Terre di Mezzo: Mari Accardi e “Il posto più strano dove mi sono innamorata”

il posto piu strano dove mi sono innamorata_chronicalibriGiulia Siena
ROMA
– All’inizio erano Tanya e Big Jim contro Barbie e Ken; poi la goffaggine di Irma contro l’eleganza delle Billeci. Con il tempo arrivarono gli amori sbagliati, le fughe, gli studi e i tanti lavori impossibili. Tutto, nella vita di Irma – la protagonista de Il posto più strano dove mi sono innamorata, il primo libro di Mari Accardi pubblicato da Terre di Mezzo Editore – era un contrasto, un continuo fuggire altrove per avere di più o avere cose diverse. Forse perché Irma, sin dall’inizio, aveva ascoltato suo padre ripetere “Cu niesci arriniesci”: se dalla vita vuoi qualcosa, devi andare via dal posto in cui sei nato. Così Irma si lasciò convincere e dopo aver sancito la sua inadeguatezza per Palermo arrivò a Torino. Da studentessa fuori sede alle prese con la solitudine e la paure Irma – ormai donna – inciampa in amori sbagliati e lavori impossibili. La nostra eroina siciliana viene licenziata da ogni posto di lavoro perché “troppo lenta”; passa, così, da cucinare per una mensa a cancellare foto pornografiche in un sito di annunci. Ed è in questo periodo che conosce Paolo, il decoratore di interni che non ricorda di aver mai baciato, ma con il quale vive ed è fidanzata da mesi. Forse la loro non è una vera storia d’amore, forse perché il loro è stato un incontro troppo normale, mentre, “A quanto pare, secondo un sondaggio di non so quale agenzia, gli amori più importanti nascono in circostanze o in luoghi anomali. E sono quelli che in percentuale durano di più”. Allora Irma è pronta a cambiare di nuovo, per l’ennesima volta, lei cambia rotta: viene licenziata, sale su una mongolfiera e poi vola a Praga con la convinzione di poter prendere in giro il tempo, fermarlo per giocarci e poi rientrare nella sua normalità anonima e viverlo. Perché il tempo, anche se scorre, rimane lì, attaccato a quella linea del telefono che lega Irma ai suoi genitori, alla sua isola, alla sua Palermo… richiamo perenne (quasi un rimpianto) che si accompagna e scontra con la sua certezza di sempre: fuggire.

 

Il posto più strano dove mi sono innamorata è un romanzo breve, intenso e immediato che raccoglie l’essenza di questo periodo incerto. La sua Irma è la giovane donna che vedi allo specchio o che incontri per strada, sul bus o in fila dal medico: tanto forte e determinata quanto nostalgica e indecisa; una donna che rincorre i sogni lontani convinta di cercare un posto nel mondo, un posto che forse non ha pensato di avere già. Una donna, Irma, che attraversa le situazioni e risorge dalle sue sconfitte.

“Il ragazzo selvatico”: ChrL intervista Paolo Cognetti

Il-ragazzo-selvaticoMichael Dialley
AOSTA – “Il ragazzo selvatico” abbandona la città per ritrovare se stesso, abbandona gli agi per “l’idea più assoluta di libertà”, la montagna. Di questo e di molto altro parliamo oggi con Paolo Cognetti, autore de “Il ragazzo selvatico” il libro edito da Terre di Mezzo e già recensito da ChronicaLibri la scorsa settimana.

 

Leggendo il suo romanzo mi sono chiesto più volte che cosa l’abbia spinta a raccontare e analizzare così concretamente la situazione della montagna oggi, nel 2013. C’è qualche avvenimento che l’ha spronata oppure è un suo semplice interesse?

“Il ragazzo selvatico” in realtà è un diario. Passo diversi mesi all’anno in una baita in Val d’Aosta: la prima volta fu un’esperienza di eremitaggio, ora per fortuna ho i miei amici e un po’ mi sono inserito nella comunità locale. L’amore per la montagna risale all’infanzia, quando ci trascorrevo l’estate. Da grande volevo provare a viverci in modo radicale, così non ho cercato una casa in paese ma su in alto, a duemila metri, tra gli ultimi boschi e i pascoli estivi. In primavera lassù non c’era davvero nessuno. In quella solitudine e in quel silenzio il bisogno di scrivere è arrivato spontaneo, e così è nato questo libro.

