Speciale ragazzi: 10 Libri da regalare a Natale

regali-natale-2013-libri-per-bambini-e-ragazzi-da-regalareROMA – Lettori si nasce (e un po’ si diventa). Per contribuire alla crescita, al divertimento e alla fantasia dei bambini, non c’è modo migliore che leggere. Non, però, forzando i bambini a seguire una lettura quando non ne hanno voglia, oppure presentando il libro come alternativa ai giochi, alla tv e ad altri passatempi. Il libro è un regalo diverso, un mezzo per conoscere delle storie, per viaggiare con la fantasia ed esplorare nuove cose. A Natale regalate libri ai bambini in modo da regalare molto di più che un semplice oggetto. Ecco i nostri consigli, i nostri 10 Libri da regalare a Natale.

 

1. “Poesie di dicembre” di Vivian Lamarque e Alessandro Sanna, Emme Edizioni (Una raccolta di rime in cui la neve è protagonista – dai 4 anni)
2. “Raccontami l’inverno” di Federica Iacobelli, Vito Contento e Chiara Carrer, Rizzoli (Un libro per scoprire il ciclo delle stagioni – dai 5 anni)
3. “Nelle mie mani” di J. Lujan e M. Sadat, Bohem Press Italia (La fantasia e l’immaginazione portano lontano, anche quando si rimane nel salotto di casa – dai 4 anni)
4. “Glub” di Cristine Naumann-Villemin e Marianne Barciolon, Il Castoro (Un ottimo modo per ridere insieme sotto l’albero di Natale – dai 6 anni)
5. “Le lettere di Babbo Natale” di John R.R. Tolkien, Rusconi (E se invece di scrivere lettere a Babbo Natale fosse lui a inviare lettere? – dagli 11 anni)
6. “Orso ha una storia da raccontare” di Philip C. Stead ed Erin E. Stead, Babalibri (Un grande orso vuole raccontare la sua storia e lo scorrere del tempo – dai 4 anni)
7. “La principessa azzurra” di Irene Biemmi e Lucia Scuderi, Coccole Books (Piccoli artisti alle prese con una recita scolastica piena di sorprese – dai 3 anni)
8. “La leggenda di Lagonero” di Anno Lo Piano e Chiara Nocentini, Sinnos (Cosa fare quando il mistero si infittisce? Naturalmente aprire una indagine! – dagli 8 anni)
9. “Rosso Tiziano?”di Daria Tonzig, Artebambini (L’arte è fatta di particolari e di colori, tipo il rosso. Ma quale rosso? – dai 7 anni)
10. “Il dono dei magi” di O. Henry di Ofra Amit, Orecchio Acerbo (Della deve risparmiare e nonostante questo non riesce a comprare mai nulla per se, ma un giorno riceve un dono – dagli 8 anni)

“Diario di Zlata”: lo sguardo di una bambina su Sarajevo.

