ROMA – Furgul non è un cane come tutti gli altri. Il suo nome significa “coraggio” e in lui è certamente una qualità che non manca. “Doglands”, il nuovo romanzo di Tim Willocks (Edizioni Sonda), è la sua storia, la storia di un viaggio straordinario verso una meta sconosciuta eppure intimamente sentita e desiderata.
Lo scrittore inglese si cala nelle vesti del protagonista, raccontando gli aspetti positivi ma anche le tante, troppe crudeltà a cui i cani sono spesso sottoposti. Furgul guarda gli uomini dalla sua particolare prospettiva, osserva i loro comportamenti, si interroga sulle loro azioni: talvolta li reputa strani, talvolta affettuosi, altre ancora non sa spiegarsi il perché di tanto odio. “I grandi sfruttano tutti gli animali (…) prendono e usano tutto ciò che vogliono e, quando si consuma o si annoiano a usarlo, si limitano a buttarlo via”. Una lezione che suona come un pugno nello stomaco soprattutto detta da un cucciolo.
Furgul nasce tra le mura di Dedbone’s Hole, la prigione dove sono rinchiusi e allevati i greyhound da corsa. Il suo destino pare, dunque, inesorabilmente segnato. All’improvviso, però, un segreto sconvolge la sua vita. Tutto cambia, deve fuggire da Dedbone’s Hole. La separazione da Keeva, la madre campionessa soprannominata “Folata di Zaffiro” , è dolorosa ma inevitabile. Il mondo che lo attende fuori non sarà tutto rose e fiori. Le prove da affrontare saranno tante ma lui saprà sempre dimostrarsi all’altezza. Nel tempo, complici incontri ed esperienze non proprio positive, la sua personalità si plasma, fino a raggiungere una maturità ed una consapevolezza spesso difficili da comprendere anche per i suoi simili. Furgul non vuole “appartenere a nessuno”, è un cane selvatico e gli piace esserlo. È inquieto e scalpitante, desideroso della sua libertà, non capisce cosa significhi “essere addomesticati” e non ha nessuna intenzione di farlo. Soprattutto, non intende piegarsi ai desideri spesso subdoli degli uomini. Potrebbe scegliere la strada più facile e diventare un cane da compagnia, uno di quelli che ubbidiscono senza fare troppo domande, rinunciando di fatto alla propria natura. Invece no. Furgul va avanti e continua a scappare per inseguire il suo sogno: trovare le misteriose Doglands e liberare Keeva.
Al termine di una lunga ed entusiasmante avventura, si troverà di fronte al suo passato per giocare, finalmente, la partita più importante. Una partita in cui non basteranno la forza ed il coraggio, ma bisognerà giocare d’astuzia, ricordando sempre che “un cane libero non muore mai, ma continua a correre nel vento”.
Categoria: romanzo
“Il corso innaturale delle cose”
Giulia Siena
ROMA – “La lingua felice è assolutamente semplice e brutale: era la ragazza più bella che avessi mai visto. La lingua felice forse è spiacevole: mi guardava come uno più vecchio.”
Ma nell’amore l’età non conta. Nella felicità l’amore non conta; o forse sì. Qualcosa forse, in fondo, conta. Quel divario di età che all’inizio attrae e impaurisce, eccita e rende inquieto Tomas si chiama amore impossibile. Prima di lui, prima di loro, in questo amore controverso e problematico, caddero i cuori di Abelardo ed Eloisa e, ancor prima, quelli dei poeti latini e di quelli greci. Ma in una notte di inizio anno, Tomas e Janna, si incontrano.
“Il corso innaturale delle cose” dell’autore norvegese Tomas Espedal e pubblicato da Ponte alle Grazie, è la visione poetica e sovversiva dell’amore e del lavoro da parte di un uomo che insegue controcorrente la felicità.
