Novità: lo sguardo di Virginia

Ponte alle Grazie: Momenti di Essere. Scritti autobiografici di Virginia Woolf

Daniela Distefano
CATANIA
“La morte di mia madre era stata un dolore latente. Ma la morte di Stella due anni dopo ebbe una sostanza diversa; una materia, nella mente e nell’essere, senza protezione alcuna, senza forma, senza difese, ma anche intelligente, ricettiva, anticipatoria”.
Fin dove può spingersi una donna per togliere i veli del suo ineffabile mistero terreno? Virginia Woolf dimostra che il compito è estremamente arduo, ma non impossibile. Il suo sguardo penetrante sulle cavità interiori delle donne è espanso al massimo in questi scritti autobiografici, la cui prima edizione italiana risale al 1977 a cura di La Tartaruga Edizioni. Adesso tornano ad essere pubblicate da Ponte alle Grazie queste pagine di Virginia Woolf scritte fra il 1907 e il 1940 con il titolo Momenti di Essere.

Affiorano nel volume i tanti ricordi familiari e l’incanto dell’infanzia, che accoglie toni e registri diversi; si fanno strada l’elegia, l’autoanalisi, la commedia sociale, il gioco sullo snobismo e le riflessioni sulla morte. L’autrice insegue il tempo, ben sapendo che il rapporto fra passato e presente non è mai addomesticabile e che i momenti di essere – in cui la forza della visione infrange i vetri trasparenti del quotidiano – le manifestano tutta la sua verità. Arricchita con una parte inedita, la raccolta più intima della scrittrice più geniale si inerpica su vari sentieri: dall’ipocrisia vittoriana alla incontenibile gioia che invade la casa di Gordon Square, a Bloomsbury ( che non sarà più solo il nome di un quartiere, ma di quel gruppo di giovani intellettuali che rivoluzionerà, con intelligenza e divertimento, i costumi di un’intera epoca).

Scrive Liliana Rampello nel contributo “Il teatro della memoria”: “E quanto al soggetto che scrive e di cui si scrive, l’oggettivazione che prende figura autobiografica in “Momenti di essere” è piuttosto spoliazione e disidentificazione dell’io, annullamento della personalità, mossa vertiginosa che si inscrive nel tessuto multiplo di tutte le relazioni che la fanno essere proprio perché la disfano di ogni identità, non solo mentre scrive, ma mentre vive”.

Momenti di Essere ci presenta una scrittrice che ha fatto pace con i suoi demoni? Forse non in senso decisivo, Virginia Woolf – come sappiamo – morì suicida nel 1941. Però tra le righe è sotterraneo il bisogno di esaltare un singolo aspetto della propria esperienza vitale. Come, cioè, sia stato possibile per una donna arrivare a quella pienezza di concetti e forme letterarie senza inficiarsi di cipria e svolazzi, senza perdere la battaglia con le proprie simili così tanto diverse da lei.

“Un pomeriggio di primavera; faceva caldo, e ci sdraiammo, Nessa e io, tra l’erba alta dietro il Flower Walk. Mi ero portata “The Golden Treasury. L’apersi e cominciai a leggere una poesia. E d’improvviso e per la prima volta compresi la poesia(quale fosse l’ho dimenticato). Era come se divenisse totalmente intellegibile; sentii la trasparenza delle parole, quando cessano di essere parole e diventano così intense che ti pare di viverle; di saperle, come se elaborassero il sentimento che già provi. Ne fui così colpita che cercai di spiegare la sensazione. “E’ come se si capisse di che cosa parla”, dissi impacciata”.
La poesia diveniva per la scrittrice futura una realtà: la sua penna trovò una traccia.

Virginia Woolf

Nata nel 1882 a Londra, morì suicida nel 1941. Cresciuta in un ambiente famigliare colto e raffinato, non frequenta scuole regolari e riceve la sua istruzione in casa, privatamente. Tramite il fratello Thoby, iscritto al Trinity College di Cambridge, conosce i giovani discepoli del filosofo G.E. Moore ed entra a far parte del gruppo di “Bloomsbury”, destinato a occupare un posto importante nella vita culturale inglese. Tra le sue opere, che ne hanno fatto una delle scrittrici più importanti del Novecento: La crociera (1913), Giorno e notte (1920), La camera di Jacob (1922), La signora Dalloway (1925), Gita al faro (1927), Orlando (1928), Le onde (1931).

“Quando vivevo nella mia stanza sul retro a Hyde Park Gate non pensavo agli uomini d’affari di Birmingham o alle signore di Cheltenham. Ma pensavo; sentivo; vivevo; le due vite rappresentate da quelle due metà erano il simbolo dell’intensità, l’intensità attutita che sentono farfalle e falene quando le loro zampette appiccicose e tremule, e le antenne, si spingono fuori dalla crisalide, emergono, e restano per un momento tremanti accanto al guscio rotto; con le ali ancora ripiegate; gli occhi abbagliati, incapaci di volare”. […]

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