 

Il protagonista del romanzo parte da Milano per rifugiarsi in una baita in montagna: questo ritorno alle origini, alle cose semplici, al punto dove l’uomo ha iniziato a prendere consapevolezza delle proprie capacità, è un viaggio che dobbiamo fare fisicamente o, secondo lei, è un viaggio interiore, da fare con la nostra anima e la nostra interiorità?

Un momento. Per chi è nato in città, come me, la “vita semplice” non è uscire a spaccare la legna o zappare l’orto, ma prendere la metropolitana o bere un cappuccino al bar. Per le persone con cui sono cresciuto è più semplice girare di notte per Londra o Berlino che farsi mille metri di dislivello a piedi, e queste sono le nostre origini, così come quelle di un montanaro che si sente a suo agio in un bosco, o di uno che è nato al mare e fin da bambino nuota come un pesce. Per me la città non è caotica, angosciante, disumana; è sempre stata casa mia e per molto tempo ci ho vissuto bene. Poi ho sentito il bisogno di mettermi alla prova. Di stare da solo, vivere in un ambiente selvatico, usare il corpo, imparare ad arrangiarmi. Di certo c’era il fascino dell’avventura. Credo che uno possa fare un’esperienza del genere anche trasferendosi in una città straniera o imbarcandosi su una nave mercantile: ogni viaggio vero, e cioè rischioso, solitario, lontano dal mondo conosciuto, diventa un’esplorazione interiore.

 

Paolo CognettiL’analisi della montagna è straordinaria, vengono messi in luce punti di forza e debolezze che, comunque, arricchiscono sempre l’uomo. Le Alpi oggi vengono vissute in due modi diversi e opposti tra loro: uno è l’atteggiamento nel voler conservare la montagna, facendola diventare un museo, un luogo di arretratezza, secondo una visione che l’ha condannata per moltissimi secoli; l’altro è quello della sempre più intensiva urbanizzazione per rendere appetibile la montagna a tutti i cittadini che, se si spostano, vogliono in ogni caso trovare le stesse comodità della vita in città. Secondo lei è possibile trovare una terza via?

A me pare che la montagna di una volta sia finita per sempre, e questo non è un bene né un male. Nel senso che non era una vita più sana o felice della nostra, e infatti gli stessi montanari non sono più disposti a farla: non sono solo i cittadini a desiderare le comodità, su, proviamo a chiedere a un montanaro di oggi di rinunciare alla macchina o alla televisione o al cellulare, di salire in alpeggio a piedi, di lavorare senza mezzi a motore o di mangiare polenta e latte a pranzo e cena… D’altra parte, quando si parla di urbanizzazione, immagino ci si riferisca alle stazioni turistiche, perché il resto della montagna mi sembra tutt’altro che urbanizzata, anzi abbandonata, inselvatichita. I turisti vogliono piste da sci, alberghi, ristoranti, seconde case; i montanari vogliono lavoro perciò costruiscono quello che chiedono i turisti, e in più strade, dighe per fare un po’ di soldi vendendo l’acqua, impianti di risalita: questa è la montagna italiana degli ultimi cinquant’anni, un immenso cantiere edile, e non mi piace per niente.
Credo che adesso stia succedendo qualcosa di nuovo. Forse la terza via è quella di chi in montagna vuole andare ad abitarci, perché cerca uno stile di vita diverso. Gente giovane, che spesso ha una sensibilità ecologica più spiccata di chi ci è nato. Non tutti ci andiamo a fare i pastori o i contadini, a cercare una vita fuori dal tempo: tanti di noi ormai lavorano in rete, però sentono il bisogno di avvicinarsi alla natura e magari vogliono dare ai loro figli un ambiente diverso in cui crescere. Quali sono le esigenze di persone così? Io vorrei coltivare l’orto, però ho bisogno anche dell’adsl; adoro girare nei boschi ma devo anche raggiungere un aeroporto in tempi accettabili. Il prossimo autunno mi sposterò dalla mia baita in Val d’Aosta direttamente a New York. Ecco, vorrei vivere nella natura ma non fuori dal mondo. Le Alpi sono perfette in questo senso: un ambiente naturale magnifico, non lontano dalle grandi città e dal cuore d’Europa. Dovremmo salvaguardarle come un tesoro prezioso e allo stesso tempo renderle accessibili, attrezzate per lavorare e abitarci. Per me il futuro è questo.