Zlata FilipovicGiulio Gasperini
AOSTA – “La mia realtà attuale è fatta di cantine, paura, granate, fuoco”. Persi nei ricordi i giorni della scuola, delle uscite con le amiche, delle prime cotte, delle prime libertà di bambini che diventano adulti con dolcezza. Zlata Filipović aveva appena 11 anni quando iniziò quel vergognoso massacro che fu la guerra di Bosnia, al termine della quale si contarono più di 100.000 morti e 1,8 milioni di sfollati. Il “Diario di Zlata”, edito in Italia da Rizzoli nel 1994 (dopo esser stato pubblicato in Francia l’anno prima per interessamento di alcuni giornalisti), ebbe sette edizioni in soli tre mesi. A quel tempo l’interesse per il conflitto era alto e il punto di vista di una bambina sulla guerra sedusse i lettori: un po’ come il celeberrimo diario di Anna Frank o come “Il sentiero dei nidi di ragno” di Italo Calvino, calarsi in una guerra nei panni di un bambino permette di scorgere delle aperture, degli spiragli, di cogliere delle angolazioni che nelle prospettive “adulte” finiscono per essere trascurati o ignorati.
Il diario comincia con le registrazioni banali e prevedibili dei cantanti preferiti, dei piccoli litigi con le amiche, dei voti scolastici. Fino a quando non si apre al mondo e scopre i dolori della guerra. In tutta questa narrazione, in questo quotidiano bollettino di guerra, Zlata alterna scritture di guerra e i suoi bisogni di bambina che cresce, in uno stridore di situazioni che rendono ancora più agghiacciante la sua infanzia violata, la sua adolescenza menomata: “Da ieri la gente è entrata nel Parlamento […] Abbiamo portato il mio televisore in sala, così ora guardo il primo canale da una parte e Good Vibrations dall’altra”. Finché, a un certo punto si accorge di essersi oramai dimenticata di parlare di sé. Come se nella guerra lei, i suoi bisogni di bambina, le piccole cose che a quell’età paiono le più importanti e inderogabili, non fossero importante: “È un po’ che non ti racconto più niente di me. Ti parlo solo di guerra, morte, feriti, granate, tristezza e disperazione”. Un vocabolario che non dovrebbe competere a una bambina di 11 anni. Un vocabolario che la spinge in una serie di domande senza risposta, di dubbi laceranti, di invocazioni che si perdono nel rumore dei colpi e nello schianto delle bombe: “Io amavo la mia infanzia e ora una terribile guerra mi sta portando via tutto. Perché?”.
Tramite il suo diario, tramite la catarsi della scrittura, Zlata cerca di trovare tutte le risposte che le occorrono per non arrendersi, per poter continuare a sperare una salvezza. Sono soprattutto i piccoli gesti che vengono esaltati, dei quali ci si stupisce perché paiono così fuori luogo nel contesto dei bombardamenti e degli spari, degli attentati e dell’assedio furioso a Sarajevo. Ma sono proprio questi piccoli gesti che riscoprono l’umanità, che la riavvicinano al prossimo, che la commuovono e la convincono di quella che una bambina, prima di lei, definì “l’intima bontà dell’uomo”: “Quando è scoppiato l’incendio stavano partorendo due donne. I bambini sono vivi. Dio mio, qui la gente viene uccisa, muore, gli edifici vengono bruciati e scompaiono. E nonostante tutto, dalle fiamme nascono nuove vite”.

20 giugno: la giornata mondiale del rifugiato

Tutti indietroGiulio Gasperini
AOSTA – Non tutte le persone che attraversano i confini sono alla ricerca esclusiva di un lavoro. Alcune di loro scappano dalle violenze, dalla fame, dalle guerre; molti di loro scappano per non essere uccisi, torturati, violati. E non tutti coloro che scappano possono essere rifugiati o asilanti. Ma potrebbero aver solo bisogno di una protezione umanitaria. Tutti statuti riconosciuti da una convenzione internazionale, quella di Ginevra, sottoscritta nel 1951 e ratificata da 147 nazioni. Laura Boldrini, nel suo libro “Tutti indietro” edito da Rizzoli nel 2010, fa chiarezza sulla terminologia, perché spesso l’incomprensione è l’origine di molte intolleranze: clandestino, profugo, irregolare, rifugiato, immigrato, extracomunitario, richiedente asilo sono termini che non possono essere utilizzati come sinonimi.
Concepito e nato a seguito della decisione presa dal Governo Berlusconi, nel 2009, di respingere i migranti che approdavano sulle coste italiane, soprattutto di Lampedusa, “Tutti indietro” è la narrazione appassionata di una donna che è stata, per tanti anni, portavoce dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati in Italia. E in questa veste la Boldrini ha potuto conoscere storie e situazioni di grande sofferenza umana, di profondo dolore; storie – e testimonianze – di uomini in fuga da fame e carestie, ma anche dal pericolo di morte, di tortura; dalla mancanza assoluta di prospettive o di orizzonti più sicuri e definiti, stabili e sereni. Il testo della Boldrini, attraverso i tanti punti di vista, attraverso il racconto di assurdi contrasti diplomatici (ad esempio, tra Italia e Malta) e di inconcepibili lungaggini burocratiche (come il ritardato salvataggio dei migranti appesi alle reti dei tonni, nel 2008), diventa un vero e proprio j’accuse contro una politica governativa miope e discriminatoria, colpevole di violare i principi basilari della Convenzione di Ginevra del 1951, in particolar modo il principio cardine, quello del non respingimento: perché “richiedenti asilo e rifugiati sono portatori di diritti e in quanto tali devono essere trattati”.
La Boldrini, con un argomentare lucido ma agevole ricorda come lo status di rifugiato sia esistito fin dai primordi dell’umanità: “Già Edipo mostra come parallelamente all’esilio nacque l’asilo, cioè la protezione dello straniero perseguitato”. E di come anche Dante si lamentasse della sua condizione di esule, nel canto XVII del Purgatorio: “Tu proverai sì come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale”. Il campionario presentato nel libro è vario, popolato di storie diverse ma sempre convergenti verso un’unica finalità: quello di approdare sani e salvi in un paese che accolga e dove si possa essere protetti, anche per consegnare e regalare un futuro migliore ai propri figli. E la Boldrini fa pratica di vita nel centro di accoglienza creato a Lampedusa: “Un centro di accoglienza rappresenta una miniera di storie, di situazioni estreme che rischiano di passare sottaciute se, nella frenesia delle cose da fare, non si ha il tempo o la curiosità di ascoltare”.
Il messaggio che la Boldrini intende diffondere è semplice, chiaro, senza possibilità di fraintendimenti: “I rifugiati non ambiscono a vivere di assistenzialismo ma vogliono rifarsi una vita, lavorare e condurre un’esistenza normale”. Al sicuro dalla fame, dalle guerre, dalle violenze.

