"Niente è più intatto di un cuore spezzato", da Piemme il romanzo della gente che non ci somiglia

Marianna Abbate
ROMA  In questi giorni a Varsavia si celebra l’anniversario della rivolta del 1944. Ogni giorno seguo in televisione film e documentari che parlano della seconda Guerra Mondiale, e ogni giorno piango un poco per quei cuori spezzati, così giovani e così intatti. La lettura del romanzo di Vanna De Angelis, “Niente è più intatto di un cuore spezzato”, edito da Piemme nella collana Voci, non poteva capitarmi in un momento più opportuno.


Perché la storia di Varsavia la conosco bene, conosco bene il misero destino di polacchi ed ebrei in una città uccisa da incursioni aeree e retate crudeli. Ho letto mille volte le lapidi attaccate ai palazzi ogni 100 metri che recitano cifre fredde di morti ammazzati. Quelle persone mi somigliano, somigliano anche a chi legge questo articolo. La loro vita ci somiglia: una bella casa, una tovaglia all’uncinetto e “una radio per sentire che la guerra è finita“.
Nel romanzo della De Angelis c’è gente che non ci somiglia. Persone che vivono in modo totalmente diverso da noi. Nomadi, allegri, artistici e vaghi. Diversi persino dagli zingari con i quali abbiamo imparato a convivere in Italia, che ormai hanno ben poco di quello stile di vita gitano che tanto aveva affascinato i poeti. Gente che però si trova a vivere lo stesso dramma, lo stesso dolore e le stesse paure di quelli che hanno sempre avuto un libro sul comodino di noce accanto al letto.
E quei dolori, che spesso ci illudiamo di conoscere, assumono un volto nuovo. Sono accompagnati da suoni e da odori che non abbiamo mai sentito. Hanno nomi che non abbiamo mai letto.
Dusan e Radmila, giovani e innamorati, schiacciati da una storia più grande di tutto. Finiti in un campo di concentramento il cui nome non smetterà mai di terrorizzarci. Dove “il lavoro rende liberi“.
E in tutto questo, così uguali agli altri, “senza capelli e senza nome“, ancora inferiori, zingari.
Quanto tempo ancora prima che questo dolore ci diventi alieno come quello della Rivoluzione Francese, o dei morti nelle arene dell’Impero Romano? Quanto tempo passerà prima che qualcuno inneggi di nuovo alla guerra “unica pulizia del mondo“? 

"Un inverno freddissimo": quanto può una donna sopportare(?)

Giulio Gasperini
ROMA –
Abbandonò (già dal titolo) le ambientazioni levantine dei suoi due romanzi precedenti Fausta Cialente quando, nel 1966, pubblicò con Feltrinelli il suo terzo romanzo, candidato poi al Premio Strega. “Un inverno freddissimo” è quello del ’46-’47: in una Milano ancora stordita e frastornata Camilla – una donna che la Cialente plasma con sapienza e consapevolezza, con orgoglio e fiducia – si sente investita dell’ingombrante compito di ricomporre i relitti di una famiglia che, come tante altre, la guerra aveva menomato e smembrato. Le colpe, i pregiudizi, le antipatie devon esser combattute e vinte, perché nulla più della famiglia può permettere all’individuo di tornare a vivere; e a riappropriarsi del proprio già incerto futuro. E l’umanità felpata che la Cialente mette in scena, orchestralmente, si muove in una disagiata (e disagiante) soffitta, divisa da sottili pareti di stuoia, dove il rispetto del privato è soltanto un miraggio lontano e l’insofferenza della promiscuità cresce alla presa di consapevolezza della fine della guerra.


L’impresa per Camilla sarà ardua, complessa: in questo suo mondo, diviso tra città e campagna, il passato non si chiude mai definitivamente e il presente si infesta di fantasmi e presagi che finiranno per tiranneggiare il futuro. Quel che la Cialente, però, mantiene sempre acceso e in estrema tensione, è l’incrollabile fiducia che il domani possa essere migliore; e che, con l’ultimo punto, la storia non finisca, ma possa, con sicuro sospetto, virare verso ben altri panorami.
Negli anni in cui la Cialente tornò in Italia l’attenzione degli scrittori, da Elio Vittorini (Uomini e no) a Luciano Bianciardi (La vita agra), era focalizzata – quasi ossessivamente – sulla condizione di Milano e degli italiani che, a Milano, vivevano un faticoso periodo di ricostruzione bellica e di ri-consapevolezza del sé. Sicché anche la Cialente decise, chissà quanto programmaticamente, di assumere il punto di vista di questa umanità che continuava a combattere, nonostante la guerra fosse ufficialmente (e burocraticamente) terminata. La sua, ovvio, non fu un’adesione al neorealismo; forse nemmeno una tangenza. Fu una vicinanza di ambientazioni. Ma in lei, come in Bassani, le intermittenze del cuore son troppo evidenti, le rapsodie mentali troppo importanti, per poter parlare di sua aderenza alla poetica del neorealismo.
Siamo lontani dalla dittatura del vero: il mondo della soffitta di Milano è tutto interiorizzato, attraverso punti di vista che gemmano e si moltiplicano, ma che si fondono in una vita altra; in un affresco dove esistono le ombre, dove i colori straripano e dove la linea – dolce e sottile – in definitiva un po’ scontorna.