Nella scrittura di Espedal e nella storia del suo protagonista, la quotidianità e il lavoro in fabbrica, l’attrazione per Agnete e il matrimonio, l’esperienza in Guatemala e la figlia, il cambiamento, la giovinezza di Janna e l’abbandono sono piccole cicatrici che segnano. Sono impronte che suggeriscono un percorso controcorrente, il percorso di un uomo che trova il successo e lo perde, che cerca l’amore e gli sfugge, che rifugge la solitudine per poi rimanere solo, che assapora la felicità e ne trova l’essenza.
Poche volte l’oggettività dei sentimenti: la felicità – e la sua assenza – la vita e la sua negazione, il futuro e il suo aborto sono state così magistralmente descritte.
“Eden”: il romanzo d’esordio di Alessandro Cortese
Alessia Sità
ROMA – “Il…Male?/Non sai cos’è?/ Spiegami, te ne prego./ Il settimo giorno il Grande creò gli angeli. Noi, primi tra i Suoi figli./ Voi siete il Male?/No. Siamo il mezzo attraverso il quale il Male ha preso forma e coscienza. La vita creata.”
Non sono una grande conoscitrice delle Sacre Scritture, ma devo ammettere che la lettura di “Eden”, il romanzo di esordio di Alessandro Cortese, edito da ArpaNet, mi ha fatto venir una gran voglia di rivedere con attenzione il passo della Genesi. Il dualismo fra bene e male, fra luce e tenebre, è alla base di questo piccolo capolavoro.
Stravolgendo completamente la tradizionale storia della Creazione, l’autore racconta come sia avvenuta la caduta di Lucifero. Gli oscuri segreti del Paradiso Terrestre vengono svelati senza esitazione. Al centro della vicenda ci sono gli Angeli bramosi di conoscere e appropriarsi definitivamente della propria libertà; questo incessante desiderio li spinge a ordire un complotto contro il Grande Padre. La cospirazione però viene scoperta dai cherubini e dall’Arcangelo Michele che, per punizione, strappano le ali ai traditori prima di scaraventarli dalla cima del Gòlgota nell’Abisso infernale. Lucifero, però, riesce – nonostante la terribile tortura inflittagli – a sopravvivere all’impatto col baratro. La descrizione del custode della luce, l’immagine eterea di Eva, la figura di Adamo affascinano e coinvolgono il lettore, spingendolo quasi a provare un sentimento di compassione nei loro riguardi. Il continuo gioco di luce e ombre, alimentato anche dalla presenza delle maschere indossate dai protagonisti che popolano Eden, contribuisce a creare un’atmosfera senza tempo e un alone di mistero a tutta la storia della Creazione.
Con un linguaggio elegante e ricco di riferimenti biblici, Alessandro Cortese ci guida in un viaggio sospeso fra mito e leggende, ribaltando completamente l’opinione comune sulla Genesi. Se desiderate avere un quadro completo su come sia avvenuta la cacciata degli angeli e della razza umana dal Paradiso Terrestre, seguendo sempre l’interpretazione di Alessandro Cortese, vi segnalo inoltre l’uscita del suo secondo romanzo, “Ad Lucem”, venerdì 21 dicembre.
“Dimmi che c’entra l’uovo”, tragicomiche disavventure da precariato
Luigi Scarcelli
ROMA – “Cerco di pensare a dove sto andando ma è come rispondere alla domanda sull’uovo e sul frigo…”
Finalista alla XXIII edizione del premio Calvino e segnalato dalla giuria per “la scrittura disinvolta e disinibita con cui affronta ironicamente e autoironicamente il tema della precarietà”, “Dimmi che c’entra l’uovo” edito da Del Vecchio Editore è l’opera del giovane scrittore Fabio Napoli. Classe 1986, l’autore incentra il suo romanzo sul tema della precarietà, tanto”caro” alla sua generazione.