Si ride e sorride con le “Vite degli uomini illustri”

Giulio Gasperini
AOSTA – Con la Storia si può pure scherzare, e anche con la suprema arte della biografie, che già dai tempi degli antichi greci e romani ricevette una codificazione e una regolamentazione abbastanza rigida e articolata. Tanto che proprio il modello di Cornelio Nepote, con le sue “Vite degli eccellenti capitani”, è preso di mira da Achille Campanile. Il suo “Vite degli uomini illustri” (Rizzoli, 1975) è una grottesca galleria nella quale il celebre umorista inficia e stravolge tutti i più famosi aneddoti e gli episodi che hanno oramai perso il valore storico e son diventati leggenda. Si comincia da Palamede, eroe del ciclo troiano, che pare aver inventato tutto, anche la grattacacio, per proseguire con la vita di Socrate e la passione di Archimede nel sollevare il mondo.
Non si tratta di mancanza di rispetto: l’umorismo è un’arte ben più raffinata e frizzante. È l’arte che utilizza il sorriso – non il riso a bocca spiegata – per evidenziare i meccanismi puntuali dell’umanità, per colmare i vuoti inspiegabili della comprensione umana. Come nella storia di “Quel generale romano” che, come padre abbracciò il figlio trasgressore ma vincitore, ma che come capo dell’esercito lo condannò a morte. Achille Campanile sottolinea anche le fisime e le manie che una certa letteratura scolastica e una storia distratta ci hanno consegnato: così Alessandro Manzoni diventa uno scrittore attento al minimo dettaglio e all’informazione più insignificante soltanto perché così rimarrà ai posteri; e si gettano inquietanti ombre sulla vera carriera di Casanova come amatore e come scrittori di una molta ingentissima di libri e libercoli: “Uno che traduce l’Iliade in versi non ha tempo di disonorare due o tremila fra giovinette, anziane, vecchie e madri badesse!”. E poi c’è la patata, che ha tra i suoi grandi promotori niente meno che il Re di Francia, Luigi XVI, e Volta, l’inventore della patata.

Ma la narrazione delle pecche e la dissacrazione delle storie da manuale contempla persino un attacco al presente, perché ogni maschera, ogni ritratto di questa grottesca galleria, diventa exemplum, scontorna i suoi limiti e si confluisce nel giudizio sull’adesso: “Poiché ho accennato al fatto – raccontando la storia di Alfred de Musset e del caffellatte – che il cappuccino è scarso di solito, debbo aggiungere che questo difetto si fa notare anche di più nel semplice caffè. Ormai siamo proprio a un sorso. Una goccia di caffeina. Meno forte, signori, e un po’ più abbondante!”.
C’è anche spazio per un completo stravolgimento, pur sempre ironico, della Storia: ne “La scoperta dell’America”, infatti, le parti sono completamente invertite. Cristoforo Colombo è il nome che si inventa un giovane scienziato inca approdato in Europa. Come a dire che la civilizzazione delle Americhe non arrivò con l’invasione del Vecchio Continente; e che la Storia, con la S maiuscola, è tutta una questione di prospettive.

“La carriera di Pimlico” applaudita dagli uomini.

