Storia e astrologia in “Gli ebrei di Saturno”


Silvia Notarangelo

ROMAMoshe Idel è uno dei maggiori esperti di mistica e pensiero ebraico. Il suo nuovo saggio, “Gli ebrei di Saturno”, edito da Giuntina, è il risultato di un lavoro lungo e meticoloso che ha l’obiettivo di sviscerare, attraverso un’attenta analisi filologica e semiotica, il suggestivo legame tra il popolo ebraico e il Pianeta di Saturno.
Un rapporto che, nel corso del tempo, è stato oggetto di riflessione da parte di molteplici discipline e che continua, ancora oggi, a suscitare interesse e curiosità. Lo studioso, mediante numerosissime testimonianze sia edite sia inedite, recupera elementi del paganesimo antico e, in particolare, dell’astrologia, riuscendo ad evidenziare magistralmente le loro ripercussioni sulla dottrina ebraica e sulla sua percezione esterna.
Inizialmente le fonti citate pongono l’accento sugli attributi e le caratteristiche negative del dio-pianeta, su quegli aspetti più sinistri in virtù dei quali era attribuita agli ebrei la pratica di forme e rituali magici. Poi si registra un’evoluzione: a partire dal XII secolo viene riconosciuta a Saturno una “struttura concettuale positiva” legata a doti particolari, quali la genialità, la sapienza, la profezia. Tutte qualità che risulteranno decisive nella vicenda personale di Shabbetay Tzvi, il più celebre dei Messia ebrei “nel bene e nel male”. Al centro degli studi più recenti vi è, invece, la peculiare relazione tra il Pianeta e la malinconia, uno stato d’animo che può condurre anche a gesti estremi e che, talvolta, è stato considerato “quasi congenito al giudaismo”.
Pur esprimendo, in alcuni casi, dei giudizi abbastanza definitivi – la presunta correlazione ebraismo-malinconia, ad esempio, è ritenuta da Idel una forzatura connessa a “strutture culturali o all’influenza di determinati testi” – lo studioso si dice comunque convinto della necessità di continuare ad approfondire le tematiche da lui esaminate, in primis attraverso “un’analisi corretta dei materiali ebraici”. Si augura, soprattutto, che sia possibile sviluppare una concezione della storia in grado di ammettere “una varietà di correnti concomitanti diverse, che si sovrappongono e si oppongono simultaneamente”, nell’ottica di “un approccio interdisciplinare che rifletta la dinamica dell’evoluzione storica”.

“Al di là della natura”, l’uomo è l’animale che dimentica di essere animale

Silvia Notarangelo
ROMA – L’uomo è “l’animale che dimentica di essere animale”. Questa la tesi attorno alla quale ruota “Al di là della natura”, il bel saggio scritto da Marco Maurizi e recentemente pubblicato da Novalogos. Antispecismo, movimento animalista, Marx ed Engels, scuola di Francoforte: sono questi alcuni degli argomenti oggetto dell’accurata analisi dell’autore.
All’uomo non può essere tutto concesso. L’antispecismo ne è convinto. Non si tratta, però, di una condanna incondizionata della civiltà e della cultura. Più semplicemente, bisogna lavorare per una riconciliazione con il mondo naturale che non significa “tornare indietro”, ma stabilire un nuovo corso nei rapporti tra le specie.
Come immaginare, però, una società affrancata dalla violenza sugli animali che non abbia prima eliminato la violenza dell’uomo sull’uomo? Con questo interrogativo Maurizi introduce il movimento per i diritti degli animali, un movimento cui vengono contestate una sopravvalutazione dell’etica e dell’azione individuale, nonché la convinzione di costituire una società più giusta mediante un riconoscimento legislativo. Affinché ci sia, però, una vera liberazione animale occorre andare oltre.
L’indignazione verso il capitalismo e la sua ossessione per il profitto, già nella prospettiva assunta da Marx, possono, come dimostra l’autore, diventare strumento per una contemporanea liberazione animale e umana. Una liberazione che, secondo gli studiosi della scuola di Francoforte, non può che rientrare all’interno di un unico processo. Perché solo in un ordine che abbia saputo superare la contrapposizione tra cultura e natura, il rapporto tra uomo e animale riuscirà ad evolversi fino a divenire un “rapporto reale”, in cui sarà l’uomo con un “ atto di solidarietà” a decidere per e per il suo altro.

“Gli occhi della lingua”, la lettura interna di Jaques Derrida

Silvia Notarangelo
ROMAJacques Derrida non ha certo bisogno di presentazioni. Francese, di formazione fenomenologica, deve la sua fortuna filosofica alla tematizzazione del decostruzionismo.

