Angela Grillo racconta il suo “After the Sun”

Silvia Notarangelo
ROMA – Al suo esordio narrativo, Angela Grillo regala in “After the Sun” (Lampi di stampa) una storia intensa, una favola moderna in cui la protagonista, Stella, proprio al culmine di un successo insperato, decide di dire basta per dedicarsi a ciò che per lei conta di più: la famiglia, le amicizie, gli affetti.

Angela Grillo. Madre, moglie ed oggi scrittrice. Come si sente in questo nuovo ruolo? Come è nata la sua passione per la scrittura?

La passione per la scrittura è cominciata verso i 17-18 anni quando decisi di seguire un corso di poesia che si teneva presso l’Istituto Parco Nord di Cinisello dove frequentavo il quinto anno di Perito aziendale e corrispondente in lingue estere. In quell’anno vinsi diversi Concorsi di Poesia. Poi, qualche anno dopo, cominciai a pensare seriamente di scrivere un romanzo. Mio padre e mia madre mi hanno sempre incoraggiata a scrivere ma ho avuto altre priorità nelle diverse fasi della mia vita e non sono mai riuscita a realizzare questo mio desiderio. Solo quando mio padre è mancato ho sentito che glielo dovevo… e ho pensato di accontentarlo. Mi sono ritagliata dei piccoli spazi nella mia frenetica attività lavorativa e nel mio ruolo di mamma e moglie e sono riuscita a portare a termine questo lavoro in quasi due anni per realizzare After the Sun.

Che cosa Angela ha in comune con Stella?

Io e Stella abbiamo in comune due cose, la prima è l’amore per il mondo della musica e la seconda è il carattere, siamo entrambe tenaci, caparbie e abbiamo ogni giorno la forza per andare avanti anche se, a volte, troviamo degli ostacoli sulla nostra strada.

La determinazione di Stella, la sua voglia di arrivare, il coraggio di mettersi in gioco. In altre parole un invito a non arrendersi anche di fronte alle difficoltà della vita?

Credo che ognuno di noi debba avere il coraggio di sognare e lottare per i propri desideri, sempre. C’è una bellissima frase di Goethe che cito spesso e ho fatto mia: “Qualunque cosa tu voglia fare, qualunque cosa tu possa sognare, comincia!”

Il successo inebria e fa gola a tutti. Ma non è questo quello che voglio”. Una scelta che oggi può sorprendere…
Stella ama tantissimo cantare e si è messa in gioco grazie al suo talent scout e intraprende la carriera di cantante ma poi gli eventi, gli affetti, gli amici, l’amore… prendono il sopravvento e si trova ad un bivio. Anch’io come Stella ho dovuto fare diverse scelte nella mia vita, ho rinunciato ad un buon contratto con una casa editrice che mi avrebbe fatta girare come una trottola per pubblicizzare il libro in tutte le librerie d’Italia (ricordiamo che “After the Sun” è disponibile sia nella versione cartacea sia in quella ebook in tutte le librerie online ndr). Non l’ho scelta perché ho preferito non abbandonare la mia famiglia, ho un figlio adolescente di 16 anni e uno di 7 e sinceramente lasciarli da soli tre/quattro volte la settimana per presentare il libro in giro sarebbe stato per me molto angosciante.
Io non scrivo per diventare famosa e neanche per far soldi. Io scrivo per far sì che la gente si emozioni leggendo i miei libri e possa sognare, immedesimandosi nei personaggi dei miei romanzi.

Ho letto che ha in progetto un romanzo storico. Può dirci qualcosa di più?

