L’editoriale: quando leggere era un piacere. Con “I distillati” di Centauria il piacere di leggere viene svenduto per 3.99 euro

distillatiGiulia Siena
PARMA – Quando leggere era un piacere non ci si preoccupava delle pagine di troppo, del tempo dai impiegare, di quanto dovessimo risultare lettori voraci e veloci. Quando leggere era un piacere alcune cose sembravano assurde… tipo parlare di libri “distillati”, ovvero edizioni di romanzi commerciali “ristretti” (di pagine e contenuti) per invogliare il pigro popolo di lettori. Quando leggere era un piacere questo sarebbe sembrato impensabile; nel tragico mondo attuale, a cavallo tra Natale e il nuovo anno, invece, questo è diventato pensabile e – purtroppo – attuabile. Continua

L’Editoriale: Festivaletteratura di Mantova, dalla parte dei lettori

Festivaletteratura Mantova CHRLGiulia Siena
MANTOVA
– Nuovo anno, nuovo Festivaletteratura di Mantova. O sempre il solito, oserei dire. Oso perché sono qui a raccontarvi il Festival come non siete abituati a vederlo. Voglio farvi uscire dal salotto buono della manifestazione mantovana e girare con me, tra le strade e le piazze della città alla ricerca di qualcosa da ascoltare, leggere e osservare. Voglio proporvi di guardare al festival dalla parte dei lettori. Per questo, e anche perché noi da poveri giornalisti squattrinati e senza badge, siamo qui a osservare per voi, a informarvi come dei semplici lettori, di quelli appassionati che per assistere ad un evento letterario e sentir parlar di libri fanno anche diversi chilometri e il pranzo al sacco. Partiamo.
Siamo nella giornata di sabato, il clou, penso. Allora arrivo in piazza Sordello, in cuore di questo Festival e, tra la gente che cammina blanda alla ricerca di qualcosa, comincio a spulciare il programma. Gli eventi, quasi tutti, sono a pagamento: questo significa che per assistere all’incontro tra Colm Tòibin e Ranieri Polese oppure quello tra Alberto Arbasino e Marco Belpoliti devo pagare 5 euro di biglietto di ingresso. Certo, non è tanto… ma sono solo le dieci del mattino e la giornata è piena di eventi a ogni ora, tutti – o quasi – rigorosamente a pagamento. Se volessi assistere a quattro eventi da 5 euro – ce ne sono dai 4 ai 15 euro – avrei speso a fine giornata i miei 20 euro, senza contare che qualche libro – è il festival della letteratura, no? – volevo pur comprarlo. E poi, leggendo bene il programma, e da quello che dicono gli organizzatori, tutti gli appuntamenti in programma hanno degli foto (52)sponsor. Inoltre, il festival è sponsorizzato e finanziato da istituzioni, aziende, enti pubblici e privati. Allora, a cosa servono questi sponsor se poi il lettore o il curioso deve sborsare di tasca propria per assistere a un evento presentato come il Festival della letteratura? Di letteratura ne vedo poca, mi sembra più una splendida pubblicità alla città – sempre splendida, Mantova – attraverso una manifestazione a fini commerciali. E questa sensazione diventa tangibile quando, nel pomeriggio, in uno dei pochissimi eventi gratuiti, mi imbatto nella magnifica lettura di una favola di Tommaso Landolfi. Il pubblico è catturato dalla lettura piacevole e dalla location suggestiva, ma a un certo punto, quando siamo tutti con il fiato sospeso per carpirne il finale, uno dei lettori dice: “Se volete sapere come va a finire questa favola e conoscere tante altre storie vi consigliamo di visitare lo spazio alle nostre spalle”. Lo spazio c’è, ci vado e non è altro che un bookshop. Io i libri li compro comunque, anche senza tranello (infatti mi sono concessa qualche vintage da leggere sul lungo lago – foto in basso)!

 

festivaletteratura giuliasienaSconvolta un po’ da questo modo di fare “cultura” abbandono le mie pretese letterarie e visito la città. Non era forse questa la finalità del Festivaletteratura?

