Innamorata dei libri da sempre, ne ha fatto oggetto di studio. Ama il Medioevo e Federico II di Svevia e per fame di shopping ha svolto mille lavori orrendi. Ha scritto e condotto con Giuseppe di Chiera il programma radiofonico "Pandora e Senofonte" sull'emittente romana RM12. Il suo punto debole sono il gossip storico e le storie d'amore. Conosce un mucchio di poesie tristi a memoria con le quali adora ammorbare gli amici.

A Tutto Volume, 6-8 giugno 2014 ci vediamo a Ragusa. I libri sono in festa!

logo-atuttovolumeROMA – Gli scrittori più amati abbracciano Ragusa. I nomi di maggiore prestigio formano il programma della quinta edizione di A tutto volume. La partenza è di spessore internazionale: è la spagnola Alicia Giménez-Bartlett a dare il via venerdì 6 giugno 2014, aprendo un weekend speciale vissuto tutti insieme nella magia della città del barocco. Lo spirito dell’evento è sottolineato dal direttore editoriale, lo scrittore e giornalista Roberto Ippolito: “Per tre giorni condividiamo minuto per minuto libri e bellezze della città, conversazioni in pubblico e in privato, il programma che esprime la forte vitalità della cultura. Ci uniamo davvero in un grande abbraccio con gli autori che, restando nell’intero weekend, più ci fanno pensare e anche sognare”.

“A tutto volume”, di cui è direttore organizzativo Alessandro Di Salvo ed è promosso dalla Fondazione degli Archi con il patrocinio del Comune e della Camera di commercio di Ragusa e della Regione siciliana, si inaugura alle 18.00 di venerdì 6. La Bartlett dialoga con un’altra scrittrice, Alessia Gazzola, in una conversazione originale dal titolo “Petra Delicado e le altre mie creature” nella quale racconta i fortunati personaggi dei suoi libri pubblicati in Italia da Sellerio.

Nei luoghi più suggestivi del centro storico di Ragusa Superiore (piazza San Giovanni, Palazzo Garofalo, il sagrato della Cattedrale di San Giovanni Battista, il ponte dei Cappuccini) il programma messo a punto da Ippolito prevede poi nella stessa giornata Marco Travaglio, Alfio Caruso, Marino Sinibaldi, Valerio Castronovo, Riccardo Chiaberge, Alessandro Borghese e Pietrangelo Buttafuoco.

Da un angolo all’altro del cuore di Ragusa intorno a piazza San Giovanni, i protagonisti di sabato 7 giugno sono Chiara Valerio con la conduzione di Giuseppina Torregrossa, Innocenzo Cipolletta, Giancarlo De Cataldo con la conduzione di Andrea Vianello, Gianni Berengo Gardin, Edoardo Boncinelli e Giulio Giorello, Corrado Formigli, Loredana Lipperini, Alessia Gazzola, Costantino D’Orazio e Marco Steiner.

Il palcoscenico che solo Ragusa ha attende il festival domenica 9 giugno: Ibla, sito patrimonio Unesco con i suoi gioielli del barocco. Tra piazza Duomo, la chiesa di Santa Teresa e il prezioso teatro Donnafugata, ci sono Roberta Corradin, Silvia Avallone, Antonio Forcellino, Marco Damilano e Luciana Castellina. La chiusura, alle 21.30, è affidata a Domenico De Masi, che si confronta con Ippolito.

Per tre giorni Ragusa diventa così la capitale dei libri e della cultura, grazie anche all’allestimento, nella centralissima via Roma, della mostra fotografica “Scrittori”, realizzata dall’Auditorium con la collaborazione di Contrasto, e alle installazioni in piazza San Giovanni di libri giganti utilizzabili per sedersi e assistere agli incontri e di dorsi di volumi come decorazione dei pilastri dei portici del palazzo di fronte al Duomo.