Sono molto contenta del successo che sta ottenendo solo col passaparola questo mio libro. Vuol dire che piace, che ha emozionato. Sono molto attenta al mondo dei giovani e visto che tutti mi chiedono altre avventure per Stella, credo proprio che gliene farò vivere ancora, e sempre più avvincenti, nel seguito che sto preparando proprio in questi giorni. Nel contempo realizzerò un libro basato su una leggenda Trentina. A me piace molto sperimentare. Credo molto anche in questo progetto perché mi sono innamorata subito di questa storia che viene tramandata di generazione in generazione da più di 500 anni. Al momento non posso ancora dire niente ma sono elettrizzata al pensiero che darò vita ai protagonisti di questa romantica storia d’amore…

Aìsara, la casa editrice che crede nella letteratura

Silvia Notarangelo
ROMA – Nata nel 2006 su iniziativa dell’imprenditore Ignazio Ghiani, la casa editrice Aìsara può contare oggi su una giovane redazione tutta al femminile impegnata nel valorizzare scrittori già noti ma anche nel promuovere autori esordienti.

Qual è la proposta editoriale di Aìsara?
La nostra attenzione è rivolta per lo più alla narrativa. Cerchiamo di proporre autori italiani e stranieri di qualità, alla ricerca del libro che fa la differenza. Nessuna preclusione geografica o di genere ma la ricerca costante del libro che offre il privilegio di una prospettiva diversa sulla realtà che ci circonda, che è capace di resistere al tempo della lettura, che si rilegge volentieri.

Che cosa la contraddistingue nel panorama editoriale italiano?
È molto difficile dire in che cosa ci distinguiamo, però possiamo dichiarare senza paura di essere smentiti la nostra attenzione verso la letteratura romena, che fino ad oggi ci ha regalato delle piacevoli sorprese. Un esempio fra tutti? Il romanzo intitolato “Sono una vecchia comunista”, di Dan Lungu, una divertente rilettura del regime di Ceauşescu (ma probabilmente di tutte le dittature) che ci ha colpito per la sua ironia e sincerità.

Perché la scelta, apparentemente più rischiosa, di puntare su scrittori emergenti?
Crediamo molto negli scrittori emergenti, perché crediamo nella letteratura e la letteratura cresce e si trasforma anche grazie alla novità portata dai nuovi scrittori.

Quali sono, se ci sono, le difficoltà che incontra, oggi, una piccola casa editrice? Il digitale, ad esempio, può essere una risorsa in più o un pericolo da cui difendersi?
La tecnologia è per noi un alleato, non un nemico. Già da un anno, tutti i titoli per i quali abbiamo i diritti elettronici sono pubblicati non solo nel classico formato cartaceo, ma anche in ebook. Il nostro amore per la carta è vivo più che mai e crediamo che il libro tradizionale non tramonterà mai ma fra i nostri obbiettivi c’è sicuramente cercare di capire meglio come utilizzare gli strumenti che il mondo digitale ci offre.

Progetti o iniziative particolari per il 2012?
A maggio la pubblicazione de “Il debutto” di Pablo d’Ors, scrittore spagnolo che amiamo molto, tanto da acquisire i diritti per pubblicare in Italia tutte le sue opere e ovviamente la partecipazione al Salone del Libro di Torino che avrà come paesi ospiti la Romania e la Spagna. Crediamo sarà un’ottima occasione per presentare a chi ancora non ha ancora avuto modo di conoscerli e apprezzarli i romanzi romeni presenti nel nostro catalogo. E nel mese di novembre la pubblicazione di una raccolta di racconti di 12 noiristi italiani liberamente ispirati ai 12 romanzi scritti da André Héléna (autore del secondo dopoguerra oggi considerato fra i più autentici rappresentanti del romanzo noir francese) e pubblicati dalla nostra casa editrice. Di questi 12 racconti, 5 saranno scritti da autori noti, 7 sono messi a concorso: cogliamo l’occasione per segnalare la possibilità per gli aspiranti scrittori di partecipare con un loro racconto.

“Intervista a Cristiano Abbadessa, direttore editoriale di Autodafé Edizioni”

Alessia Sità

ChronicaLibri ha intervistato Cristiano Abbadessa, direttore editoriale di Autodafé Edizioni, che ci parla dello spirito e dei progetti futuri della piccola casa editrice specializzata in narrativa.
Qual è la proposta editoriale di Autodafé?