 

Quanto c’è di suo all’interno del romanzo? Sono situazioni e luoghi di fantasia o reali?

Come dicevo non c’è nulla di inventato. Sono vere le persone, i luoghi e le cose che mi sono capitate. Ho omesso il nome del paese, ma credo che almeno la zona sia facilmente riconoscibile per chi frequenta questi posti. L’unico elemento di finzione è che la mia avventura nel libro dura sei mesi, da maggio a ottobre; nella realtà sono stati diversi anni.

 

Quali sono le 3 parole che, come scrittore, preferisce?

Le parole mi piacciono tutte, sono gli uomini che le sviliscono. Provo pena per quelle che, per essere troppo frequenti nell’uso, perdono di significato. E ancora di più per le parole delle frasi fatte e dei luoghi comuni, parole che abbiamo ridotto a gusci vuoti. Ogni volta che ne scriviamo una dovremmo ricordarci che cosa vuol dire davvero, e restituirle il suo valore.

“Il ragazzo selvatico” e la montagna come specchio dell’anima

Il ragazzo selvaticoMichael Dialley
AOSTA – “Il ragazzo selvatico” è il nuovo romanzo di Paolo Cognetti, pubblicato da Terre di mezzo editore: racconta di un ragazzo che dalla città è partito per andare a ritrovare se stesso, ritrovare le sensazioni vissute da bambino, in montagna. È un viaggio reale quello che il ragazzo ha intrapreso, ma dalla lettura emerge il potere straordinario della montagna, delle sue difficoltà e delle sue bellezze, che rispecchiano appieno l’interiorità dell’uomo alla ricerca di qualcosa, nella speranza di raggiungerla.
La vita cittadina è frenetica, caotica, mentre nel romanzo si dice che la montagna rappresenta “l’idea più assoluta di libertà”. Si cerca, quindi, un ritorno a ciò che è semplice ed essenziale; tra le molte citazioni, potenti e belle, di cui è disseminato il romanzo, c’è anche il manifesto di Thoreau, filosofo e scrittore statunitense del XIX secolo, in cui si racconta: “Andai nei boschi perché volevo vivere secondo i miei princìpi, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, per vedere se fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto”.
Una montagna che è sia immagine da cartolina, fatta di scorci stupendi, paesaggi e panorami incontaminati che si possono solamente trovare nei sogni, ma anche una montagna sempre più urbanizzata: purtroppo è il destino delle Alpi in questi anni, andare incontro a una sempre maggiore urbanizzazione per creare un terreno di gioco per i cittadini che vanno in vacanza.
Sempre più spesso si dimentica il valore della montagna, valore che i montanari sentivano nel profondo del loro animo e che nel romanzo emerge grazie a questa fuga dalla città in cerca degli antichi valori e delle emozioni infantili vissute; ma anche una presa di consapevolezza dell’importantissimo lavoro che nei secoli è stato fatto: “Il paesaggio intorno a me, dall’aspetto così autentico e selvaggio, fatto di alberi, prati, torrenti e sassi, era in realtà il prodotto di molti secoli di lavoro umano, era un paesaggio artificiale tanto quanto quello della città”.
Nei secoli questo lavoro è stato graduale, ma ha cercato sempre di non stravolgere l’aspetto della montagna. Oggi, però, c’è l’amara consapevolezza della realtà e la modernità viene raccontata così: “Con la fine del ‘900 arrivò anche quella del vecchio albergo: venduto, demolito e ricostruito per farne un condominio”. Ciò che rattrista, però, è che “di quel luogo, come scriveva Stern, sono rimaste ora solamente queste mie parole”.
Questo romanzo breve, ma intenso e denso di significati, è un’analisi della realtà delle Alpi, di ciò cui vanno incontro e di come la visione della montagna sia diversa, tra un montanaro e un cittadino e turista.