Nel 2011, a sette anni dalla sua scomparsa, Mimesis Edizioni ha pubblicato “Gli occhi della lingua”, un volume curato da Luigi Azzariti-Fumaroli, in cui il Derrida riflette su una lettera del 1926, indirizzata da Gershom Scholem a Franz Rosenzweig.
La sua è una “lettura interna” che si sforza di attenersi il più possibile al testo tralasciando eventuali contaminazioni, richiami o commenti personali.
Nella lettera Scholem manifesta tutta la propria inquietudine di fronte a ciò che ha identificato come un “male interiore” che sta progressivamente lacerando il sionismo. Si tratta della secolarizzazione, della modernizzazione della lingua ebraica, in parte legata alle necessità della comunicazione quotidiana. Un male che, secondo Scholem, porterà non solo alla perdita della lingua sacra, di una lingua per natura non concettuale, ma determinerà anche un suo “ritorno vendicatore”, destinato a colpire quanti l’hanno profanata. Perché se è vero che non si può evitare di parlare la lingua sacra, si può, però, parlarla nello “scostamento, nella distrazione, come dei sonnambuli sopra l’abisso”.
Il tono, di ispirazione apocalittica, non lascia però trapelare quale sia il vero atteggiamento di Scholem, se di paura o di speranza in un ritorno della voce di Dio attraverso una lingua pronta, in qualunque momento, a risvegliarsi.
Non meno contraddittoria, come osserva Derrida, è anche la sua posizione in merito alla secolarizzazione. L’attualizzazione della lingua sacra è, in realtà, impossibile, la secolarizzazione non è altro che una “façon de parler”, una fraseologia vuota, un mero artificio retorico. E allora, non esiste alcuna lingua cattiva che viene a corrompere una lingua sacra, ma una “non-lingua alla quale si sacrifica la lingua sacra”. Un sacrificio che, nel distruggerla, non potrà che manifestarla e salvarla.

Hans Blumenberg e la sua "Teoria dell’inconcettualità"

Silvia Notarangelo
ROMA – La collana Terrain vague della :duepunti Edizioni si è recentemente arricchita dell’opera postuma di Hans Blumenberg, “Teoria dell’inconcettualità”, destinata a rappresentare il testamento spirituale del noto filosofo tedesco. Il testo, nato da inedite carte d’archivio raccolte da Anselm Haverkamp, sebbene ancora allo stadio di progetto, delinea, tuttavia, i fondamenti della prassi metaforologica, già espressi non solo all’interno di una serie di lavori preparatori, ma anche nel corso di una lezione accademica tenuta dal filosofo nel 1975.
Il saggio parte dalla definizione di concetto in quanto insieme di contrassegni mediante i quali è possibile selezionare quali rappresentazioni appartengano o meno ad un oggetto.

Esso possiede, quindi, un proprio campo di applicazione e si configura come il risultato di quella necessità, tipicamente umana, di operare con una certa “distanza spaziale e temporale”, nasce, in altre parole, dall’esigenza di dover rappresentare non tanto il presente, quanto “l’assente, il distante, il passato o il futuro”. Pur essendo un prodotto della ragione, il concetto non coincide con essa, dal momento che non riesce a realizzare tutto ciò che la ragione richiede. Tale lacuna viene colmata, secondo Blumenberg, dalle metafore, le quali, pur essendo già insite nel concetto, sono chiamate a supplire alla sua inadeguatezza, alla sue carenze, ai suoi limiti. La loro capacità di produrre qualcosa in più rispetto alla mera descrizione di uno stato di fatto, fa sì che riescano a coniugare “l’abito linguistico primario del riferimento alla realtà con quello secondario del riferimento alla possibilità”.

La metaforologia non può, dunque, limitarsi a considerare la metafora come un semplice ausilio alla costruzione di concetti ma deve inserirla all’interno di una più complessa teoria dell’inconcettualità, che il filosofo si augura riesca a ricostruire quegli orizzonti dai quali sono scaturiti gli “atteggiamenti e le costruzioni concettuali”.

"L’amore imperfetto", l’esordio di Dario Gigante

Alessia Sità
ROMA – Si può parlare d’amore senza scrivere un romanzo d’amore? Il libro di esordio di Dario Gigante, “L’amore imperfetto” pubblicato da Cicorivolta nella collana “I quaderni di Cico”, ne è una prova tangibile.
La narrazione di un dramma familiare, consumatosi all’interno di una famiglia alto borghese, ci conduce a una riflessione molto profonda su quali possano essere le sfaccettature di questo sentimento da cui tutto ha origine. La straziante tragedia che colpisce Biagio e Tommaso, trascina i due fratelli in un Caos totale, fatto di incontri e scontri, di legami forti e deboli, di istinti e rabbia.

Dalla morte misteriosa dei genitori, improvvisamente tutto crolla: la certezza del legame di Tommaso con Germana, la fiducia di Biagio nello studio della filosofia, la sicurezza di una famiglia solida. Un male inconfessabile abita il cuore dei personaggi. Tutto vacilla fino a sbriciolarsi lentamente. E quando la fine sembra ormai essere vicina, per qualcuno si apre una speranza: l’Amore ritorna e questa volta lo fa sotto nuove spoglie, offrendo finalmente una possibilità di riscatto. È un amore salvifico che nutre lo spirito e trasfigura il corpo, diverso da quello distruttivo che ha decretato il destino di uno dei due fratelli, condannandolo al tempo perenne della solitudine.
Sulla scia del Simposio di Platone, “L’amore imperfetto” ci guida alla scoperta di una nuova visione dell’eros, sempre più proiettato verso il bello assoluto e il sommo Bene. In un racconto sviluppatosi su diversi piani cronologici e attraverso la storia di ogni singolo personaggio, Dario Gigante ci presenta le innumerevoli mutazioni ed evoluzioni di questo sentimento totalizzante e inevitabile: l’Amore.
Dario Gigante, L’amore imperfetto, Cicorivolta, € 13,50