Dylan Dog, tra esistenza, orrore e filosofia

Stefano Billi
ROMA – Se un buon libro si riconosce dalla copertina, allora “Dylan Dog. Esistenza, orrore e filosofia” di Roberto Manzocco (per Mimesis Edizioni) denota subito un appeal accattivante.

Ma oltre ai risvolti grafici, è il contenuto del testo che vanta un merito particolare. Infatti, “Dylan Dog. Esistenza, orrore e filosofia” si propone come una riscoperta filosofica di una tra le serie di vertice della Bonelli Editore, Dylan Dog per l’appunto. Perché le tavole del celeberrimo “indagatore dell’incubo” non si colorano solo di avventura, mistero, passione, umorismo, quotidianità, orrore. Tra le linee di china nera prendono vita orizzonti di pensiero e riflessioni esistenziali che rendono quel centinaio di pagine dell’albo mensile dylandoghiano un appuntamento imperdibile.

Allora, l’opera di Roberto Manzocco è un appiglio validissimo nel rileggere sotto una chiave filosofica i preziosi spunti disseminati da Tiziano Sclavi e colleghi nelle sceneggiature di Dylan Dog.

L’autore, come un moderno Virgilio dantesco, accompagna il lettore tra i significati più reconditi e le sfumature più sottili delle “zone del crepuscolo” ed altri luoghi noti al mondo dylandoghiano, svelando poi le contingenze, le affinità e i numerosi punti di contatto tra il buon vecchio detective dell’incubo e filosofi immensi (Heiddeger e Sartre, solo per citarne alcuni).

Non solo, poiché le avventure dell’inquilino di Craven Road 47 non rimangono un mero punto d’arrivo, ma piuttosto un punto di partenza per considerazioni ulteriori, che rendono il libro di Manzocco un ottimo saggio sul pensiero contemporaneo in merito a tematiche quali ad esempio l’amore, la morte, la verità, il destino.

Complice alla piacevolezza del testo è poi un tratto stilistico semplice e colloquiale, che rende ogni pagina scorrevole e di facile comprensione, caratteristica rara da scovare nei saggi che trattano di filosofia.

Comunque “Dylan Dog. Esistenza, orrore e filosofia” è un libro per tutti i palati, non soltanto per gli appassionati del fumetto bonelliano: anzi, proprio questo libro può essere l’occasione per esplorare una serie fumettistica italiana di notevole pregio come Dylan Dog, sulle scene ormai dal lontano ottantasette ma certamente insostituibile, soprattutto per tutti i suoi fans.

“Il magnifico lavativo”, la fanciullezza di un fumettista

Giulia Siena
ROMA
– “In barba ai noiosi esercizi per casa ordinati dalla maestra, il magnifico lavativo insegue solo la sua curiosità per ciò che lo circonda. Tutto è un’indagine personale, fatta di importantissime distrazioni e di un cervello sempre in movimento.” Come far raccontare a un fumettista impertinente la propria infanzia? Dopo aver disegnato e dato voce a Garibaldi (nel libro “Garibaldi”), al Papa e al Gabibbo (con il volume “Apocalypso! Gli anni dozzinali”), ora Tuono Pettinato parla di sé. Il fumettista dal nome d’arte insolito si racconta ne “Il magnifico lavativo”, il libro inserito nella collana Gli anni in tasca della casa editrice Topipittori. Dall’inizio degli anni Ottanta, quando cominciò l’asilo, fino ai primi anni Novanta, alle prese con l’adolescenza, Tuono Pettinato si racconta in modo ironico e un po’ rocambolesco. Un bambino curioso, sicuro di sé, divertente e spesso divertito da tutto ciò che lo circonda: dagli amici agli oggetti dell’armadio della nonna, dai videogiochi alle maschere del carnevale. Ironia, osservazione e creatività sono state le costanti che hanno portato Tuono Pettinato a diventare uno degli esponenti della fumettistica odierna. Ideatore, assieme ad alcuni amici, della rivista “Hobby Comics”, del free-press “Pic Nic”, disegnatore per “Repubblica XL” e con “Il magnifico lavativo” è arrivato all’autobiografia esprimendosi con la sua matita ricca di graffiante ironia e lucida consapevolezza.

"Dentro la setta": un fumetto per raccontare la drammatica esperienza delle sette

Stefano Billi
ROMA – Se è vero che i fumetti hanno tradizionalmente il ruolo di fornire svago e ristoro al lettore, lasciando dunque ai libri l’arduo compito dell’erudizione, talvolta essi riescono a trasmettere messaggi profondi ed assolutamente seri.

Prova di ciò è “Dentro la setta”, sconvolgente pubblicazione di Louis Alloing e Pierre Henri (edito Coniglio Editore) che racconta una vera esperienza legata alla partecipazione in una setta.
La trama dell’opera fa riferimento all’ingresso di Marion, giovane pubblicitaria protagonista della vicenda, in questa “comunità”; questo personaggio narra, tra le pagine, tutto il periodo trascorso come adepta di questo pseudo-movimento, orientato – a suo dire – allo sfruttamento di coloro che vi si affilano, piuttosto che alla progressione culturale ed individuale dei suoi membri.
In maniera scorrevole ed immediata le tavole raffigurano la drammaticità degli individui che fanno parte delle sette: sottoposti a lavori degradanti e a ritmi di vita disumani, essi sono costretti a subire vere e proprie angherie, che poi spesso sfociano in coercizioni psicologiche.
La tecnica grafica del fumetto è particolare: la scelta dei colori, dove la preminenza è affidata ad un blu quanto mai spento e affievolito, riecheggia l’inquietudine della condizione di Marion, che nel periodo in cui era un’adepta, lamentava una mancanza assoluta di libertà.
In considerazione di ciò vale la pena citare le parole della stessa Marion la quale afferma: “Il fatto che io fossi uscita dalla setta non significava che la setta fosse uscita da me“; così infatti la protagonista descrive le difficoltà provate non appena era riuscita a sottrarsi dalla “comunità”.
Lo stile linguistico è semplice e immediato, certamente proteso a veicolare un messaggio d’allarme e di cautela; per questo nel testo non si ravvisa l’utilizzo di espressioni di particolare complessità o di figure stilistiche elaborate.
Questo fumetto merita di essere letto per la funzione sociale che svolge, e per il valido tentativo di mettere in luce quella che per gli autori è la terribile realtà delle congregazioni para-religiose, che troppo spesso rischiano di tramutarsi, come desunto dall’opera di Louis Alloing e Pierre Henri, in campi di concentramento per lo spirito e l’animo di coloro che subiscono la iattura di farne parte.