Lettori, curiosi, visitatori possono scegliere chi e cosa ascoltare e vedere, lasciandosi rapire dallo splendore degli squarci barocchi e dai sapori del luogo.Ad arricchire ulteriormente il programma, che vanta già l’imbarazzo della scelta, la sezione “Extra volume” con la proposta nel corso della seconda e terza giornata di svolgimento, sabato 7 e domenica 8, di una serie di incontri spontanei espressione del territorio, segno di una realtà dinamica e piena di talento.

Coerente con lo spirito della rassegna anche l’attenzione ai bambini cui sono riservati, per questa quinta edizione, spazi specifici e appuntamenti esclusivi. “Abbiamo avvertito come un dovere avere una cura speciale per i piccoli lettori… per fortuna più bravi degli adulti!” afferma Ippolito. Ecco allora tante letture ma anche laboratori studiati apposta per loro, per esprimere in totale libertà, e senza il controllo dei genitori, tutta la creatività e l’intelligenza di cui sono capaci.

Infine il festival è anche un’occasione per gustare i piatti di raffinati chef e conoscere le bontà enogastronomiche del territorio; dalle delizie della rinomata pasticceria locale, espressione di un’arte raffinata, alla cioccolata di Modica, dal caciocavallo Ragusano DOP al vino Cerasuolo, dall’olio extravergine d’oliva dei Monti Iblei al pomodoro ciliegino e al miele.

Caracalla, l’imperatore che voleva essere Alessandro Magno

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ROMA – È faticosa la lettura di questo libro che gli editori chiamano romanzo poetico-storico. È faticosa in primis perché Andrea Foschini è un uomo molto erudito, che ama mostrare la sua erudizione, e poi perché i collegamenti mentali e storici non sono proprio chiarissimi a chi non conosce bene la storia. Ciò nondimeno (colloquialismo che mi perdonerete) non è un brutto libro, Caracalla, o il mito di Alessandro edito da Diamond. Se vogliamo ragionare nella misura banale di bello/brutto. È un libro complesso, che comprensibilmente si esaurisce in circa 100 pagine.

Ma come vi ho già avvisati, non lo si può approcciare impreparati. Perché Foschini adora i voli pindarici, le dietrologie, i segreti, i dico non dico, il forse era così ma forse no, e non è per niente facile disingarbugliare questa matassa. Quindi lettore avvisato…

Io però non lo chiamerei romanzo (anche se la tutela da eventuali accuse scientifiche ha la sua ragion d’essere) gli darei più del saggio storico-poetico. E amplierei certe pagine, così fitte di nomi e di fatti, che meriterebbero un approfondimento ulteriore, immagino sottinteso a carico del lettore.

Molto affascinante l’idea che associa l’imperatore romano al sovrano macedone, uno dei pochi cui la storia si riferisce con l’appellativo di Magno. Intrigante l’ossessione di Caracalla di emulare le sue gesta, ma si sa: chi segue gli altri non arriva mai primo.

Si tratta di un libello gradevole, ma nonostante il suo formto tascabile non lo consiglierei per una lettura veloce in metro, forse più per un lungo viaggio in treno. Con una buona connessione wireless per gli approfondimenti di cui sopra.

Annete Wieviorka: Auschwitz spiegato a mia figlia

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ROMA – È giusto spiegare ad un bambino l’orrore del lager? È giusto che un bambino sappia quali siano le infamie di cui l’uomo è capace? Mostrare ad un innocente che le guerre, gli stermini, non sono solo parole lontane legate a una cultura diversa dalla nostra, a un mondo dominato da leggi diverse dalle nostre, ma che le stesse cose succedono da noi che ci vantiamo di essere culla della democrazia?

Annete Wieviorka non ha dubbi. Lei, storico del ‘900, che convive ogni giorno con il tema dello sterminio degli ebrei si prende carico di questa responsabilità. Auschwitz spiegato a mia figlia è stato un caso editoriale, in Italia è pubblicato da Einaudi, a cui molti si sono interessati.