L’Editoriale: quando ogni libraio consiglia gli stessi libri

editoriale CHRL consigli del libraioGiulia Siena
ROMA – Succede ogni anno, sicuramente più volte l’anno. Succede in vista dei regali di Natale e succede per le vacanze estive. Entri in libreria e succede. I librai, tutti i librai, forti della loro esperienza di osservatori-lettori-addetti ai lavori ti segnalano un libro da portare sotto l’albero oppure il libro da mettere in valigia. Lo fanno in  diversi modi: con una classifica dei libri più venduti della libreria, con piccole recensioni home made, con segnalazioni o semplici richiami sulla copertina. Lo fanno e, anche questa volta, per questa estate che stenta a partire, lo hanno fatto. Mentre loro lo facevano ed erano intenti a esporre i libri “consigliati” io li guardavo – ne ho guardati almeno una dozzina in tutta Italia – e non ho potuto fare a meno di notare che tanti librai hanno suggerito gli stessi libri… L’equazione, infatti, è stata semplice: tanti librai per pochi libri. Nel mare magnum delle pubblicazioni che ogni giorno l’Italia del libro sforna, gli addetti ai lavori hanno selezionato più o meno sempre i soliti nomi. Quali sono questi nomi? L’ormai letterata Chiara Gamberale che con il suo “Per dieci minuti” sta diventando un fenomeno editoriale. Non me ne vogliano i suoi fans – che lei è anche brava a scrivere – ma non c’è solo il romanzo di chi, per dieci minuti, ogni giorno, fa qualcosa che non avrebbe mai fatto. Il tormentone, poi, che – a quanto pare – i librai italiani appoggiano è Giuseppe Catozzella che con il suo “Non dirmi che hai paura” si è aggiudicato il Premio Strega Giovani 2014. I visti, rivisti e già visti si arricchisce anche di “Open”, la vita romanzata dell’asso del tennis Andre Agassi: bellissimo romanzo per tutti ma… basta! Da notare, ancora, che tra i “consigliatissimi” e non si sa per quale motivo effettivo c’è sempre l’ultimo Premio Strega e, infatti, questa volta è “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo. E qui la mia domanda – come ogni anno – è sorta spontanea: facile per un libraio consigliare un libro fascettato con la sorniona scritta: Vincitore del Premio Strega; non sarebbe più coraggioso consigliare un bel romanzo ma scartato alle prime selezioni dell’ambito Premio? Quando finisce o finirà la dittatura dei grandi nomi, dei grandi marchi e dei piccoli libri? Dove comincia il coraggio di un libraio? Perché da Aosta a Bari, passando per Parma, Bologna, Roma e Napoli, io ho visto consigliare tutti gli stessi libri? Sicuramente ce ne sono di librai oculati, di quelli che leggono e che non hanno paura di consigliare un piccolo nome, un piccolo marchio ma un grande libro. Ma questi librai suonano ancora come rivoluzionari. Allora la rivoluzione facciamola, scegliamo dei libri che siano dei grandi libri e non facciamoci soggiogare dalla paura che quel libro andrebbe richiesto, prenotato e atteso. Anche questo è il piacere della lettura!

 

Buoni libri a tutti.

 