Pubblichiamo opere di narrativa (romanzi o raccolte di racconti) capaci di stimolare la riflessione e la comprensione della realtà sociale dell’Italia contemporanea. Abbiamo quindi un’identità tematica, più che di genere o di stile, frutto da un lato di una nostra precisa scelta culturale e civile e dall’altro della considerazione che questo tipo di offerta è abbastanza rara nel panorama editoriale italiano.
I due significati attribuiti al nome Autodafé, ovvero ‘Fatto da solo’ e ‘Atto di Fede’, possono essere considerati la vera ‘formula vincente’ e il tratto distintivo della vostra casa editrice?

Direi che rappresentano bene lo spirito della nostra avventura editoriale: una piccola casa editrice per autori non ancora affermati, connotata da una cura artigianale del lavoro e animata da un indispensabile ottimismo. Non mi azzarderei a parlare di “formula vincente”, almeno per ora.
Autodafé come sceglie i propri autori?

Per un anno e mezzo abbiamo valutato tutte le proposte editoriali ricevute: per una decina di mesi con buoni risultati, poi il metodo si è rivelato poco efficace, di fronte a una gran quantità di proposte totalmente fuori tema. Abbiamo perciò ristretto il campo della selezione, avvalendoci di una prima cernita esterna alla redazione della casa editrice. I criteri di selezione restano invece gli stessi: opere di qualità letteraria che abbiano rigorosa attinenza con la nostra linea editoriale.
Il vostro obiettivo è quello di ‘pubblicare opere che aiutino a comprendere e a riflettere intorno alla realtà sociale dell’Italia contemporanea’. L’opera più significativa a tale proposito qual è stata?

Tutte quelle pubblicate, ovviamente. Non lo dico solo per obbligo e correttezza, ma anche e soprattutto perché, in effetti, se un’opera non ha le caratteristiche indicate non la pubblichiamo. E direi che proprio le differenze di genere e di stile, quindi la conoscenza di tutti i titoli e non di uno soltanto, aiuta a comprendere appieno come si possa raggiungere l’obiettivo indicato percorrendo strade letterarie apparentemente diverse.
Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive Autodafé questa continua “lotta”?

Male. C’è un problema di proliferazione degli editori, ma soprattutto di sovrapproduzione: escono più titoli di quanti il mercato possa digerirne. Dall’altra parte, è anche vero che gli editori sono invece “pochi” rispetto alla quantità davvero enorme di proposte avanzate dagli autori, e non tutte improponibili o presuntuose. Deve però ristabilirsi un equilibrio tra buone opere scritte, editori che le pubblicano, lettori che le leggono.
Quali sono i progetti futuri di Autodafé?

Nell’immediato, siamo proprio concentrati sulla valorizzazione delle opere pubblicate, con l’obiettivo di avere un riscontro preciso delle nostre reali potenzialità. Siamo convinti della validità dei titoli pubblicati, ma ora devono essere i lettori a dirci se esiste davvero lo spazio per una proposta editoriale come la nostra.

ChronicaLibri incontra Barbara Ottaviani

intervista a barbara ottaviani_chronicalibriROMA ChronicaLibri ha incontrato Barbara Ottaviani, autrice di “Acquasanta”. Ci siamo viste in un book bar dalle tonalità femminili, una location perfetta per conoscere meglio una donna forte, decisa e consapevole del proprio bisogno di scrittura.