L’uovo citato nel titolo è quello presente in una domanda di un test psico attitudinale che Roberto Milano, protagonista del romanzo, si trova a dover affrontare durante un colloquio di lavoro presso un fast-food. Roberto è un ragazzo appena reduce dalla perdita di tre dei quattro lavori precari con cui si sosteneva a Roma e anche il “colloquio dell’uovo” gli va male. Ormai disperato, Roberto forma assieme a Marianna e Riccardo, conosciuti poco dopo il colloquio al fast food, la Banda dei precari con l’intenzione di mettere a frutto delle rapine in bar della città e almeno avere i soldi per andare avanti. Tra rapine, storie d’amore e di competizione, la banda si troverà davanti al colpo della vita: una rapina in un fast food che dovrebbe fruttare loro abbastanza soldi da stare tranquilli per un bel po’ di tempo.
Il libro ha una scrittura molto sciolta e piacevole e attraverso i personaggi principali del romanzo l’autore descrive bene le principali paure e situazioni che i giovani precari d’oggi si trovano ad affrontare: il pensare giorno per giorno e l’assenza di qualsiasi programma di vita, il rassegnarsi a lavori frustranti e malpagati, la ricerca di una soluzione facile e fuori dagli schemi. Molti ragazzi leggendo questo libro rivedranno qualcosa di loro in Roberto, Marianna o Riccardo, ma saranno anche alleggeriti dal modo “ironico e autoironico” con cui l’autore descrive simbolicamente le sfortune di una generazione e facendo buon viso a cattivo gioco forse non risolveranno i problemi ma l’animo, almeno quello, lo salveranno.
“Trambusto”, ultima chiamata per il futuro
Silvia Notarangelo
ROMA – Trambusto è una particolare prigione, un luogo sospeso tra passato e futuro da cui si può uscire redenti o definitivamente dannati. È l’ultima chance, il bivio per decidere che cosa fare della propria vita. Peccato, però, che non bastino insegnanti, laboratori, regole e vigilanza per superare il vero trambusto, il più difficile da affrontare, quello che ognuno si porta dentro, frutto di scelte, di esperienze, di sofferenza. È un ritratto lucido e disincantato quello che Luca Gallo delinea nel suo secondo romanzo “Prossima fermata Trambusto”, pubblicato da Intermezzi. Una storia tormentata e, al tempo stesso, di speranza, perché se è vero che a dominare sono spesso prepotenza e arroganza, è altrettanto vero che il giorno in cui scegliere da che parte stare arriva per tutti. Paradiso o inferno: è il momento di decidere anche per i tre giovani protagonisti del libro.
Tarek, abbandonato dalla madre, vive con lo zio da quando il padre di origine tunisina non c’è più. Lavora in un’agenzia di servizi per cani e gatti anche se non ha mai abbandonato il suo sogno di studiare. Chioma proviene da una famiglia agiata, crescendo ha scelto di ribellarsi ad una vita ovattata e ora ha un chiodo fisso nella testa: battere Orso, il suo rivale nelle consegne, per diventare il più veloce tra i facchini. Lama ha deciso di dire addio ad un passato turbolento e tornare ad essere Christian, un lavoratore serio ed affidabile, segretamente appassionato di arte.
Apparentemente i tre ragazzi non hanno nulla in comune, fatta eccezione per quell’intento, non nascosto, di provare a raddrizzare un’esistenza che non sembra finora essere stata particolarmente generosa. Talvolta, però, le buone intenzioni non sono sufficienti. Si infrangono o, più semplicemente, devono fare i conti con i tanti imprevisti della vita. Ed ecco, allora, che basta davvero poco per essere risucchiati in situazioni che non forniscono vie d’uscita se non quella di rassegnarsi a pagare un prezzo non dovuto.
“Trambusto”, è qui che i tre accidentalmente si ritrovano. Un carcere a cielo aperto, un progetto destinato ad accogliere, su tram trasformati in piccoli appartamenti, tutti coloro che si sono resi autori di reati non gravi.
Durante la sua breve esistenza, nonostante schegge impazzite e tentativi di affondarlo, Trambusto si rivelerà molto di più di una semplice e inconsueta prigione. Sarà un’occasione per riflettere, per mettersi a nudo, per ricordare ciò che a volte si dimentica o si finge di dimenticare ma, soprattutto, sarà il momento giusto per fermarsi e capire che direzione stia prendendo la propria vita, se proceda nel verso desiderato o occorra dare una sterzata e ripartire da zero.