Molti adulti hanno letto per la prima volta di quello che succedeva nella cittadina polacca di Oswiecim, vicino alla vecchia capitale Cracovia e così vicino a Wadowice, dove nacque Giovanni Paolo II. Perché di Auschwitz molto sappiamo e non sappiamo niente.

È giusto chiamarlo campo di concentramento? Che differenza c’è tra Auschwitz e Birkenau? I tatuaggi facevano male? Perché volevano sterminare gli ebrei?

Domande naif alternate a domande concrete, come solo un bambino sa fare. Ma forse in quelle domande semplici si nasconde la verità.

Facevano male i tatuaggi? Sì, erano una ferita inguaribile. Non tanto per quella puntura inflitta con aghi di dubbia provenienza (ah i problemi dei nostri tempi, così igienici), ma per il loro significato. Per quello che quell’ago ti rubava: il tuo nome, la tua identità, il tuo posto nel mondo. Molte famiglie di sopravvissuti o morti ad Auschwitz usano tatuarsi il numero portato dal loro parente internato, per non dimenticare quel dolore.

Perché è sbagliato dire campo di concentramento, campo di lavoro? Questo termine è abbastanza corretto in riferimento ad Auschwitz I, ma non ad Auschwitz II- Birkenau. Il campo di Birkenau era un centro di sterminio. I convogli arrivavano e le persone scendevano in file ordinate. Si spogliavano seguendo l’ingannevole promessa di una doccia, e morivano sotto il venefico effetto del terribile gas Zyklon B. Arrivavano, scendevano e morivano. A volte qualcuno veniva scelto. Fortunato, viveva qualche giorno, qualche mese, prima di morire di fame, di freddo.

Se pensiamo ad Auschwitz, pensiamo ai sopravvissuti. È la cosa più sbagliata che possiamo fare. I sopravvissuti sono un errore, sono uno scherzo del sistema. Non dovevano esserci sopravvissuti ad Auschwitz. Quando le truppe entrarono a liberare il campo, videro ombre di persone, videro quello che gli internati chiamavano musulmani: persone in fin di vita, ridotte a pelle e ossa che vagavano nel campo. Quanti di quelli ancora vivi alla liberazione sono sopravvissuti al loro stato? E quanti sono riusciti a sopportare il peso di quello che hanno vissuto.

 

Si potrebbe pensare che Primo Levi sia un sopravvissuto. Abbiamo tutti letto il suo libro, abbiamo visto le sue foto in tarda età. Eppure Primo Levi è morto in quel campo. E come lui molti di quelli che abbiamo chiamato salvati. Persone che non hanno saputo liberarsi dall’orrore di ciò che hanno vissuto, e che hanno vissuto la vita dopo il campo come fantasmi. Strappati alle proprie case, unici rimasti di famiglie numerose.

 

Spiegate Auschwitz alle vostre figlie, spiegatelo ai vostri figli.

 

Fiordamalfi: romanzo sul profumo della terra dei limoni.

downloadMarianna Abbate

ROMA – Flavia Amabile è nata a Salerno. L’amore per la sua terra si sente in ogni riga del suo romanzo, in ogni parola. Fiordamalfi, pubblicato da La Lepre, trasmette quella sensazione di vivere in una cartolina che prova chiunque sia mai andato a visitare quella terra. Come se fosse sempre primavera.

Un posto fuori dal tempo, dove le donne fanno assaggiare i paccheri per verificare a cottura e non si scompongono quando gli uomini fanno i “saputi” in cucina. È da questo che si capisce che Flavia Amabile non vive più lì. Questa nostalgia un po’ sacra e un po’ pura ha ben poco a che vedere con la vita reale, somiglia a quei romanzi sulla Toscana che gli americani amano tanto.

Che non abiti più lì si capisce anche dal protagonista. Mi verrebbe da sospettare che sia quasi l’alter ego dell’autrice: un uomo che prende il coraggio a due mani e dalle pretenziose passerelle milanesi si trasferisce ad Amalfi a coltivare i limoni. Con il figlio di due anni, lasciando tutto com’è.