“Libera tavola”, quando la cucina usa il linguaggio della legalità

MILANO – Terre di Mezzo Editore porta in libreria “Libera tavola. Ricette d’autore dalle terre confiscate alle mafie. Con contributi di Andrea Camilleri, Rita Borsellino, Roy Paci, Allan Bay, Giulio Cavalli e tanti altri”, il volume curato da Jacopo Manni e Lorenzo Buonomini.

 

Diviso in 9 sezioni, il libro esplora attraverso la cucina i territori colpiti dalla mafia. Ottimi ingredienti coltivati sulle terre confiscate sono combinati in preparazioni originali e tradizionali insieme: dalle maglie siciliane al pesto trapanese al pancotto di cavolo nero, mozzarella di bufala e crema di patate, dal timballo di caserecce ai fagottini “primavera” ripieni di verza viola con crema di cicerchie. Sette menu tematici promuovono in modo divertente e gustoso la lotta alla criminalità organizzata direttamente nel piatto.

In più le ricette e i ricordi di chi si è speso in prima persona contro la cultura mafiosa. Scrittori, giornalisti, uomini e donne di spettacolo, politici, ma anche chef stellati, ci hanno regalato piatti speciali che hanno per protagonisti i sapori della legalità.

Se, dovendo parlare di letteratura, lo scrittore non parla che del sé…

Giulio Gasperini
AOSTA –
Ogni anno, qualcheduno lo deve pur vincere. E poco importa se i papabili e i meritevoli son più dell’unico posto in palio; e ancor meno importa se i pronostici non ci indovinano mai e se anche il Nobel per la letteratura è diventato oramai più un premio politico che di merito letterario. Hemingway non sbagliò quando mandò a dire all’Accademia di Svezia: “Lo scrittore che sappia quali altri grandi scrittori non abbiano ricevuto il Premio più solo apprestarsi a riceverlo con umiltà. Non serve elencarli”. Ma elencarli potrebbe anche servire, per capire come la miglior scrittura non si possa individuare soltanto in un personaggio scelto per ogni anno, tra la massa di scrittori e poeti che popolano il mondo. Pochi son stati coloro che l’han rifiutato, molti son stati coloro che l’hanno vinto a sorpresa, neppure con disinvolti meriti.
Ciascun premio Nobel è anche ‘obbligato’, nel ricevere il premio, a tenere un discorso “a commento dell’essenza della letteratura e della direzione che essa sta prendendo” (cito John Steinbeck nel 1962). Sorprende – ma non troppo – l’appassionata disinvoltura di alcuni premi Nobel nell’, invece, autoincensarsi, nel parlare referenzialmente di sé stessi e delle proprie opere, trascurando il generale e dedicandosi all’odioso (e castrante) particolare. TerrediMezzo editore ha raccolto in un bel volume, “I Nobel per la letteratura si raccontano”, i discorsi tenuti da alcuni dei premiati, da Pablo Neruda a Herta Muller, da J.M. Coetzee a Doris Lessing. Ed è divertente addentrarsi nei loro commenti a un premio che, inutile negarlo, dà prestigio letterario ma soprattutto dà tanto prestigio economico. Pamuk costruisce una storia di tradizione familiare, offrendo come correlativo oggettivo la valigia del suo babbo, carica e colma di fogli scritti e vicende abbozzate; Saramago si offre al lettore nelle vesti di un volenteroso apprendista, che scrive per dar sfogo agli impulsi nati in lui da una realtà feroce e carnivora; Faulkner si autoproclama attuatore di alti impegni morali: “Sento che questo premio non è stato conferito a me come persona, ma alla mia opera, il lavoro di una vita nel tormento e nella fatica dello spirito umano, non per la gloria e men che meno per il profitto, bensì per creare dal materiale dell’animo umano qualcosa che non esisteva prima. Pertanto, di questo premio sono solo l’amministratore fiduciario”. E via, ancora avanti con lo sproloquio. Le parole sane e utili di altri scrittori, come l’eccezionale apologia del “non-lo-so” della Szymborska o la profezia della Lessing sull’Africa, affamata di cultura, impallidiscono, ahimè, di fronte alla sicurezza erculea di altri scrittori nel conferirsi meriti e importanza, nel concedersi la prerogativa di aver inventato la scrittura; nel tributarsi l’assurda profezia di essere gli ultimi scrittori a poter calpestare la terra (e sfiorare il cielo) del nostro pallido pianeta.