Tarek, Chioma e Lama torneranno alla “normalità” con desideri e propositi diversi, ma uniti da una stessa consapevolezza: Trambusto è stato solo un punto di partenza, l’ultima fermata prima del futuro.
“Tutto iniziò con un calice spezzato”: il mistero del giallo “sempreverde”
Luigi Scarcelli
PARMA –“Tutto iniziò con un calice spezzato” di Selwyn Jepson è un giallo proveniente da quella che potremmo definire la belle époque di questo genere di romanzo. Edito per la prima volta nel 1930, viene oggi riproposto dalla Polillo Editore all’interno della sua linea I bassotti, che ha l’intento di portare alla luce manoscritti misconosciuti o finora inediti in Italia appartenenti al cosiddetto genere giallo.
La storia si svolge durante il primo dopoguerra ad Eastblyth , un tranquillo paese della campagna inglese, in cui John Arden, eminente sociologo ed esperto conoscitore del luogo e delle genti che vi abitano, organizza delle cene in compagnia dei suoi vicini, personaggi tutti appartenenti all’alto rango della società. Una di queste cene viene interrotta da un proiettile che, entrato dalla finestra della sala da pranzo di casa Arden, sfiora il padrone di casa rompendo il calice che egli aveva in mano.
A questo agghiacciante e misterioso tentativo di omicidio seguiranno altri delitti, tutti a scapito dei commensali di quella famigerata cena. John Arden prenderà parte alle indagini coadiuvato dall’eminente criminologo George Jupp e dall’ispettore English.
Il finale lascerà sicuramente di stucco e soddisfarà anche il lettore più difficile ed esperto del genere.
A quasi novant’anni dalla sua prima pubblicazione, “Tutto iniziò con un calice spezzato” con i suoi colpi di scena, l’analisi dei personaggi, il movente e l’arguzia dell’assassino è quasi la prova del perché il giallo sia un genere, per usare un gioco di parole, sempreverde.
“Il pasto degli schiavi”: il monologo esistenziale di Adriano Marenco
Alessia Sità
ROMA – “Un uomo in gabbia. Una gabbia con le sbarre larghe. Ci si può passare senza problemi. Egli non può avere problemi a passare.”
Si apre così “Il pasto degli schiavi”, l’ultimo lavoro di Adriano Marenco pubblicato da Edizioni Progetto Cultura. In una continua alternanza di buio e di luce, ha inizio il monologo dell’autore, incentrato su una condizione umana ed esistenziale ai limiti del grottesco. Non siamo molto lontani dal degrado già descritto da Marenco nel suo precedente romanzo breve: “La palude e la balera”.
Al centro della piéce è il potere in tutte le sue sfumature. La scelta del soliloquio non è casuale, ma quasi necessaria per rendere bene l’idea di come il potere non sia in grado di instaurare un dialogo oltre se stesso. Dall’altra parte, ci siamo noi, “le scimmie”, spettatori quasi impotenti della miseria e dello squallore del nostro paese. Marenco porta alla ribalta una triste realtà, quella costituita essenzialmente dai più deboli, dai ‘poveri’ costretti a “strisciare” dappertutto. L’umanità che “striscia per un’opportunità”. L’uomo che nella didascalia iniziale è chiuso in una gabbia non è stato confinato brutalmente. Sceglie di restare nella propria prigione dorata, protetto dal mondo, in quanto consapevole di quello che c’è sulla terra: solo “untume e resti umani”. “Noi siamo sani e dobbiamo proteggerci dobbiamo proteggere la nostra famiglia la nostra famiglia la nostra famiglia e perciò ci rinchiudiamo sempre di più (…) dobbiamo comprare e comparire e infilarci nelle nostre ville bunker almeno chi se le può permettere. Ma anche una gabbia va bene. Che ci protegge dalla sporcizia di fuori”.
