“Cannibalismo italiano”

Ponte alle Grazie: Gli affamati di Mattia Insolia

Daniela Distefano
CATANIA
“Paolo Acquicella era avido di distruzione. Quando si svegliò, sudato, il fiato corto, la sua rabbia senza nome era lì. Gli sedeva sul petto e pretendeva la sua attenzione. Non aveva ragione di esistere quella mattina, ma c’era e Paolo non poteva ignorarla. Sentiva la brama della lotta premere contro la cassa toracica. Selvaggia come ogni insorgenza spontanea, insaziabile come ogni necessità primordiale. Ce l’aveva sottopelle da che potesse ricordare. Combatteva feroce e implacabile per uscire dal suo corpo e dare mostra di una bestialità spettacolare. Spesso decideva di non battersi con quella rabbia. E la assecondava, quasi la seguiva”.


Mattia Insolia, siciliano di Catania, in questo romanzo – Gli affamati, edito da Ponte alle Grazie – si ricollega al fenomeno letterario del “Cannibalismo italiano”, da lui approfondito nel corso della sua formazione universitaria.

Sorto alla metà degli anni Novanta, questo genere perlopiù rivolto ad un pubblico di appassionati di output pulp, horror, e alle loro declinazioni, ha dato uno stimolo all’autore nel farlo combaciare con la narrazione di un mondo mentalmente e geograficamente asfittico, quello di due fratelli che vivono a Camporotondo, un paese che “contava diecimila anime, uno sputo di palazzine fatiscenti nel nulla meridionale su cui l’afa si abbatteva impietosa. Non c’era niente a Camporotondo. E i suoi abitanti, quel niente, se lo facevano bastare con simulata indifferenza”. Paolo e Antonio sono legati da un vincolo di mutuo sostegno: il padre in preda all’alcolismo è morto con la testa fracassata da un televisore cadutogli addosso, mentre la madre li aveva abbandonati anni prima, quando erano solo dei ragazzi.
I loro apatici movimenti orari diurni, le loro incursioni notturne nel luna park degli stupefacenti, i bruschi risvegli nella vita reale, come manovali al soldo del disperato riscatto o i chiodi fissi di chi si lancia col pensiero lontano dal suolo che si attacca alle scarpe, fuggendo in un Nord che offre ancora qualche attrattiva ai sogni di un un meridionale del Ventunesimo secolo, sono i cornicioni di due vite che fingono di non conoscere gli esiti di un pericoloso sbando. Si agisce per reazione, si aggredisce per nascondere con le mani un volto macchiato di lacrime inespresse.
“Non ricordava quando avesse pianto l’ultima volta. Si era sempre tenuto tutto dentro, metabolizzando i dolori in una rabbia che lo aveva immunizzato alla sofferenza. O almeno, così aveva sempre creduto”.

Dietro la cortina di un vittimismo congelato, inglobati in un paese che non aggiorna da secoli la propria immagine calcifica nonostante le odierne credenze nella tecnica, in grado oggi di rinnovarne il colore, la lucentezza, ma non la retrostante diapositiva civile (malgrado qualche speranza sparsa a caso, tra macerie spirituali e sicurezza che il futuro non riservi sorprese), Paolo e Antonio sono bestie pensanti ingabbiate davanti ad una platea sorda, muta, cieca che non vedono, che non individuano. Gladiatori con l’anima trapuntata dalle loro fobie, paure, angosce, convinti che il ‘riposo del guerriero’ sia appoggiarsi ad un palo, ad un sostegno, ad una parete esterna (amicizie o affetti che lampeggiano nell’anima ma che poi si estinguono per aridità affettiva, per istinto di sopravvivenza, o di sopraffazione, e perché poi c’è sempre qualcosa che si acquista a meno prezzo e che aiuta a dimenticarsi, a svuotarsi senza tanti giri di perdizione o di smarrimenti nel cercare la strada giusta).

“(Antonio), in panciolle sul sofà, sorrideva. Avvertiva una sensazione di completezza che non gli faceva desiderare niente. Per la prima volta da che ricordasse non desiderava. Lui era. E basta. Non c’era niente di eccezionale in quella casa e in ciò che lo circondava. Ma gli sembrava uno spettacolo incredibile. Una bellezza morbida su cui adagiarsi senza paura di cadere. L’aria immobile. Il sole calava, la sua luce rossastra si aggrappava alle pareti, ai mobili, a loro stessi. Come se la giornata non avesse voluto finire”.
Sul finire di questo romanzo di anti-formazione, il racconto di un’ ulteriore trasgressione: lo stupro di una ragazza nella propria casa, circondata da altre pareti, appoggiata ad altri pali, sostegni, crollati in un attimo perché: “in quel gesto, quella notte, lui non era presente. C’era solo la sua rabbia senza nome”.

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