Consigli e gustose ricette in “Verdura e frutta esotica”


Silvia Notarangelo
ROMA – Cos’è il gombo? Il rocoto come si usa? La chutney con cosa la accompagno? Domande legittime in presenza di nomi, forse, ai più, sconosciuti. A questi interrogativi e a tante altre curiosità risponde, con dovizia di particolari, Roberta Ferraris, autrice di un’interessante ed insolita guida dal titolo “verdura e frutta esotica” (Terre di Mezzo). Non semplici schede in ordine alfabetico: di ogni ingrediente viene ricostruita la storia, la diffusione, le sue varietà e gli usi più comuni.
Una guida pratica, arricchita da sessanta gustose ricette, per conoscere e imparare a cucinare la verdura e la frutta esotica che sempre più affollano le bancarelle dei mercati.
Nelle minestre o nelle grigliate, nelle salse o nei dolci, tutti gli ingredienti citati sono preziosi per conferire alla nostra cucina un tocco in più.
La scelta è ampia. Dai palitos de yuca si passa al riso con pak choi o, per chi preferisce un piatto unico, si può optare per il gumbo di gamberetti, uno stufato di carni bianche con molluschi e crostacei. Come secondo, petto di pollo ai litchi o branzino al latte di cocco e, per finire, platano al miele e cannella. Le alternative, davvero, non mancano.
Difficoltà nel reperimento degli ingredienti? Nessun problema. Roberta Ferraris suggerisce anche una serie di utili indirizzi per una spesa esotica doc, senza dimenticare le opportunità offerte dal web.
Un libro originale e piacevole, per tutti i cuochi curiosi, per chi ha assaggiato un piatto insolito in vacanza e vorrebbe riprodurlo a casa, per chi ha voglia di rendere internazionale il suo orto, o semplicemente, per chi ama mangiare e vuole misurarsi con sapori inediti.

Ricette per il campeggio


Silvia Notarangelo

ROMA – Il piacere della buona cucina anche in campeggio. È questa la promessa del fantasioso ricettario “Il Re del fornelletto” (Terre di mezzo Editore), grazie al quale, da oggi, possiamo preparare e gustare all’aria aperta degli ottimi manicaretti, veloci ma non raffazzonati, semplici ma non banali.
Lorenzo Buonomini, giovane e promettente chef, insieme a Jacopo Manni, appassionato ed esperto campeggiatore, sono gli autori di questa divertente ed utilissima guida.
55 piatti alla portata di tutti, da cucinare rigorosamente con l’attrezzatura minima: un fornelletto. Poco tempo da passare in tenda? Nessun problema, le ricette non superano la mezz’ora di preparazione. Volete stupire i vicini di piazzola con le vostre doti culinarie? Un menù pensato per una vera cena gourmet vi salverà la serata e contribuirà a farvi apprezzare da tutti.
Si può scegliere tra primi, secondi di carne e di pesce, gustose frittate, insalate, senza dimenticare il “must del campeggio”, il barbecue. Gli ingredienti, naturalmente, sono di facile reperibilità e possono variare a seconda del luogo di vacanza.
Completano il libro consigli e suggerimenti dedicati all’attrezzatura e ai quei trucchi, indispensabili, per diventare un perfetto “chef da campeggio”.