Giulio Gasperini
ROMA – Non è molto dissimile da quella degli uomini la carriera dei cavalli da corsa. Manlio Cancogni ce ne racconta una, in particolare. Quella di Pimlico, un cavallo nato per dover essere educato a correre. “La carriera di Pimlico”, edito da Rizzoli nel 1974, fu un divertente tentativo di nascondere l’uomo dietro la narrazione della vita di un cavallo, provocando una sovrapposizione di coscienze e di destini che pare correre parallelo ma che si intreccia solido e potente. “Gli animali hanno sempre delle risorse”: non c’è verità più vera per un caporazza, per un uomo che, di mestiere, si occupa di loro e cerca di renderli il più vincenti possibile. Come se gli animali esistessero soltanto per la solidità delle loro gambe, per la potenza della loro cassa toracica, per l’attenzione che paiono trasmettere i loro occhi enormi.
Si comincia a raccontare il parto, la prima magia di un cavallo. Si prosegue con la descrizione di ogni successivo momento, dalla prima volta che il piccolo animale si solleva su quattro zampe, per proseguire con le prime controllate uscite dal box, il primo tentativo comandato di farlo innamorare. E poi si arriva alle prime gare, alle prime stagioni durante le quali si testa l’animale e si cerca di capire quanto, su di lui, si possa puntare per il futuro. E se ne raccontano poi le frustrazioni, le sconfitte, le delusioni patite sulle piste, sulle erbe dei circuiti, le corse spezzate seguite con apprensione e trasporto dagli spalti degli ippodromi, stagione dopo stagione, sperando sempre che la puntata non sia persa ma possa fruttare qualche lira, qualche soldo in più.
La narrazione prosegue con un’attenzione chirurgica ai termini, con un ricco vocabolario, acuto e calzante, in cui poche sono le parole e nessuna di queste è fuori posto. Un ricco vocabolario specialistico che non rende per nulla il racconto più distaccato ma che, anzi, lo potenzia di significato, e lo carica di valori e positività maggiori. Per tutto il racconto rimaniamo convinti che l’uomo domini il cavallo, che lo costringa a punizioni e a percorsi di crescita fors’anche estremi, assurdi. Per tutto il racconto pare evidente come l’uomo spinga e sfianchi, porti all’estremo e sopraffaccia ogni animale, per divertimento e senso si onnipotenza.
“Ma l’istinto, quando avverte il pericolo, vale più di un ragionamento”. La sapienza migliore, che l’uomo dovrebbe imparare, è pur sempre quella del cavallo, educato a correre, a sentire il pericolo incombere, a dover spingersi sempre oltre il proprio limite discreto. E alla fine si diventa consapevoli che anche i cavalli – forse – capiscono più di quanto all’uomo non sia sospetto. Oltre a tutto, al di là di tutto, l’uomo sospetta che la vita può essere chiara, manifesta, nota nel più profondo non soltanto a sé stesso ma anche agli animali. Perché il tempo non passa invano, niente può rimanere impunito; per nessuno: “Ma che la vita sia cambiata, forse lo sente più intensamente di me che sto a guardarlo dietro la staccionata”.