Sono belli anche i personaggi in secondo piano, la popolazione locale: il postino, l’autista spericolato, i paesani. Personaggi che hanno un’intelligenza diversa, che ragionano in modo totalmente distinto dal professionista di città.

E poi c’è il sottofondo di giallo: la lotta per tenere il figlio e gli impicci antichi di un padre che si è fatto fregare.

Il ritorno alle origini, alla natura, alla vita bucolica è un leitmotiv che troveremo spesso in libreria. Le nostre vite frenetiche hanno bisogno di staccare, di riposarsi. Per questo consiglio questo romanzo: non provoca un completo distacco dalla realtà, ma ci aiuta ad accettarla. Scappare in campagna non significa risolvere i problemi, che ci inseguiranno in capo al mondo. È una concretezza femminile, quella di Flavia Amabile, che ci trasporta in un mondo sognante, rimanendo con i piedi per terra. Con un vasetto di marmellata di limoni in mano.

“Il disagio della modernità” Taylor ci illustra i nostri errori

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ROMA – Viviamo in un mondo relativamente libero, che ci permette di scegliere a cosa dedicare la nostra vita. E abbiamo scelto: la dedichiamo a noi stessi.

È proprio l’individualismo, secondo Charles Taylor, il maggiore dei mali della nostra società. La causa di tutti i disagi e cioè della perdita di un fine e della libertà politica. Nel saggio “Il disagio della modernità” il filosofo canadese ci illustra i passaggi che portano l’uomo a rinchiudersi nella gabbia dorata dell’adorazione di sé, dimenticandoci dell’aspetto fondamentale della nostra essenza umana: la socialità.

La ricerca insistente dell’approvazione, di un elogio che dimostri la nostra unicità, l bisogno di diversificarsi dagli altri, diventano fini a se stessi, perdendo un’oggettiva utilità. L’estro artistico viene ricercato da tutti, senza spesso saper riconoscere il talento oggettivo.

Bene, Taylor non condanna completamente questo innamoramento egoistico, ma lo vorrebbe educare ad una funzione sociale. La socialità infatti, è l’unico aspetto a dare un fine alle nostre azioni. Così come lo è l’impegno politico in senso lato di impegno sociale. Senza il contesto le nostre scelte perdono di significato, perdono ogni valore.

Un tempo il destino dell’uomo veniva definito alla sua nascita. Nelle civiltà moderne non è così: il cambio di posizione sociale è possibile, seppure con sforzi sensibili. In questo modo l’uomo si arroga il diritto di assumere delle posizioni diverse da quelle tenute dal proprio governante, che un tempo era l’unico a poter decidere della vita dei suoi sudditi.

Se riuscissimo ad indirizzare i nostri interessi contestualizzandoli ad un bene maggiore, come quello comunitario, potremmo restituire alle idee la loro giusta valenza e il loro stesso ruolo di idee. Soprattutto in un mondo globalizzato che permette la circolazione di queste idee e la loro funzionalità cosmopolita.

Charles Taylor ha insegnato a Oxford, Princeton, Berkeley. Attualmente è docente di Scienza della politica e filosofia presso la McGill University, dedicandosi alle scienze sociali e alla filosofia politica. Sono importanti i suoi studi sulla tematica della secolarizzazione e sui rapporti tra modernità e religione.