Con un linguaggio forte e a tratti surreale, Marenco porta in scena la triste realtà di un paese, il nostro, logorato dalla mancanza di moralità, in cui tutte le anime sono barattate per un nulla. Un paese in cui “un’anima vale meno di una crosta di pane’.
Le infinite possibilità della vita ne “Il latte versato”
ROMA– “Nulla è più vero di una storia inventata”. Con queste parole, Cristiana Bullita si congeda dai lettori al termine del suo nuovo romanzo “Il latte versato” (DEd’A Edizioni). Ed ha ragione. Perché ci sarà anche una buona dose di immaginazione, ma le vicende che descrive non solo sono saldamente ancorate alla realtà, ma la rappresentano senza filtri, così com’è, nei suoi momenti più e meno piacevoli.
Con sensibilità, umorismo e, a tratti, una vena di malinconia, l’autrice delinea il ritratto accorto e delicato di quattro amiche non più giovanissime, consapevoli di un vissuto che non si può cambiare, ma decise a credere nella vita e nelle sue imprevedibili possibilità.
Chiara, Carla, Angela e Francesca sono quattro donne cinquantenni, legate da una profonda amicizia. Hanno personalità diverse, hanno affrontato esperienze diverse, rivelano un modo diverso di approcciarsi alla vita. Eppure, in loro, si avverte una profonda, comune inquietudine che le rende precarie, in bilico tra il desiderio di andare avanti, di proiettarsi nel futuro, e un passato, talvolta doloroso, che continua a farsi sentire sotto forma di ricordi e di rimpianti.
Ma c’è qualcosa, di ancora più forte, che le accomuna: l’amore, in tutte le sue sfaccettature. Per Chiara, insegnante di storia e filosofia, è un sentimento, mai sopito, per quel suo compagno delle elementari, tale Franco Ruscitelli, la cui ricerca forsennata continua a scandire le sue giornate. Per Francesca, scottata da una precoce relazione finita male, si trasforma in passione, una passione estraniante che la fa “vivere al di fuori del recinto angusto della ragione”. Nell’esistenza di Angela, all’amore inconsolabile per una vita stroncata si unisce un’inarrestabile voglia di riscatto, un desiderio disperato che, non soddisfatto, rischia di farla scivolare in un abisso sempre più profondo. È un sentimento platonico, ma vibrante e adrenalinico, quello di cui non riesce a fare a meno Carla, talmente stordita dal vortice delle emozioni da non rendersi conto che qualcosa non va.
Nell’arco di una giornata apparentemente come tante altre, le quattro protagoniste avranno modo di fare i conti con se stesse, con le proprie debolezze e i propri errori, con un passato che sembra offrire una nuova, inaspettata opportunità, ed un presente che riserva, invece, spiacevoli quanto prevedibili sorprese.
“Una casa di petali rossi”: un romanzo che profuma di India
Alessia Sità
ROMA – “Nulla è più eccitante che cercare la verità e trovarla”.