I nostri “Ricordi di scuola” e i migliori anni della nostra vita

Giulio Gasperini
ROMA – Ciascuno di noi ha pochi ricordi indelebili, come quelli della scuola. A scuola cresciamo, diventiamo adulti, cominciamo a conoscere noi stessi e gli altri, ci confrontiamo con la vite e con la realtà, ci esageriamo le persone che vorremmo: e ci sorprendiamo a considerarli i migliori anni della nostra vita. Giovanni Mosca nella scuola trascorse pochi anni, come maestro. Di questo mestiere, a cui rinunciò per dedicarsi al giornalismo, i suoi “Ricordi di scuola”, editi nel 1968 da Rizzoli, sono una testimonianza preziosa e irrinunciabile: ci aiutano a capire come funzionasse la scuola, nel passato non troppo distante, ma, soprattutto, cosa “fosse” e dove avesse intenzione di andare.
Quel che di più importante, infatti, si evince dalla lettura di queste pagine, redatte dall’occhio d’un maestro giovane e con poca esperienza ma non per questo acerbo né ingenuo, edotto di teorie didattiche e formative ma anche consapevole del proprio entusiasmo e dell’opportunità della deroga, è il legame di profondo rispetto che si instaurava tra tutti i partecipanti all’azione: allievi, genitori, maestri, istituzione scolastica. Tutti contribuivano alla realizzazione del progetto educativo di cui la scuola era referente ultimo e, forse, più determinante. Tutti concordavano su quali fossero gli obiettivi principali, le possibilità di deroga, gli spazi per la flessibilità, i giusti ruoli e i giusti spazi, le giuste pretese e i corretti giudizi.
Non c’è, in “Ricordi di scuola”, nessun’atmosfera idilliaca né idealizzata, alla maniera di “Cuore”; nessuna deificazione di alunni professori o programmi scolastici. Semplicemente, uno sguardo tenero ma non indulgente, ironico e sagace dimostra quanto buono poteva esserci in un’istituzione che, di lì a poco tempo, sarebbe stata colpita in pieno dalla potenza dirompente e stravolgente delle proteste studentesche e del ’68. Parrebbe quasi dirci Mosca che la rivoluzione, se cieca e incontrollata, rischia di privarci anche dell’essenzialità e della positività del buono.
È un racconto lungo di tenerezza e di affetto, che si concreta in figure plastiche, reali, concrete, che maturano e che impartiscono preziosi insegnamenti. Sono personaggi magistralmente contornati, raccontati nel loro ambiente privilegiato ed esclusivo: personaggi che crescono e maturano, esattamente come fanno gli alunni, in uno scambio continuo di esperienze e di insegnamenti; mai univoci né unidirezionali. Personaggi come la signorina Cenci, che, amante del suo mestiere, persino d’estate, quando la scuola è vuota e abbandonata, percorre leggera i corridoi e va a dare l’acqua alle piante rimaste nella classe; o come il maestro Garbini, che al pari dei suoi studenti fantastica su un cavallo bianco; o ancora, come la maestra Marini che, con la prospettiva di un fiore e di un amore, saprà cambiare e diventare più buona e meno severa coi bambini del suo doposcuola.
Alunni e insegnanti sono protagonisti allo stesso tempo, sullo stesso palcoscenico: ma sono forse i maestri a ricevere la rivalutazione più importante, dalla pena intelligente dell’ex giovane maestro Mosca. Sono tutti insegnanti, cioè, che hanno a cuore il loro mestiere, che non difendono inutilmente gli alunni ma ne esaltano le peculiarità e i talenti, che, anche quando li sgridano, ne conservano in cuore e nelle intenzioni l’affetto più profondo: una scuola, tutto sommato, radicalmente giusta negli intenti.

“Storia naturale di una passione”, ovvero quando a mancare è l’amore

Giulio Gasperini
ROMA –
L’amore e la passione non sempre procedono con ugual passo, né misura. A volte c’è passione, ma non c’è amore; altre volte fiorisce l’amore ma la passione gela. Chi può sapere quale delle soluzioni sia la migliore? Forse vorremmo tutti dire: quando ci sono, contemporaneamente, passione e amore. Ma quanto dura, effettivamente, la passione? Quanto dura, invece, l’amore? Possono sostenersi a vicenda e creare una sinergia duratura, oppure l’uno fagocita inevitabile l’altro? Alfredo Todisco, con un linguaggio volutamente aulico, raffinato, come in una sorta di antiquariato linguistico, ci squaderna una “Storia natura di una passione” (Rizzoli, 1976).
Todisco parrebbe dirci che amore e passione son due accidenti ben distinti, e nessuno dei due implica obbligatoriamente l’altro. In questo romanzo, in una storia dai sinuosi intrecci sentimentali e dalle complesse personalità ritratte, la passione esiste, si consuma nel tempo d’un errore, ma l’amore gemma soltanto in “lui”, mentre “lei” rimane glaciale, spietata nella sua analisi, senza possibilità di ricorsi.
I due si rincorrono, s’indagano, s’annusano e si dileguano, si telefonano e s’ignorano, s’allontanano e si riavvicinano: la danza è quella delle più collaudate, delle più sperimentate: un accendersi di passione incontrollabile, una furia feroce di sensi e di trasporto emotivo, che trascinano i due protagonisti in un vortice irresistibile di frasi non dette e parole rubate, di sguardi troppo insistenti e rimorsi insaziabili.
Sicuramente Alfredo Todisco dimostra una grande perizia d’analisi, che, per altro, esibì nella sua carriera persino scrivendo dei reportage di viaggio (come in “Viaggio in India”). E i suoi personaggi son orchestrati così sapientemente da parere la visione d’un teatrino, di quelli che, un tempo, facevano divertire i bambini ma sorridere i genitori, perché ne capivan tutti i trucchi, e perdevano la magia della vita che, da inanimata, riusciva a sorprendere.
L’ultima immagine del romanzo, da cui si trae la morale e che purificherà i cuori di “lui” e di “lei”, come una catarsi involontaria e persino fastidiosa, è quella d’una natura che paga lo scotto della violenza e della prepotenza umane e che si autoflagella, si autopunisce per salvarsi risolutivamente, presa da una cieca ira e da una rabbia che, non possiamo non immaginare, nel giro di poco tempo si riverseranno frenetiche e furiose sugli uomini che rimangono a valle, e che stanchi del cammino non trovan di meglio che ritenersi fortunati d’avere una sedia sulla quale sedere.