VerbErrando: Il Salone Internazionale del libro di Torino 2012

Veruska Armonioso
TORINO
– In questi giorni appena passati avevo una missione. Dovevo raggiungere il Salone Internazionale del libro di Torino. Dovevo portare a casa un editoriale sul Salone e su tutto quello che di curioso e culturale ci fosse.
Sulla carta era un viaggio facile: destinazione Torino. Piccola deviazione per Milano, partenza da Roma. Sulla carta, come dicevo, era un viaggio facile.
Non è che la prudenza fosse il mio obbiettivo, era nata come una contingenza.
Partendo da Roma stavo lasciando tre settimane di cambiamenti radicali. Di quelli che fai ogni sei mesi, tipo cambio di stagione. I cambiamenti di quando scopri che quello che credevi bianco in realtà era nero, oppure di quando ti accorgi che quella che credevi verità era una menzogna. Quando pensi di essere sazio e invece lo stomaco sbraita, quando sei certo di aver capito e invece sei più confuso di prima. Insomma, quella roba là era quanto successo nelle tre settimane precedenti. Certo, erano successe anche altre cose. Tipo nuovi arrivi, nuove notti, nuove scarpe, nuove cose. Solo che le cose vecchie, quelle dei cambiamenti radicali, bruciavano ancora parecchio. Allora avevo cercato rifugio in un libro sullo scaffale accanto alla porta del mobile Ikea. Avevo capito che per superare quelle tre settimane precedenti avrei dovuto sviluppare una dote che non mi apparteneva e che, per riuscirci, era necessario attingere a strumenti precisi: la letteratura. Ciò che dovevo ottenere si chiamava pazienza. Come quella di aspettare prima di uccidere, di lasciare che gli eventi accadano da soli, di far maturare i tempi senza precorrerli. A me piace precorrere. A me piace correre, vado in palestra apposta… un tempo non era mica così, io a correre mi annoiavo. Lo trovavo faticoso e inutile. Fisicamente, perché mentalmente ed emotivamente correvo da sempre. Da trent’anni almeno. Così negli ultimi due anni, finalmente, avevo trovato una certa coerenza tra il corpo e la mente, ora tutta me correva. Solo che gli accadimenti delle tre settimane precedenti mi avevano fatto rallentare. Quando sei abituato a correre e rallenti, scalpiti. Allora serve praticare la pazienza. Ecco, direi che è nato tutto da lì, dalla necessità di gestire il rallentamento, perché la corsa mi avrebbe portata dritta verso l’omicidio di cui parlavo prima ed era un gesto da evitare se volevo rimanere libera. Sorvolerò su nomi e cause e andrò dritta al giorno della mia partenza per Milano e al momento che da qui in avanti definirò momento dell’illuminazione.
Erano le 7.30. Con me avevo un trolley arancio, una borsa con il notebook e Temperamento di Stuart Isacoff. Ero assonnata, ma decisi di leggere. Avevo questo libro da qualche tempo, lo avevo trovato in una piccola libreria durante un soggiorno ad Arezzo. Quando lo vidi fui subito affascinata dal tema: l’avvento del temperamento equabile nell’accordatura degli strumenti a corda per far sì che ogni grado della scala sia esattamente equidistante da quelli che lo precedono o lo seguono. Questo permette di ripetere la stessa figura musicale a partire da qualsiasi nota creando relazioni tra loro precise e coerenti. Da ex pianista ero affascinata dallo strumento, non solo sotto il punto di vista estetico musicale, ma anche letterario. Lo avevo sempre considerato un essere umano. Un pianoforte è una vita. Viene messo al mondo attraverso attente manovre, con caratteristiche “genetiche” particolari. Ogni strumento respira, perché fatto di legno, è soggetto al freddo, al caldo, all’umidità, all’aridità. Se cade si rompe, se subisce scosse gravi va riaccordato, se non lo si suona per tanto tempo si atrofizza, se lo si dimentica, muore. Per farlo parlare basta premere dei tasti, ma per sentirlo dire frasi di senso compiuto bisogna conoscere il suo codice e suonare i tasti giusti, che corrispondono alle corde giuste. Quasi tutto quello che sono l’ho imparato suonando o leggendo. Quello che stavo cercando arrivò presto, a pagina quattro:
“Di pari passo con l’evoluzione dell’arte musicale si andò formando un paradosso allarmante, che minacciava di insidiare e indebolire l’intero ordinamento. […] Nessuno strumento a note fisse, come ad esempio il pianoforte, è in grado di comprenderle tutte. E dunque, certe combinazioni di suoni che avrebbero dovuto suonare dolci e consonanti risultavano spesso, sugli antichi strumenti a tastiera, stridenti e dissonanti. Nella loro ricerca di una soluzione, i musicisti cominciarono a temperare, cioè ad alterare lievemente l’accordatura dei loro strumenti, allontanandosi dagli antichi ideali”. Era chiaro che fosse un messaggio per me: temperare. E poi continuava con un monito:
“Non fu un passo facile. I critici lamentavano la dolorosa perdita della bellezza e dell’impatto emotivo della musica; i fautori del cambiamento, al contrario, sostenevano che, poiché tutto è soggettivo, l’orecchio e la mente dell’uomo si sarebbero presto abituati alla novità”.
Tutto era improvvisamente limpido: avrei dovuto abbandonare le proporzioni fissate in passato a favore di un temperamento equabile. Dovevo iniziare subito a mettere tempo tra me e gli altri, a inserire spazi bianchi tra me e i pensieri. Partendo da quel momento stesso, il mio arrivo in Stazione Centrale, che era, sì, sempre lo stesso, eccitazione e voglia di fagocitare tutto quello che mi si fosse presentato davanti; solo che stavolta, passando sotto le volte del grande mobile decò, avrei sentito ogni centimetro di pavimento che i miei piedi calpestavano, ogni boccata d’aria, ogni suono. C’era l’odore di peperoncino che arrivava forte dallo snack bar, o il profumo chiaro di burro dei cornetti appena decongelati. C’era tutto, e tutto era a un passo da me. Tra me e il tutto c’era lui, il temperamento. Era il mio temperamento che passava per la prudenza.
“La prudenza è la capacità di distinguere le cose da fare da quelle da evitare” diceva Cicerone. “Prudenzia è virtú la quale ordina e dispone l’animo dell’uomo a verace conoscimento di bene e di male, con ferma volontà di pigliare il bene e lasciare stare il male e fug[g]irlo” secondo il poeta Bono Giamboni. La prudenza avrebbe seguito il mio percorso, dal momento dell’illuminazione in poi. Ovviamente, per comodità, avevo deciso di apportare la prudenza ovunque. Con prudenza avrei incontrato le persone, con prudenza avrei conosciuto luoghi nuovi; con prudenza avrei sperimentato, con prudenza avrei provato sentimenti. Così, con prudenza conoscevo per la prima volta la magia della tempesta di lana dei pioppi, e mi ingegnavo per tirare giù da un albero dei fiori non ancora dischiusi per mostrare la sorpresa dell’interno ai miei cari di Roma, che di questa meraviglia non ne avevano mai nemmeno sentito parlare. Con prudenza attendevo che la rabbia verso gli accadimenti delle tre settimane precedenti passasse; con prudenza attendevo che le persone nuove facessero un passo verso di me o che sparissero; con prudenza lavoravo e sceglievo. Per la prima volta prendevo spazio, e nel farlo vedevo le possibilità moltiplicarsi e le incognite diminuire. Isacoff lo diceva, era una questione di equilibri e spazi, appunto, di temperamento:
“Suonare un pianoforte costruito senza uno scrupoloso rispetto di questo principio sarebbe come giocare una partita a scacchi in cui le regole possono cambiare a ogni mossa”.
Avevo intenzione di vivere dal momento dell’illuminazione in avanti temperando; subito avanti c’era la mia partenza per Torino.
Fu così che arrivai a Torino, entrai in fiera, rimasi ad osservarla per un po’ e poi feci quanto di più naturale possa accadere quando, con prudenza, conosci qualcuno e ti accorgi che non fa per te: me ne andai. Con il treno delle 8.03 di domenica 13 maggio, tanto per chiarire l’urgenza.
Perché alla fine, come dice il mio Bruno Valente “Le cose è bello viverle ma a volte è anche bello morirle” e non è per niente detto che a una grande aspettativa segua un grande accadimento, anzi, quasi sempre avviene il contrario. Ed è qui che entra in campo il temperamento. La prudenza, lo spazio tra le note, sempre uguale, sempre lo stesso: nessuna aspettativa, nessuna delusione. Nessuna delusione, nessuna azione ebbra. Nessuna ebbrezza, equilibrio. Perché la vita non può essere per sempre una partita a scacchi in cui le regole possono cambiare a ogni mossa. Con prudenza e temperamento riesci a schivare molti rischi, il fallimento soprattutto.
Fu così che tornai a Roma sana e salva, e portai a casa il mio editoriale sul Salone internazionale del Libro di Torino.