E’ questa la certezza che anima totalmente “Una casa di petali rossi”, il romanzo di Kamala Nair pubblicato da Editrice Nord. La storia di Rakhee ha inizio da una misteriosa lettera, che la spinge a ritornare in India a distanza di moltissimi anni dal suo primo viaggio. Quello compiuto da Rakhee non è solo un ritorno alle proprie radici, ma è una sorta di catarsi, necessaria per poter intraprendere una nuova vita, accanto all’uomo che sta per sposare. Lentamente la giovane donna rivive, in un lunghissimo flashback, l’estate in cui lei e Amma lasciarono Aba e Plainfield per trasferirsi in India, nel villaggio natale della madre. Il ritorno alle antiche radici segnerà per sempre la vita di Rakhee, stravolgendo completamente anche l’esistenza delle sue ziee e delle sue chiassose cugine. Improvvisamente, quel segreto tenuto nascosto per troppo tempo riemerge, riportando con sè vecchi demoni difficilmente occultati. La scoperta della verità però ha sempre un prezzo da pagare e comporta anche qualche perdita, compreso l’amore. Rakhee ne è consapevole fin da bambina; ma nonostante le terribili conseguenze che la sua sete di conoscenza può avere, persiste tenacemente nella sua ricerca. Il desiderio di vincere la paura la spinge ad addentrarsi oltre l’impenetrabile giardino, che la sua famiglia ha tentato di difendere con tanta ostinazione per molti anni. La casa dei petali rossi non è semplicemente custode di un segreto, ma rappresenta allo stesso tempo l’unica chiave per la libertà. Fra profumi, antiche leggende e intensi sapori dell’India – illuminata da splendidi raggi di sole e talvolta annerita da cortine di pioggia – Rakhee ripercorre la storia della sua misteriosa famiglia. La scoperta di un passato doloroso, difficile da accettare, sarà per la giovane donna un passo fondamentale per spezzare definitivamente il legame con la vita precedente e per aprirsi a un futuro di promesse di gioia e, forse, anche di perdono. Attraverso il racconto delle mille sfumature dell’anima umana, Kamala Nair ci regala una storia intensa, fatta di emozioni, profumi e colori sgargianti.
“Le nebbie di Vraibourg” il romanzo di esordio di Veronica Elisa Conti
Alessia Sità
ROMA – “Durante il tragitto vide la città di sfuggita, ma quel poco bastò a deluderlo: era piccola, poco più di un paese e sembrava non offrire molte occasioni di vita mondana. Addio sogni di cene lussuose, serate all’Opera e nei locali di musica. La campagna era secca, sferzata dal vento, corteggiata dai boschi che infine la conquistavano. La carrozza si introdusse in un viale fiancheggiato da pini secolari. Etienne pensò che sembrava la strada del camposanto. Alla fine del viale si apriva un giardino con una fontana al centro. Al di là il castello e tutto intorno il bosco. Etienne scese dalla carrozza e guardò davanti a sé: il castello della Guyenne si stagliava contro il cielo scuro. Qualcuno lo osservava da dietro una tenda.” È questo lo scenario che si presenta al giovane Etienne Dorin non appena giunge nel piccolo paese normanno di Vraibourg.
Vincitore nel 2011 del Premio Luigi Malerba di Narrativa e Sceneggiatura, il romanzo di esordio di Veronica Elisa Conti – “Le nebbie di Vraiborug” edito da MUP – ci trasporta in una gelida Normandia dall’atmosfera gotica e misteriosa. Protagonista della storia è un giovanissimo ragazzo di appena diciotto anni, che dopo essere stato chiamato dal nobile Tancrède Des Essarts, per istruire l’enigmatico Dorian -‘volto bianco nell’oscurità’- decide di trasferirsi nel freddo castello di Guyenne. Ad alimentare il senso di inquietudine che aleggia nei luoghi della piccola cittadina è anche l’atteggiamento ambiguo dei personaggi che la abitano. La tranquillità apparente di Etienne presto è sconvolta dall’incontro con l’indipendente e schietta Ophélie De Clary e la solare fanciulla parigina, Madeleine Muset. Ben presto, il giovane viene coinvolto, suo malgrado, nella ‘nebbia’ che avvolge l’anima e il passato dei vari personaggi che incontra sulla sua strada. Tutti a Vraibourg sembrano nascondere qualcosa ed essere a conoscenza di strane storie sulla famiglia Des Essarts; ma l’ipocrisia della società borghese è difficile da scalfire e questo Etienne lo sa bene. La ricerca della verità per il giovane istitutore diventa sempre più insidiosa. La realtà con la quale dovrà fare i conti è molto diversa da come sembra. Sangue, menzogne e rancore sono al centro di tutte le vicissitudine di Vraiborug.
Con uno stile sobrio ed essenziale, Veronica Elisa conti ci regala una straordinaria storia senza tempo, in cui il mistero permea l’intreccio narrativo, basato sostanzialmente sulla continua dialettica fra verità, mistero e falsità.





