Josè Saramago: “Diario dell’anno del Nobel”, con traduzione di Rita Desti

Daniela Distefano
CATANIA
“Io non scrivo libri per raccontare delle storie, soltanto. In fondo, probabilmente non sono un romanziere. Sono un saggista, sono uno che scrive saggi in cui ci sono personaggi. Credo sia proprio così: ognuno dei miei romanzi è il luogo di una riflessione su un determinato aspetto della vita che mi preoccupa. Invento storie per esprimere preoccupazioni, interrogativi…”.

Josè Saramago oltre a scrivere romanzi registrava meticolosamente fatti, eventi, pensieri, impressioni in quaderni nei quali si immergeva nel mare delle questioni letterarie, politiche e del quotidiano.Cinque erano i quaderni pubblicati. Finalmente nel 2018 fa ha visto la luce anche il sesto. 

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“Diario 1999”, Fazi pubblica l’inedito Valentino Zeichen

Giulia Siena
ROMA – 1999. Valentino Zeichen, uno dei maggiori poeti di fine Novecento, figura istrionica e anticonvenzionale, raccoglie i suoi giorni in un diario. Parole, riflessioni, recensioni, confidenze, pensieri, noia, ironia, malinconia  e quotidianità: gli scritti di Valentino Zeichen sono occhi schietti sul mondo che si appresta a chiudere il secolo. Con il Novecento stanno andando via le ultime certezze, i tanti amici, le serate mondane, e il freddo, tra le lamiere di una baracca che per Zeichen è casa, si fa più pungente. Il senso di solitudine accompagna un pensiero ricorrente: “Dove sta il mio fallimento? Nel fatto che sono un poeta, anche stimato, ma povero. Se avessi avuto la costanza di sopportare una moglie noiosa e tiranna, ma capace di praticare l’editing sul romanzo, avrei potuto conquistarmi una notorietà che non ho. Pur non mancandomi la vena narrativa, ne ho scritto uno solo, perché non sopporto di avere una tutrice. (27 ottobre 1999)” Eppure quello del poeta fiumano non è un rimorso, ma la consapevolezza di non esser riuscito mai a barattare la propria libertà per una vita agiata e convenzionale.  Continua

Due giorni per innamorarsi di Erri

Marianna Abbate

Varsavia – Nella hall dell’albergo io e Silvia, la mia compagna di stage all’Istituto Italiano di Cultura a Varsavia, siamo entrambe imbarazzatissime. Erri de Luca arriva tranquillo e cortese come sempre, ma della fila di taxi davanti all’albergo nemmeno l’ombra. Ecco, penso, il primo disguido della serata! Appena saliti sul taxi già fiumi di parole scorrono dalla mia bocca, un po’ per curiosità e un po’ per l’emozione. Lui risponde pacato, tranquillo- questo aggettivo ricorrerà spesso nel mio racconto. Durante la cena ho l’occasione di scambiarci due parole, ma cerco di rimanere nell’ombra per non stressarlo troppo. Si stanca presto e lo riaccompagno all’albergo in taxi, emozionata più che mai. Lui è sempre gentile e mi saluta.
Il giorno dopo è pienissimo, lo aspettano mille interviste.

Il direttore dell’Istituto ci dice di accompagnarlo a pranzo, e io e Silvia ci avviamo sempre più agitate. Ordina una bruschetta tonno e cipolle di cui mangia solo il tonno, lasciando il pane gommoso.  Sorride e dice che si rifarà a cena.

E risponde paziente alle mie mille domande sulla Bibbia, sulle traduzioni sulla letteratura. E m’illumina di sapere. Così come spiega nel libro “Le sante dello scandalo” ci parla di come,  ad esempio, nella traduzione ufficiale della Bibbia c’è malizia: che la punizione del parto doloroso di Eva è un’invenzione- partorirai con sforzo, dice il testo originale 
Lo riaccompagniamo in albergo a riposare: in serata lo aspetta l’incontro ufficiale con i lettori.
Appena arrivata ne approfitto per farmi fare una dedica sulla versione polacca di In nome della madre. Si ricorda il mio nome senza che gli dica niente. Seduta tra la folla di lettori approfitto per osservarlo, mentre un attore legge frammenti dei suoi testi.
È bello, anche se dimostra più anni di quelli che ha. Forse è il sole e l’aria di quella montagna che ama tanto. I suoi occhi sono magnetici, azzurri e trasparenti.   Poi tocca a lui a parlare, cerco di prendere appunti ma non è tanto semplice.
Si presenta e ci dice che in realtà il suo nome è Harry o qualcosa di simile, ereditato da una nonna americana. Ci chiarisce che a diciott’anni, stufo di dover spiegare a tutti come si scrivesse, lo ha semplificato. E poi racconta della sua Napoli: città spagnola, per sbaglio localizzata in Italia. Per pigrizia chiamata Nea Polis, città nuova, come mille altre, e distinta dalle altre per la peculiarità dei suoi abitanti. Dice che da piccolo lo scambiavano per americano e si stupivano che questo straniero parlasse così bene il napoletano.
A Napoli deve la sua educazione sentimentale, i tratti fondanti della personalità:  compassione, collera e vergogna. Dice che lontano da Napoli è come un dente staccato dalla mascella, senza radici- solamente appoggiato.
Il napoletano è la lingua della fretta, adatto al commercio e al litigio; l’italiano la lingua silenziosa dei libri. Un meritato riposo dopo il chiasso della città. Una città dai muri di tufo, che non separano per nulla, e attraverso le porosità permettono di ascoltare tutto quello che accade intorno.
Scrivere è la sua compagnia, assieme alla lettura e tra i suoi autori preferiti proclama  poeti del Novecento. Quel ‘900, secolo delle rivoluzioni, di cui è stato pienamente parte.
Mentre firma gli autografi io decido di andarmene. Entro in una drogheria per “buttare” qualche soldino e uscendo lo vedo venirmi incontro. Mi abbraccia ridendo e dice “Volevi evitarci, eh?”. Mi ringrazia e io emozionata ringrazio lui. Di essere e di scrivere. Mi bacia e attraverso gli occhi lucidi vedo i suoi, così azzurri, mentre mi dice: “Ci vediamo a Roma”. 
Ci puoi contare Erri.