesse smorzato d’improvviso la luminosità dei contrasti, così che i contorni si sono fatti meno precisi, più indefiniti. L’insieme evoca una reazione molto più mesta o dimessa all’apparizione di Gesù sulla strada per Emmaus. Il colore è steso a tratti sottili e le tinte sono attenuate. L’epifania divina è di tono minore, precaria ed affaticata, come se davvero dovesse durare solo una frazione si secondo per poi svanire e non lasciare traccia di sé. E l’artista ritrasse Gesù segnato in volto dal dolore. E’, insomma, una risurrezione senza speranza, così come doveva sentirsi l’artista in quel preciso momento della sua vita.

Una guida – questa su Caravaggio – preziosa per addentrarsi nell’universo di un artista che ha trascinato nel Cielo la sua orma terrena, lasciando ai posteri un durevole alone di bellezza, sregolatezza, e genialità compresa anche dai suoi contemporanei.

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