“Casanova” e la teoria del non promettere promesse

Giulio Gasperini
ROMA –
Denigrato e ingiustamente svilito da una critica attenta alla falsa morale Giacomo Casanova fu personaggio allietante il secolo XVIII, quando ancora l’Italia dettava una linea culturale e non destava gli scherni e la sfiducia degli altri paesi. Roberto Gervaso, leggera penna biografica, ne tratteggia con una straordinaria limpidezza narrativa la vita, nel volume “Casanova” (Rizzoli, 1974), sottotitolandolo “storia di un filosofo del piacere e dell’avventura”.
Casanova prevedibilmente si nutrì all’aria pura di Venezia. Illuminò il suo essere con le antiche prospettive delle rotte commerciali, degli orizzonti lontani, delle terre remote che la Serenissima possedeva e dalle quali traeva la sua ricchezza e quel prestigio che parve intramontabile. Venezia era una città che viveva più sul suo passato che sul suo futuro, ma “la gioia di vivere era nell’aria e tutti la respiravano”. Il suo carnevale era la concretazione più evidente di questa forza edonistica e l’amore veniva cantato persino dai gondolieri, un vero e proprio esercito che sfilava silenzioso tra le nebbie della laguna e si sfidava a colpi di rime e poemi.
Amò sempre Venezia, Casanova: la sentì claustrofobica per quel governo oligarca che non amava le diserzioni civili e temeva le personalità borderline, ma se ne strusse al ricordo quando, esule e peregrino, cercò tutti gli appoggi possibili per rientrarci o come quando, tra le brume della Boemia, guardava fuori dalle finestre della biblioteca polverosa del castello di Dux, diventata tutto il suo mondo, e scriveva in un francese, istintivo e divertito, la storia non ordinaria della sua vita. Fu città dalle scoperte sorprendenti, dai legami avventurosi, dai rapporti violenti; e nessun’altra ne resse il confronto.
Durante i suoi anni tumultuosi, Casanova sviluppò una propria, indiscutibile e assolutamente personale teoria del piacere. Un piacere che partisse da quello carnale, fisico, portato all’estremo sforzo del corpo, per allacciarsi a quello spirituale, arrivando finanche a una prospettiva di squarcio metafisico. Casanova amò tutte le donne che possedé. Le amò pur abbandonandole, perché non faceva loro mai promesse. E loro ne erano consapevoli e accettavano il gioco. Fu sempre sincero Casanova, sempre cristallino nelle sue richieste e nelle sue pretese. Come scrisse Christina Rossetti, poetessa inglese, promise me no promises / so will I not promise you, / keep we both our liberties, / never false and never true: non promettermi promesse così io non prometterò a te; manteniamo entrambi le nostre libertà: niente di falso niente di vero. Se non riusciamo a mantenerle, le promesse, direbbe Casanova insieme a Christina, meglio non farle. Ma amiamoci lo stesso, finché gli dei ci concederanno il tempo! Sicché non fu certo da biasimare Casanova, perché la libertà è supremamente migliore dell’ipocrisia.
Casanova fu tanti personaggi: difficile distinguere l’uomo dalle varie maschere. Ebbe tante professioni non perché indeciso, eternamente sofferente e insicuro, ma perché sempre arduo da delimitare in una sola auto-definizione.