Il solo lettore di Wislawa Szymborska

wislawa szymborskaGiulio Gasperini
AOSTA – Il suo segreto, forse, sta tutto là, in quella battuta che Wislawa Szymborska confida – a sé stessa e agli altri – a pagina 103 del nuovo libro di Edizioni BeccoGiallo, disegnato e narrato da Alice Milani. Una vera e propria dichiarazione di poetica, che forse permette di gettare uno sguardo più che penetrante nell’opera di questa poetessa che soltanto la vittoria del Premio Nobel nel 1996 ha portato alla ribalta della scena letteraria mondiale. “Si scrive per un lettore, uno che sia tanto gentile da trovare tempo, voglia e un po’ di silenzio per leggere una poesia”. Continua

Patrick Modiano, Premio Nobel per la Letteratura 2014

NObelROMA – Patrick Modiano, scrittore francese classe 1945, è il nuovo Premio Nobel per la Letteratura. Figlio di Albert Modiano, un ebreo francese di origini italiane, e di Louisa Colpijn, un’attrice belga di etnia fiamminga, Modiano è tra i più importanti narratori francesi contemporanei. Introdotto giovanissimo nel mondo letterario da Raymond Queneau, conosce e collabora con l’Editore Gallimard. Del 1967 è il suo primo romanzo, La Place de l’Etoile, che gli vale il Premio Roger Nimier. Con Rue des boutiques obscures, nel 1978, vince il Goncourt. Negli anni, mentre continua a scrivere, è documentarista per Carlo Ponti e paroliere per Françoise Hardy. Nei suoi romanzi, per lo più ambientati nella Parigi occupata dai nazisti e costruiti intorno alla figura dello straniero, dell’esule, dell’ebreo, si intrecciano una vena disperata di ascendenza esistenzialista ed il gusto della rievocazione. L’autore rievoca molto spesso, nei personaggi dei suoi romanzi, l’ambigua figura del padre, un ebreo vittima del Nazismo, che, arrestato nel 1943, si dimostrò pronto a tutto per sopravvivere.

MODIANOTra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo “Caterina Certezza” (Donzelli, 2014), “L’orizzonte” (Einaudi, 2012),”Dora Bruder” (Guanda, 2011), “Bijou” (Einaudi, 2005) , “Un pedigree” (Einaudi, 2006) e “Nel caffè della gioventù perduta” (Einaudi, 2010).

 

 

“Ho sempre pensato che certi angoli delle vie siano degli amanti e che si venga attirati da loro se si cammina nei paraggi”.
(Dans le café de la jeunesse perdue)

Se, dovendo parlare di letteratura, lo scrittore non parla che del sé…

Giulio Gasperini
AOSTA –
Ogni anno, qualcheduno lo deve pur vincere. E poco importa se i papabili e i meritevoli son più dell’unico posto in palio; e ancor meno importa se i pronostici non ci indovinano mai e se anche il Nobel per la letteratura è diventato oramai più un premio politico che di merito letterario. Hemingway non sbagliò quando mandò a dire all’Accademia di Svezia: “Lo scrittore che sappia quali altri grandi scrittori non abbiano ricevuto il Premio più solo apprestarsi a riceverlo con umiltà. Non serve elencarli”. Ma elencarli potrebbe anche servire, per capire come la miglior scrittura non si possa individuare soltanto in un personaggio scelto per ogni anno, tra la massa di scrittori e poeti che popolano il mondo. Pochi son stati coloro che l’han rifiutato, molti son stati coloro che l’hanno vinto a sorpresa, neppure con disinvolti meriti.
Ciascun premio Nobel è anche ‘obbligato’, nel ricevere il premio, a tenere un discorso “a commento dell’essenza della letteratura e della direzione che essa sta prendendo” (cito John Steinbeck nel 1962). Sorprende – ma non troppo – l’appassionata disinvoltura di alcuni premi Nobel nell’, invece, autoincensarsi, nel parlare referenzialmente di sé stessi e delle proprie opere, trascurando il generale e dedicandosi all’odioso (e castrante) particolare. TerrediMezzo editore ha raccolto in un bel volume, “I Nobel per la letteratura si raccontano”, i discorsi tenuti da alcuni dei premiati, da Pablo Neruda a Herta Muller, da J.M. Coetzee a Doris Lessing. Ed è divertente addentrarsi nei loro commenti a un premio che, inutile negarlo, dà prestigio letterario ma soprattutto dà tanto prestigio economico. Pamuk costruisce una storia di tradizione familiare, offrendo come correlativo oggettivo la valigia del suo babbo, carica e colma di fogli scritti e vicende abbozzate; Saramago si offre al lettore nelle vesti di un volenteroso apprendista, che scrive per dar sfogo agli impulsi nati in lui da una realtà feroce e carnivora; Faulkner si autoproclama attuatore di alti impegni morali: “Sento che questo premio non è stato conferito a me come persona, ma alla mia opera, il lavoro di una vita nel tormento e nella fatica dello spirito umano, non per la gloria e men che meno per il profitto, bensì per creare dal materiale dell’animo umano qualcosa che non esisteva prima. Pertanto, di questo premio sono solo l’amministratore fiduciario”. E via, ancora avanti con lo sproloquio. Le parole sane e utili di altri scrittori, come l’eccezionale apologia del “non-lo-so” della Szymborska o la profezia della Lessing sull’Africa, affamata di cultura, impallidiscono, ahimè, di fronte alla sicurezza erculea di altri scrittori nel conferirsi meriti e importanza, nel concedersi la prerogativa di aver inventato la scrittura; nel tributarsi l’assurda profezia di essere gli ultimi scrittori a poter calpestare la terra (e sfiorare il cielo) del nostro pallido pianeta.