Barbara Ottaviani, un medico che decide di scrivere un romanzo?
Non è proprio così. L’anima di medico vive con quella intimista della scrittrice forte in me da sempre, anche da prima de “I cortoracconti di Sonja”, la mia prima esperienza letteraria edita da Navarra editore nel 2006. Sono innamorata delle persone e dell’idea di prendermene cura in senso generale; lo esprimo attraverso la medicina per una parte della giornata e attraverso la scrittura per l’altra.
In “Acquasanta” ho percepito una scrittura che voleva affermare la propria sensibilità nonostante il pragmatismo di tutti i giorni, un amore che venisse fuori dalle pagine come risposta al distacco professionale. E’ così? Barbara Ottaviani attraverso “Acquasanta” esprime la sensibilità che nella vita di tutti i giorni deve mettere da parte?
Sì, se mi ci soffermo a pensare, sento di dare, nei miei racconti, molto respiro alla parte sensibile a discapito di quella pragmatica. Mentre quando sono in ospedale, sebbene di partenza dosi in modo equo razionalità e sensibilità, riconosco, alcune volte, di dover sacrificare un po’ la sensibilità per lasciare più spazio al pragmatismo, alla determinazione, che nel mio lavoro di medico devo avere. Sicuramente la scrittura mi bilancia in senso umano, ma trovo la mia definizione nell’essere un medico-scrittore o uno scrittore-medico.
“Acquasanta” è un romanzo che ha la caratteristica di poter estrarre qualsiasi capitolo e trattarlo separatamente come entità autosufficiente. E’ solo una mia impressione?
No, affatto e sono felice che arrivi al lettore. All’inizio non volevo scrivere un romanzo, quindi scrivevo dei pensieri, dei micro mondi, definendo però dei punti di contatto tra di loro. . Sentivo il bisogno di mettere su carta le emozioni, poi, lentamente, come il fluire di un suono o di un odore, la storia ha preso la sua strada esercitando il suo potere catartico su ogni cosa toccasse. Questa è la scrittura, una forza catartica, che nel momento stesso in cui si manifesta e ti cambia, lenisce il tuo dolore per il cambiamento e si prende cura del tuo bisogno di sicurezza. Posso affermare che “Acquasanta” è andato scrivendosi.
Un processo del genere, però, immagino impieghi molto tempo. Quanto è durata la gestazione di “Acquasanta”?
Poco e tanto. Poco perché i pezzi che compongono il romanzo sono stati scritti di getto, quasi insieme, e in meno di un paio di mesi in tutto. Il tempo lungo è stato quello di trasformazione per rendere tanti pezzi un unico corpo. Senza considerare la mia anima di perfezionista: “Acquasanta” è stato un desiderio da limare e modificare continuamente; tagliavo, tagliavo, cercavo la parola giusta, e poi ancora tagliavo. Volevo che restasse solo l’essenziale. Rileggendolo ora taglierei ancora altro, però mi dicono che è meglio che non lo rilegga più, altrimenti resta solo un aforisma.
La protagonista del tuo romanzo è un’infermiera che si lascia coinvolgere nella storia di una bambina in coma. Come mai questa scelta?
Uno dei primi pezzi che ho sentito il bisogno di scrivere riguardava il diario di una bambina. In quel periodo mi capitava spesso di leggere romanzi o storie in cui i bambini che parlavano si esprimevano attraverso una linguistica e una forma mentis da adulto e lo trovavo molto incoerente. Quindi ho pensato di riscattare un po’ questo mio bisogno di leggere delle parole bambine, scrivendo un diario. Poi, come si diceva prima, la scrittura ha preso il sopravvento, e sono comparsi dei pezzi in cui c’era questa donna, che bambina non era stata mai; nel lavoro di unificazione dei pezzi non ho fatto altro che farle conoscere, il resto è venuto da sé. La scelta di non far parlare la bambina se non attraverso l’indagine della donna rappresentava la sublimazione della ricerca e, secondo me, l’anima dell’indagine emotiva: non ci si conosce se c’è qualcuno che ci da già tutte le risposte. Rintracciando le briciole di pane che la bimba ha seminato lungo il suo cammino, la protagonista ritrova sé stessa.
Perché i personaggi di questo romanzo sono descritti minuziosamente ma non hanno nomi?
I nomi non ti permettono di fare completamente tua un’immagine. La madre è madre per chiunque, la bimba potrebbe essere la figlia della tua vicina di casa o tua figlia, il vecchio, affascinante e oscuro, potrebbe essere l’Uomo che esiste nella vita di ognuno di noi.
Ecco, appunto, il vecchio! Guida e amico della bambina, per il quale la protagonista prova subito una forte e strana attrazione, non ha un nome ma viene reso riconoscibile da una descrizione molto attenta del suo odore. Facci capire meglio, per te il vecchio che odore ha?
Un odore rassicurante, carismatico, molto riconoscibile, familiare. Ha un odore di casa.
Scrivi: “Ho pure spiegato le scapole, rudimentale abbozzo d’ali con le quali prima o poi spiccherò il volo”. Come è nata questa immagine?
Un giorno la mia massaggiatrice Mari mi ha letteralmente afferrato le scapole e ha provato a tenderle al limite come a volerle spiegare. A quel punto, mi è come parso che stesse estraendo le mie ali, ecco è stato allora che ho deciso di scrivere delle ali in fieri, della frustrazione che ci consuma già dal ventre materno quando le ali si trasformano in scapole “come a ricordarci che ce la dobbiamo guadagnare la possibilità di volare”! Mi piace cercare nuove dimensioni dell’anima nel corpo, così come  nella mente.
Le tre parole che preferisci?
Non ho parole che preferisco, ma preferisco di massima le parole che mi colpiscono, e cambiano di volta in volta, di contesto in contesto. E’ come nella vita, se non c’è qualcosa che mi colpisce in modo particolare non so decidermi sulle scelte da fare.

