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Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna: l’importanza delle radici

Giorgia Sbuelz
ROMA
“Pensava che le parole avessero pieghe nascoste e occupassero il confine tra la pelle e il mondo”.
Alejandra Costamagna è attualmente una delle più importanti scrittrici dell’America Latina. Cilena di nascita, argentina e piemontese di origine, sa bene cosa significhi occupare il confine tra la pelle e il mondo, e sa farlo con le parole. Quelle belle, quelle giuste. Il sistema del tatto, pubblicato in Italia da Edicola Ediciones, è una storia famigliare, che può essere quella della stessa Costamagna o di chiunque abbia vissuto in prima persona il senso di sradicamento.

“Partire è un po’ morire”, come diceva il buon Haraucourt. Per il migrante tale affermazione ha certamente un peso esistenziale che si riverserà di generazione in generazione. Questa è la prospettiva della protagonista della storia, Ania Coletti, la chilenita, che ogni anno va e viene, via terra, dal Cile all’Argentina e dall’Argentina al Cile. Il padre l’accompagna e la lascia con i nonni e gli zii, in abitazioni buie che sanno d’antico, tra i ricordi di paesi lontani, dove è facile rintracciare la radice profonda della tristezza. Qui la Ania bambina osserva ed è osservata da Agustìn, cugino del padre, un apprendista dattilografo che sogna di poter viaggiare come lei, ma che di fatto non si è mai allontanato da casa. Ed è di Agustìn la seconda voce narrante, costantemente pungolato dall’impeto propositivo, ma rinchiuso in un guscio d’insicurezze. Egli procede nel lavoro che fu di sua madre, Nelida, ai tempi impiegata in una ditta in Piemonte e costretta dai genitori ad un matrimonio combinato in un altro continente. Picchia sui tasti della macchina da scrivere per preservare l’eredità materna, e per salvarla un poco quella madre, che in terra straniera ha perso il senno; così Agustìn si esercita e prende appunti, come il più zelante degli allievi.

Da qui il titolo dell’opera Il sistema del tatto, che è una tecnica impiegata per l’insegnamento della scrittura a macchina. Il testo ne riporta alcuni appunti, così come sono presenti dei passi del Manuale dell’emigrante italiano in Argentina, datato 1913. Questo è un documento interessante, in quanto vi sono enunciati consigli pratici di viaggio assieme a regole di bon ton del paese di destinazione, per essere meno migranti, per sentirsi più accettati.
E poi le foto in bianco e nero. Le foto di Nelida in Italia, dopo la guerra, bella come Silvana Mangano. Le foto di Agustìn con la pettinatura alla Elvis, le foto del padre di Ania da bambino.
E il rapporto col padre, altro grande perno della storia. La Ania della narrazione è infatti una Ania adulta, che torna ad aprire il forziere dei ricordi, la Ania che vive in maniera non convenzionale, innaffiando per pochi soldi le piante in case altrui, occupandosi dei cani e dei gatti. Ania è una donna consapevole di non voler essere madre, che ha un fidanzato dell’età di suo padre. Ancora suo padre.
Per linea paterna discende la sua genealogia di straniera, parte argentina e parte italiana: un regalo e anche un tormento, laddove la terraferma, con le sue primigenie certezze, si perde nella fluidità oceanica, e la distanza dalle origini riscrive i geni e le attitudini. Oppure no?
Così si torna a invocare la propria centratura e Ania lo fa con delicatezza, con la curiosità e l’ossequio di un’ intromissione, perdendo il sonno e anche il senso del tempo, che si dilata e si ristringe. Come la prosa adottata, secca nelle considerazioni, profonda nell’indagine del ricordo, ibrida come la stessa autrice, che indugia nella scelta di un “multilinguaggio”, lasciando degli errori nella trasposizione di vecchi testi incorporati all’opera, come emblema della fatica di chi si appropriava di una lingua non sua.
Come omaggio agli antenati di cui si era presa cura e da cui lentamente si congeda.

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