L’incantatore e altre prose, incantate

lincantatore-di-joseph-roth_4095b610-8201-11e3-8bda-848426a6578d_cougar_imageMarianna Abbate
ROMA – Non sono una grande estimatrice dei racconti brevi. Di solito fatico ad entrare nella trama, e i libri cominciano a piacermi quantomeno da pagina cinquanta. Ma la collana “Ocra gialla” di Via del Vento edizioni, è una piacevole eccezione. L’editore, che si ripropone di pubblicare testi inediti e rari del Novecento, questa volta ci porta nel mondo incantato di Joseph Roth. Otto prose inedite in Italia del grande scrittore austriaco, autore di La leggenda del santo bevitore, La Cripta dei Cappuccini, La marcia di Radetzky e di tanti altri capolavori. Il segreto della leggibilità dei suoi racconti? Sono nati come articoli per riviste tedesche, quindi necessariamente brevi e d’impatto. L’incantatore e altre prose, a cura di Claudia Ciardi, ci ricorda nell’intensità la galleria delle maschere di Pirandello, ma non più da un punto di vista intimista. Sono più che altro volti incontrati per caso, storie delle persone che ogni giorno salgono sui tram, pensieri che nascono distratti in fila alla cassa. Un po’ come lo sarà la nostra lettura di questo libello tascabile e piacevolissimo, che in un attimo ci incanta con la sua trama, per poi voltare pagina e ritrovarci nel rumore quotidiano dei nostri impegni.

Un libretto – di grande letteratura – da portarsi nelle sale d’aspetto, nei viaggi verso il lavoro, in fila alla posta.

 

 

“La felicità sta in un altro posto”, sempre.

1706723_0Marianna Abbate
ROMA
 La vita ha la brutta abitudine di cambiare rotta repentinamente, senza avvertire, per poi farti guardare allo specchio e vedere un’altra persona. È così che Caterina, da educanda delle suore calabresi, in una sola notte di terremoto naturale e interiore, è diventata Mimì, la puttana di un infimo bordello napoletano. È lei, in entrambe le vesti, la protagonista di “La felicità sta in un altro posto” di Sara Loffredi edito da Rizzoli.

 

Siamo nel 1908 e in questo bordello ha luogo l’iniziazione al mestiere, un evento traumatico che segnerà per sempre la sua esistenza. Ma Caterina non si piange addosso, le ambizioni non l’hanno abbandonata. La ragazza, che ancora non si riconosce nel ruolo assunto, capisce presto che rimanere in una casa di piacere di pessima qualità non potrà giovarle in alcun modo. Decide, così, di iniziare una scalata sociale nel mondo della prostituzione, incontrando Donna Luisa, la maitresse di una casa di piaceri di alto livello.

Mimì non è ancora adatta a intrattenere clienti di un certo tipo, per questo passa una complessa formazione – che ricorda un po’ quella dell’Imperatrice Orchidea di Min Anchee – grazie alla quale qualcosa cambierà, sarà in grado di gestire al meglio non soltanto le relazioni con i clienti, ma soprattutto le proprie emozioni.

Prima Donna Luisa e poi Mariasole, la guideranno come dei Pigmalione modello, insegnandole tutto quello che sanno. Ma sarà poi la stessa Mimì a dover comprendere a fondo quali siano le scelte giuste, e se dar retta al proprio cuore sia proprio così sbagliato.

Sara Loffredi, al suo esordio letterario, ha dato vita a una storia in cui desiderio e bisogno di sopravvivenza si mescolano. “La felicità sta in un altro posto” è ben scritto, a tratti introspettivo, a tratti drammatico, sempre inevitabilmente rosa, senza mai essere volgare. Un interessante dipinto di un’epoca lontana, pur sempre molto attuale, nella tematica morale della compravendita del sesso.

 

 

 

“La notte”, il fumo, il freddo e Auschwitz

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ROMA – “Questo è Auschwitz. Come fate a non sapere cosa succede qui, è il 1944!” Sono queste le parole che accolgono gli uomini frastornati, scesi appena da un vagone per bestiame, dopo un viaggio durato diversi giorni. Dopo un viaggio terrificante, stipati in ottanta, senza acqua e senza aria.

Cosa può esserci di peggio di questo?

Ce lo racconta Elie Wiesel, celebre sopravvissuto del campo di Auschwitz, nel libro forse più conosciuto sulla Shoah: “La notte”, edito da Giuntina.

Continua

“L’ordine di Babele”, quando un thriller dura sessant’anni

copertina_babele_bigMarianna Abbate

ROMA – “Chi è mio padre?”. Questa domanda ha un potere indescrivibile, potrebbe smuovere mari e monti. È questa la domanda che si pone Emanuelle, nel momento in cui si rende conto che il mistero potrebbe non essere mai svelato. È lei la protagonista de “L’ordine di Babele” di Flavio Villani, edito da Laurana.

