La lingua rigogliosa di Verdinois nei suoi profili intellettuali.

Giulio Gasperini
AOSTA – I Profili letterari e ricordi giornalistici di Federigo Verdinois, editi da Felice Le Monner Editore, nel 1949, sono una divertente e divertita galleria di ritratti di eccellenti personalità del mondo letterario e giornalistico dell’Italia del primo Novecento. Ci si possono ritrovare nomi illustri e famosi, presentati in una prospettiva più umana e diretta, rispetto alla mediazione delle loro opere. C’è la storia della cultura italiana, in questo testo così prezioso e particolare: una narrazione appassionante e nutriente. Potentissimi i ritratti di Antonio Ranieri, tutto condotto sul filo di una narrativa poetica, e quello di Matilde Serao, realizzato attraverso l’intelligente espediente del dialogo.

Si plasmano, pagina dopo pagina, dei ritratti che squadernano dalla grazia più ricercata all’ironia più pungente, senza che il lettore riesca a cogliere immediatamente dove sfumano i confini tra l’una e l’altra. Verdinois ha sapienza, nel percorrere anche psicologicamente la figura di questi illustri letterati della nostra cultura, dal De Sanctis al Torelli. Inserisce anche sé stesso, in questa pinacoteca del ricordo, offrendosi la possibilità di comparire assieme a nomi tanto blasonati e suggerendoci, implicitamente, che si ritenga persino migliore e superiore.

C’è sicuramente un intento documentario, in queste pagine, ma persino – e neanche così velato – un gran divertimento nel suggerire differenti proposte di valutazione anche dei comportamenti, non solo letterari, ma anche umani e politici dei soggetti ritratti. 

Rimane ovviamente la nostalgia per un mondo che scompare, la capacità di ritrarre, da parte del Verdinois, un mondo fatto di caffè, di fermento culturale (da cui derivano le fondazioni di numerosi giornali e riviste), di incontri e dialoghi tra letterati, di vita vera che si miscela a quella letteraria creando un sistema unico, inscindibile; più lento, indubbiamente, ma più di contatto vero, corporale, di vicinanza e prossimità.

L’aspetto più interessante del testo, comunque, risulta essere proprio il Verdinois, grandissimi letterato che ebbe, tra gli altri, il merito di tradurre, per primo, il Quo vadis? Di Sienkiewicz in italiano (e lo ricorda, nel libro, in un suo ricordo giornalistico che si scontorna rapidamente quasi in una spy story letteraria). La sua penna è scherzosa e divertente, il suo lessico è ubertoso, e la sua aggettivazione è puntuale e rigogliosa. Lo stile non è pomposo ma semplice, scorrevole, infarcito di leggere figure retoriche, come i trittrici verbali, che sanno rallentare o accelerare la narrazione, in una continua captatio benevolentiae del lettore, che non si stanca mai di leggere e ri-leggere questi ritratti da taschino. È impressionante notare (e ammirare, attraverso la lettura) la potenza e la ricchezza del lessico che si aveva un tempo; e che potremmo tornare ad avere, se avessimo lo slancio e l’umiltà di riappropriarcene, al di là dell’uso quotidiano della lingua.

Informazioni su Giulio Gasperini

Laureato in italianistica (e come potrebbe altrimenti), perdutamente amante dei libri, vive circondato da copertine e costole d’ogni forma, dimensione e colore (perché pensa, a ragione, che faccian anche arredamento!). Compratore compulsivo, raffinato segugio di remainders e bancarelle da ipersconti (per perenne carenza di fondi e per passione vintage), adora perdersi soprattutto nei romanzi e nei libri di viaggio: gli orizzonti e i limes gli son sempre andati stretti. Sorvola sui dati anagrafici, ma ci tiene a sottolinare come provenga dall’angolo di mondo più delizioso e straordiario: la Toscana, ovviamente. Per adesso vive tra i 2722 dello Zerbion, i 3486 del Ruitor e i vigneti più alti d’Europa.
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