La poesia di Veronica Chiossi

Il coltello sul vassoio è in libreria per Molesini Editore. Quello che andrete a leggere è un volume di poesie, ma non solo. Veronica Chiossi, veneziana classe 1979, interprete e traduttrice, già autrice di Candeggina (Ensemble, 2019) compone scritti che sulla pagina si colorano di sfumature emotive molto forti. In queste liriche le parole diventano chiodi per fissare un’immagine, un’esperienza, un sentimento; e di quell’immagine rimane al lettore – che si fa osservatore di un fotogramma, di frammento di vita – il sentore della perdita, il bruciore della ferita, il silenzio vuoto dell’attesa, la calura di un’ossessione, la dolcezza della guarigione, la leggerezza del volo di un gabbiano.
Veronica Chiossi miscela le parole come un rinnovato medicamento grazie al quale la voce attraversa il dolore e lo cura: il lemma, così immediato nel senso e nel significato, si fa medicina che si rinnova per risanare la ferita e darle nuova vita. In questa simbologia così forte, la voce dell’autrice diventa molto simile – per evoluzione e meta – a quella di un’altra autrice veneta, la grandissima Patrizia Valduga (tra le sue opere Medicamenta e altri medicamenti, Einaudi 1989).
Questa, come dicevo, non è solo poesia. Veronica Chiossi, attraverso un doloroso percorso di abuso e cambiamento, ricorda alle donne la speranza, l’importanza dell’umorismo e la gioia del rinascere. I versi, infatti, sono una chiave per osservare la realtà e scardinarne le ipocrisie, i limiti, le brutture. In questa senso, l’autrice sceglie di fare “a pezzi metaforicamente e artisticamente il proprio aguzzino” attraverso la poesia.
Per comprendere meglio la nascita de Il coltello sul vassoio abbiamo rivolto qualche domanda a Veronica Chiossi.
Cos’è la scrittura per Veronica Chiossi?
Credo un male necessario, un ossimoro: per guarirci deve ancorarci al dolore. È una protesta contro il tempo che scorre e cancella le storie, uno spazio di autoesplorazione, il tentativo di dare ordine al caos. Infine è un antidoto alla violenza, che nasce e si propaga in assenza di linguaggio e di elaborazione dei sentimenti.
“Il coltello sul vassoio” è poesia che si fa strumento di cura; come nascono questi scritti?
Nascono molto prima dell’idea del libro, come pagine di un diario in cui raccontavo un innamoramento che poi si è trasformato in una morsa letale. Quando mi è stata chiara la vera natura della relazione, il diario è diventato una specie di cartella clinica in cui monitoravo la mia situazione, le ricadute e i progressi. Come per un referto medico, non ho tralasciato gli elementi che potevano destare più vergogna o imbarazzo, ho voluto mostrare il volto spento del lutto e quello infetto e sfigurato della rabbia.
Tra le pagine emerge una data che segna un punto di rottura, il 31 luglio, a riaprire una ferita che “sanguina ancora”. Quale consapevolezza può essere racchiusa in quei numeri?
Cosa rappresentano per una donna che vive la delusione, la separazione, il cambiamento?
Ancorare dei sentimenti a una data, come accennavo prima, è stato un modo per seguire le tappe della crisi e della “convalescenza” e non perdermi. Il giorno e il mese sono stati quasi dei segnali stradali sulla via del recupero, infatti a distanza di tempo sfogliavo i vecchi taccuini e vedevo come la sofferenza più intensa e la rabbia erano andate via via scemando. Credo che a una potenziale lettrice o a un lettore le mie poesie possano dire; “se ora provi solo una devastazione interiore sorda, anche tu potrai tornare alla normalità e all’equilibrio. Se adesso ti senti pesante quanto il mondo, anche tu potrai recuperare uno stato di quiete e serenità e avere nuovamente fiducia nel futuro”.

Leggendo il volume sembra quasi che il libro sia diviso in due parti: il disamore e la rinascita. Come evolve la poesia tra questi due momenti?
Il libro è diviso in “Inventario del disamore I e II” e “Nord est”. La prima parte traccia le origini del fraintendimento di ciò che è l’amore, e poi racconta in versi una relazione disfunzionale dall’inizio alla fine, per poi concludersi con una celebrazione della speranza. La seconda parte, “Nord Est”, racchiude al suo interno diverse sezioni: satira di costume (le “Care caricature”), poesie dedicate a figure e luoghi a cui sono legata e infine agli animali non umani, di cui mi sento sorella.
Alcune liriche guardano alla coppia in maniera cinica: questa non è una società per persone ferite o, più tristemente, non è una società per individui?
Il cinismo era “legittimo” in un momento in cui il mio sguardo era reso opaco dall’esperienza vissuta e il mio mondo interiore sembrava andato in frantumi, dunque tutto ciò che poteva riportarmi alla mente le relazioni sentimentali destava sospetto o disagio. Detto questo, penso che una certa vena sarcastica mi appartenga per natura.
I feriti, come gli animali, tendono a camuffarsi e nascondersi, io ho provato a ritagliarmi un nuovo ruolo, quello di osservatrice attiva, visibile e beffarda, forse per recuperare in parte un senso di integrità e un po’ di amor proprio. Se per “individui” intende “persone sole”, mi pare che nel mondo occidentale si sia nel bel mezzo di un’epidemia di solitudine, favorita dall’abuso di tecnologia e dalla paura delle interazioni reali, ma che deriva in primis dall’individualismo economico e dal modello liberale di società. Sono passati cinque secoli, ma i versi di John Donne sono ancora attuali: “Nessun uomo è un’isola, / completo in se stesso; / Ogni uomo è un pezzo del continente, / una parte del tutto”.
Se scrivo è per evitare il reato
se crollassi come quella finestra
i denti come calcinacci a terra
per il pugno che non ti ho dato
con il maglio della mia mano.