“Una via di pace”: dell’impegno e dell’ottimismo.

Giulio Gasperini
ROMA –
Il giornalista Andrea Semplici, raffinato descrittore d’orizzonti, ci regala un’altra straordinaria avventura. Questa volta condividendola con Mario Boccia, un fotoreporter specializzato in reportage sociali. La mèta dell’ennesima esplorazione è la Palestina; e Israele. Senza badare alla politica né alla logica del limes. Sono partiti, i due, per un reportage che si inserisce nell’ambito del programma di cooperazione internazionale Med Cooperation, finanziato dalla Regione Toscana oramai da più di dieci anni. Il risultato dell’incontro tra questi due maturi giornalisti, e la vivace Terre di Mezzo Editore, da sempre in prima linea nel sociale e nella cooperazione, è “Una via di pace. In viaggio tra Israele e Palestina” (2011).
Sei città, nemmeno tra le più famose di questo lembo straziato di terra, sono state visitate e, ancor più, esplorate: Akko, Haifa, Tulkarem, Taybe, Nablus e quella che la tradizione narra esser stata la prima città del mondo, Gerico. Tutte realtà particolari, dipinte con parole sapienti e curiose del mondo, di ogni suo dettaglio. Le esperienze concretamente vissute, tutte le verità toccate, annusate, viste coi sensi propri di chi impugna la penna, tutto il materiale umano che è il solo indispensabile per capire un paese e per compilare un’ottima guida di viaggio Semplici e Boccia sanno benissimo come raccoglierli e come proporceli, pianificando un viaggio che osservi le persone negli occhi, nei loro comportamenti, nelle loro abitudini e passioni, piuttosto che ammirare i monumenti e limitarsi alle pietre che subiscono il trascorrere dei secoli.
Sono nati, alla fine, dei brevi ma cesellati componimenti, non delle descrizioni ma dei veri e propri “ritratti” di città, proprio perché viste soprattutto nelle loro componenti antropologica, sociale, umana. I tre comuni israeliani e i tre palestinesi sono narrati negli aspetti più caratteristici e peculiari, se ne svelano segreti e curiosità, se ne cerca di penetrare l’anima e di trovare le ragioni della loro unicità e esclusività. Accompagna le parole un ricchissimo apparato iconografico: foto splendide, parlanti, che paion modellate dalle parole; mentre le parole sembrano prendere vita allo splendere dei colori sorpresi e catturati negli scatti.
Ecco allora che riusciamo a visitare, col pensiero prima ancora che col corpo, Akko, “la sola città di Israele che […] abbia conservato intatto il suo carattere arabo”; oppure Haifa, “una città di tasselli che cercano di incastrarsi l’uno con l’altro”. Oppure potremmo decidere di fermarci a Taybe, per assaggiare “the best humus of the region”; o proseguire per Tulkare, dove i risvegli sono lenti e si beve succo di harroob (carruba); potremmo perderci nel passato prestigio romano di Nablus o cercare di sorprendere il gocciolare del tempo a Jabal al-Quruntul, il Monte delle Tentazioni a Gerico. Tutte le sei città prendono forma e vita; e a noi che vorremmo visitarle, sorprenderci della loro meraviglia, si arrendono docili, con la dolcezza tipica di chi sa che abbandonare le armi e disporsi all’incontro siano le uniche vere “vie di pace”.

Terre di Mezzo editore ci accompagna "a Santiago lungo il cammino portoghese"

Giulio Gasperini
ROMA –
Strade diverse portano comunque a mète note. Santiago di Compostela è destinazione oramai prospera e certa. Per arrivarci, tradizionalmente, si parte da Puente alla Reina, una piccolissima località della Navarra, e si percorre il cosiddetto Camino Francés. Ma già anticamente le strade che conducevano alla tomba dell’apostolo Giacomo erano molte di più. Una di queste era il Camino Portugues, che la Terre di Mezzo Editore ci illustra nel libro “A Santiago lungo il cammino portoghese”, scritto da Irina Bezzi e Giovanni Caprioli, e pubblicato nella collana Percorsi.


