“Io sono Bellaq”, un bambino contro la cecità del pregiudizio

Giulia Siena
PARMA
– Bellaq Mostaganem ha nove anni, vive in Francia e ha un solo problema: il suo nome. Bellaq è un nome come un altro, non ha nulla in particolare – penserete – e non ha famosi esponenti che portano a spasso orgogliosi questo nome. E’ vero, avete ragione, è un nome poco conosciuto e poco diffuso; alla sua nascita, i genitori del ragazzo, avevano optato per Bilal, poi, lì all’anagrafe, c’è stato un errore e il nome che ne è venuto fuori è proprio questo: Bellaq. Nessuno ha più fatto caso a questo nome fino ad oggi, quando degli uomini incappucciati scesi da un elicottero hanno fatto irruzione nella scuola Jean-Moulin.

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Storia e astrologia in “Gli ebrei di Saturno”


Silvia Notarangelo

ROMAMoshe Idel è uno dei maggiori esperti di mistica e pensiero ebraico. Il suo nuovo saggio, “Gli ebrei di Saturno”, edito da Giuntina, è il risultato di un lavoro lungo e meticoloso che ha l’obiettivo di sviscerare, attraverso un’attenta analisi filologica e semiotica, il suggestivo legame tra il popolo ebraico e il Pianeta di Saturno.
Un rapporto che, nel corso del tempo, è stato oggetto di riflessione da parte di molteplici discipline e che continua, ancora oggi, a suscitare interesse e curiosità. Lo studioso, mediante numerosissime testimonianze sia edite sia inedite, recupera elementi del paganesimo antico e, in particolare, dell’astrologia, riuscendo ad evidenziare magistralmente le loro ripercussioni sulla dottrina ebraica e sulla sua percezione esterna.
Inizialmente le fonti citate pongono l’accento sugli attributi e le caratteristiche negative del dio-pianeta, su quegli aspetti più sinistri in virtù dei quali era attribuita agli ebrei la pratica di forme e rituali magici. Poi si registra un’evoluzione: a partire dal XII secolo viene riconosciuta a Saturno una “struttura concettuale positiva” legata a doti particolari, quali la genialità, la sapienza, la profezia. Tutte qualità che risulteranno decisive nella vicenda personale di Shabbetay Tzvi, il più celebre dei Messia ebrei “nel bene e nel male”. Al centro degli studi più recenti vi è, invece, la peculiare relazione tra il Pianeta e la malinconia, uno stato d’animo che può condurre anche a gesti estremi e che, talvolta, è stato considerato “quasi congenito al giudaismo”.
Pur esprimendo, in alcuni casi, dei giudizi abbastanza definitivi – la presunta correlazione ebraismo-malinconia, ad esempio, è ritenuta da Idel una forzatura connessa a “strutture culturali o all’influenza di determinati testi” – lo studioso si dice comunque convinto della necessità di continuare ad approfondire le tematiche da lui esaminate, in primis attraverso “un’analisi corretta dei materiali ebraici”. Si augura, soprattutto, che sia possibile sviluppare una concezione della storia in grado di ammettere “una varietà di correnti concomitanti diverse, che si sovrappongono e si oppongono simultaneamente”, nell’ottica di “un approccio interdisciplinare che rifletta la dinamica dell’evoluzione storica”.

"Perché è Santo", la storia di Giovanni Paolo II raccontata da Slawomir Oder e Saverio Gaeta

Silvia Notarangelo

RomaDa Seminarista, studente a Cracovia, Karol Wojtyla trovò appeso alla porta della sua stanza un foglietto con le parole “Futuro santo”. Era un gioco scherzoso dei suoi compagni, che oggi si colora però di una luce profetica. Nel 2005 Benedetto XVI ha aperto il processo di canonizzazione di Giovanni Paolo II affidando il ruolo di postulatore a monsignor Slawomir Oder, che in “Perché è Santo. Il vero Giovanni Paolo II raccontato dal postulatore della causa di beatificazione” racconta gli esiti inediti del suo immane lavoro di raccolta di documenti e testimonianze, che fanno luce su aspetti della vita di Wojtyla prima ignoti e che apportano al suo ritratto nuovi essenziali elementi. Oggi, nella settimana che precede la beatificazione dell’amatissimo Pontefice, ChronicaLibri vi suggerisce il saggio “Perché è Santo”, nel quale si ridisegna non soltanto l’immagine di un protagonista della storia del Novecento, ma anche e soprattutto quella di un credente capace di vivere nella propria carne il messaggio evangelico.
Densa di episodi finora sconosciuti, questa ricostruzione ci rivela un Giovanni Paolo II essenziale ai limiti della povertà, umile, generosamente sensibile ai bisogni del prossimo ma anche spiritoso e gioviale. Un mistico devotissimo a Maria, che passava ore steso a terra a pregare e si flagellava con una cinghia. Un uomo capace di perdonare e di riconoscere la grandezza nel prossimo, come attestano l’inedita lettera ad Ali Agca e quella a padre Pio da Pietrelcina, che lascia intuire un rapporto fra i due assai più radicato di quanto si supponesse.