 

Nelle foto:

1. Volo durante al sua lezione di “Letteratura”.
2. Ligabue durante la presentazione del suo tomo letterario.
3. Saviano e Fazio durante la presentazione del loro nuovo programma “culturale”.
4. Del Piero durante la presentazione del suo “tomo letterario”.

L’Editoriale: Noi che leggiamo ancora

Giulia Siena
ROMA
– “Togliete i libri alle donne, torneranno a fare figli” era il titolo di un articolo di ieri, mercoledì 30 novembre 2011, su Libero. Tale quotidiano nazionale conta più di 400.000 lettori e due redazioni, a Milano e Roma, nelle quali molte professioniste nel campo giornalistico ricoprono incarichi importanti. Superfluo dire che spesso a questi incarichi si arriva grazie ai libri (soprattutto per le donne!). Proprio sulle pagine di questa testata Camillo Langone (giornalista dalle origine lucane e peregrino al Nord), ha voluto illustrare la sua ingegnosa tesi sul rapporto che esiste tra l’alto tasso di istruzione delle donne e il basso tasso di natalità.  Langone aveva cominciato così bene l’articolo, aveva evidenziato tutte le difficoltà che oggi si trova a fronteggiare chi ricopre il ruolo genitoriale… poi la sua vena da “sincero xenofobo” ha preso il sopravvento. La sua “ricetta” per rimediare all’invasione degli immigrati che fanno molti più figli degli uteri italici è semplice: “se vogliamo riaprire qualche reparto maternità bisognerà risolversi a chiudere qualche facoltà”. Allora togliamo i libri alle donne. Per colpa dei libri le donne aspettano i 31 anni (età media) per riprodursi. Per colpa dei libri tutte vogliono la propria autonomia, il proprio lavoro, la propria indipendenza.

E io che leggo tre o quattro libri a settimana, dirigo un giornale con cinque donne (che a loro volta leggono ogni giorno) mi sento di dire che oltre a leggere riusciamo anche a pensare, scrivere, lavorare. Mi sento di dire che oggi la donna è ostacolata in tutto e, proprio per la sua sensibilità “materna”, viene spesso delegata a mansioni che il maschio non accetterebbe mai; nel mondo del lavoro e nei ruoli sociali per la donna l’esperienza non è mai abbastanza. Se Langone fosse stata una donna un articolo così offensivo sulle capacità e i comportamenti che dovrebbe tenere un maschio non sarebbe mai comparso. Mi spiace dirlo, ma se ci sono uomini che la pensano così è perché esiste – e tutti fanno finta di non vederla – una società in regresso. Una società nella quale il maschilismo può prendersi gioco della donna e avere la pretesa che tutto sia normale. Ora dove sono le donne che urlavano “Se non ora quando?” E’ sempre ora per difendere le proprie scelte. E’ sempre l’ora di difendere la cultura e la dignità delle donne.