Sua madre, Isabelle, sta per morire, e lei, solo lei potrebbe rispondere a quell’unica domanda che non lascia riposare la figlia. Ma quella donna morente pare determinata a mantenere il suo segreto, con la stessa caparbietà che l’ha fatta tacere per tutti questi anni.

Solo una foto potrebbe aiutare la donna a ritrovare una traccia del suo passato, quella che ritrae Isabelle con due uomini: Vincent e Pierre. Due uomini legati da un’antica, torbida storia di spionaggio e tradimenti.

Vincent è un detective, inviato nella Saigon degli anni ’50 per trovare e uccidere il misterioso Babel, una geniale spia che è riuscita ad ingannare l’intelligence francese. Ma una volta lì, diventa anche lui vittima di ossessioni, manie, in un circolo di follia che lo porterà a perdere la moglie incinta. Quella moglie è Isabelle, fuggita con la bimba in grembo. E la bimba è Emanuelle.

Ma è davvero Vincenti il padre? O il padre si chiama Pierre? L’altro uomo della foto, psichiatra, sospettato di avere una relazione con Isabelle. Sospettato di essere Babel.

Emanuelle riuscirà a contattarli entrambi, ricostruendo per quanto possibile, gli avvenimenti di quegli anni oscuri e concitati. Nessuno le darà risposte esplicite, nessuno le dirà nulla. Nessuno dirà nulla di chiaro neanche al lettore, ma gli indizi sono molti e forse è meglio così. Emanuelle capirà, potrebbe capire anche il lettore.

Flavio Villani fa parte di quelle persone coi piedi per terra che hanno un mestiere, oltre a quello di scrittore. Lui è un neurologo, ma nonostante il suo mestiere sia complesso e faticoso, trova il tempo e la voglia di scrivere. E, nota bene, scrivere con qualità.

Perché tengo a specificare questo punto? Troppo spesso ci troviamo di fronte a persone illuse, che immaginano che il mestiere di scrittore possa mantenerci dio alla pensione e magari, farcene accantonare una. Nel mondo editoriale di oggi, questo è molto poco probabile. Quindi se amate la scrittura davvero, se volete davvero diventare scrittori, senza rotolare nell’autocommiserazione perché nessuno vi offre centinaia di migliaia di euro per i vostri romanzi, fatelo. Cercate un lavoro, impegnatevi. E la sera stanchi, scrivete. Vi stupireste di sapere quanti scrittori storici, entrati nella grande letteratura, pubblicavano a proprie spese i loro romanzi.

A Natale, storie russe sotto l’albero

Marianna Abbate

ROMA – Cechov ci raccontò la storia dello sfortunato zio Vanja in un complesso dramma di quattro atti. Luigi Mancuso decostruisce la struttura teatrale dell’opera, trasformandola in narrativa, per regalare anche ai lettori più piccoli l’atmosfera irripetibile della campagna russa. Lo zio Vanja diventa così un racconto, molto più fruibile, per chi ancora non è abile nella lettura, ma anche per chi vuole soltanto dilettarsi con una bella storia, tè e biscottini.

Lo zio Vanja e altre storie russe” pubblicato da Nuove Edizioni Romane, è il regalo ideale per grandi e piccini.

Il libro ci regala altre due storie, questa volta atti unici: “Una proposta di matrimonio” e “Le nozze”. Inconfondibile il sapore della Russia di fine ‘800, in bilico tra modernità e tradizioni, tra gusto del passato e sete di modernità.

Come sempre, attraverso un libro possiamo aiutare i bambini a comprendere la realtà odierna, le contraddizioni e i problemi che da sempre accompagnano un popolo in gara con l’Occidente. E se anche non vogliamo addentrarci in dietrologie, possiamo sempre deliziarci con una bella storia magistralmente narrata.