La strada, lunga 650 chilometri, parte da Lisbona, la magnifica capitale portoghese, dal tratto urbano nervoso e nostalgico d’un passato di potenza coloniale, (“Lisbona è una delle città più belle del mondo”, scrisse Carolina Invernizio), e sconfina in Spagna, fino ad approdare in uno dei tre grandi luoghi del pellegrinaggio cristiano.
I 650 chilometri del percorso di srotolano su una terra ancora di natura indomita, poco contaminata, che conserva, per molti aspetti, il carattere di purezza. Tanti, inoltre, i luoghi attraverso i quali si può passare: a partire da Fatima, altro grande centro spirituale e religioso, per finire alla graziosa e fascinosa Porto (il cui centro storico è stato dichiarato, nel 1996, Patrimonio dell’Umanità), oppure in importanti luoghi artistici come Coimbra.
Ma il libro di Terre di Mezzo Editore non dà soltanto informazioni e chiarimenti sui luoghi visitati e da visitare; offre tutta una serie di informazioni pratiche, utilissime al viaggiatore che, zaino in spalla, si appresta a intraprendere un cammino d’avventura. Dove dormire, cosa portarsi, cosa può diventare assolutamente necessario o assolutamente inutile, quanto si spende (e tracciare in tutta tranquillità un preventivo delle spese).
Ci sono informazioni, inoltre, indispensabili per chi voglia intraprendere il viaggio in bicicletta: utili, in questo senso, saranno le cartine, le distanze tappa per tappa e le indicazioni dei luoghi dove trovare ospitalità, corredati da informazioni tecniche e pratiche.
Insomma, se quest’estate avrete il coraggio di optare per un viaggio alternativo, il libro della Terre di Mezzo editore vi sarà assolutamente indispensabile: perché la mèta potrà pur rimanere sempre la stessa, ma le strade per arrivarci sono infinite.

"10 Libri dell’estate da Editore": Terre di Mezzo

ROMA – I libri della Terre di Mezzo Editore sono “spazi che contengono storie”. Sono pagine che nascono dalla voglia di credere nelle storie. Con questi presupposti ci lasciamo trascinare nei libri pubblicati da questa casa editrice milanese nata come una scommessa per migliorare la periferia. 
“Estate: tempo per i viaggi, lo svago e la riflessione. Terre di mezzo Editore propone dieci titoli per tutta la famiglia: romanzi, guide ad uno stile di vita più sostenibile, percorsi a piedi e letture illustrate per i più piccoli. Buona lettura!”


1. LE PAROLE CHE CAMBIANO TUTTO di Susanna Bissoli 
Collana Narrativa

Dopo aver rotto con Janis, l’uomo con cui viveva in Grecia, Arianna torna a Ronco, il paesino veneto dov’è cresciuta. Qui si trova a fare i conti con il padre, un uomo chiuso e taciturno, e con il ricordo della madre scomparsa di recente. Un romanzo commovente sui rapporti familiari e sulla fragilità umana, ideale per liberare la mente durante le vacanze. Da leggere tutto di un fiato.


2. VESTITI CHE FANNO MALE di Rita Dalla Rosa
Collana Stili di vita

Aumentano le dermatiti allergiche da contatto causate dagli indumenti che indossiamo: lo sapevate che, tra tutti i colori, quelli scuri sono i più problematici? O che le stampe delle t-shirt possono essere cancerogene? Ecco un ottimo, ed educativo, passatempo estivo: una guida pratica per muoversi tra coloranti, candeggianti, ammorbidenti e antimuffa responsabili di irritazioni e allergie.

3. IL VENTO È CAMBIATO di Miriam Giovanzana
Un candidato destinato al ruolo di outsider che invece, man mano, suscita consenso e raccoglie entusiasmi. Un uomo che, in 12 mesi, ha cambiato il clima politico di una città e, forse, di un Paese. Un libro che racconta la cronaca, gli uomini, i momenti pubblici e quelli privati della campagna elettorale più avvincente dell’anno e che resterà nella storia politica d’Italia. Imperdibile per l’estate!
4. LA GRANDE FABBRICA DELLE PAROLE di Agnès de Lestrade (testi) e Valeria Docampo (illustrazioni)
Collana Bambini

C’è un paese dove le persone parlano poco. In questo strano paese, per poter pronunciare le parole bisogna comprarle e inghiottirle. Le parole più importanti, però, costano molto e non tutti possono permettersele. Una bellissima storia d’amore, raccontata attraverso ricche illustrazioni per accompagnare le vacanze anche dei più piccoli.

5. IL LADRO DI POLLI di Béatrice Rodriguez
Collana Bambini

La volpe rapisce la gallina e scappa nel bosco. Il gallo, l’orso e il coniglio si lanciano all’inseguimento dei due per liberare la gallina. Durante la fuga, però, la gallina e la volpe si innamorano, e quando gli altri animali riescono finalmente a raggiungerli si trovano davanti ad un’incredibile sorpresa. Un libro senza parole per bambini di tutte le età e che insegna ad andare aldilà delle apparenze.

6. QUESTA NON È UNA BABY SITTER di Gabriella Kuruvilla (testi ) e di Gabriella Giandelli (illustrazioni)
Collana: Bambini

Mattia ha un papà italiano e una mamma, Ashima, indiana. È la classica mamma: a volte è adorabile, a volte è insopportabile. Il primo giorno di scuola, quando Ashima va a prendere Mattia all’uscita, lui la presenta ai nuovi amici come la sua baby-sitter… Un libro coloratissimo e divertente che racconta come, a volte, le cose sono diverse da quello che sembrano.

7. CONCERTO PER ALBERI di Laëtitia Devernay
Collana Bambini

Al tocco magico di un piccolo direttore d’orchestra, gli alberi prendono vita e si trasformano in uno stormo di uccelli che volano via. Un inno alla natura e al potere della fantasia, una sinfonia per gli occhi. Un libro illustrato per bambini e non solo, dalla grafica originale ed elegante. Concerto per alberi ha vinto il prestigioso CJ Picture Book Award e ha ricevuto la menzione al Bologna Ragazzi Award 2011

8. A SANTIAGO LUNGO IL CAMMINO PORTOGHESE di Irina Bezzi e Giovanni Caprioli
Collana Percorsi

A piedi o in bicicletta, da Lisbona a Santiago de Compostela attraverso una via inusuale e poco frequentata per i pellegrini: il Portogallo.Un itinerario che, oltre alla splendida Lisbona, permette di toccare città come Coimbra, Porto o Fatima, meta cara a tanti pellegrini da tutto il mondo. 650 chilometri per rivivere lo spirito dei pellegrini medievali, in una dimensione raccolta e meditativa, ma senza rinunciare all’incontro con gli altri viandanti. Per chi ancora non ha deciso dove trascorrere le vacanze, o sta già pensando alle prossime.

9. CON LE ALI AI PIEDI di Angela Maria Seracchioli
Collana: Percorsi

Un Cammino in 26 tappe che segue i passi di San Francesco verso il Monte dell’Angelo, attraversa Abruzzo, Molise e parte della Puglia. 600 km a piedi e in bicicletta dai fitti boschi della Verna alle rocce sospese sul mare di Monte Sant’Angelo del Gargano. Per chi ancora non ha deciso dove trascorrere le vacanze, o sta già pensando alle prossime. Per scoprire luoghi poco conosciuti, paesini bellissimi e in cammino sugli antichi tratturi della transumanza.

10. AVANTI, IN CAMMINO! di Alix de Saint-André
Collana: Sconfinamenti

Un diario di viaggio, affettuoso e ironico. Un racconto appassionante, in cui si intrecciano incontri e avventure delle tre peregrinazioni compiute a Santiago, che fanno di Alix un’esperta del Cammino. Le grandi domande della fede e una fraternità vera, in un libro che si legge come un romanzo. Imperdibile per gli amanti delle vacanze “on the road”.