(foto di Studio Kiribiri)

Un’intervista sostenibile con Caravan Edizioni

caravan edizioni intervista chronicalibriMarianna Abbate
ROMA– Tra i libri che ho recensito ho avuto la fortuna di leggere Opendoor. Un libro innovativo e coinvolgente edito da una casa editrice giovane e attenta sia alla letteratura che alla natura. Sto parlando della Caravan edizioni che qui su Chronicalibri, risponde alle nostre domande su quali siano le difficoltà e le felicità che procura il lavoro di un editore.

1.  Perché la scelta di far nascere una casa editrice come cooperativa?
Il progetto della nostra realtà editoriale è nato a giugno 2009, dalle ceneri di una precedente casa editrice cooperativa in cui, alcune di noi socie, avevano avuto modo di fare un’esperienza lavorativa. Il primo passo dunque è stato quello di rinnovare completamente la nostra identità, la linea editoriale e il nostro assetto societario, ma ci è sembrato utile e interessante mantenere la formula della società cooperativa. Ci siamo sempre identificate nei principi che regolano le società cooperativa; la condivisione, la solidarietà e la democrazia sono le nostre regole di base.

2. Ho visto sul vostro sito che date molta importanza alla sostenibilità ambientale. Da cosa è nata e come vivete questa scelta?
Ci teniamo molto a raccontare storie che rispecchino realtà in cui riusciamo a immedesimarci, scegliamo i libri che nella loro forma e nella loro sostanza rappresentano la letteratura che vogliamo vivere. Da ciò la scelta del formato e della carta, è importantissimo per noi il rispetto per l’ambiente. Le nostre storie non devono danneggiare il mondo in cui vivono e che ci circonda. Lo sforzo è leggermente superiore, dati i costi elevati di questo tipo di carta, ma sin dall’inizio è stata una delle nostre priorità.

3. Qual è la proposta editoriale di Caravan?
Siamo molto attente alla qualità e all’intensità delle storie, dunque queste sono caratteristiche che teniamo in considerazione nella scelta dei nostri libri. I nostri testi comunque rispondono tutti all’esigenza e alla volontà di raccontare storie di viaggi e di migrazioni, di movimento e di confini, intesi come luoghi geografici e letterari d’incontro e confronto, di percorsi interiori, che come fanno i viaggi, portano ad un cambiamento e ad una nuova definizione di se stessi.

4. Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?
Ci piace dar voce a chi ha maggiori difficoltà ad imporsi e a farsi ascoltare, viviamo anche noi una situazione analoga nella realtà editoriale odierna, e dunque anche per questo prediligiamo giovani autori che riescano a conciliare la nostra voglia di qualità e di libertà di espressione. Inoltre bisogna dire che ci siamo sempre innamorate dei testi e dei racconti di queste giovani voci che forse meglio di altri hanno la nostra stessa visione della realtà e della letteratura. In ogni caso non ci precludiamo mai altri percorsi e se ne abbiamo la possibilità pubblichiamo con gioia autori più adulti e più noti, come è successo per Aamer Hussein ed Helia Correia.

5. Quali sono gli elementi che contribuiscono alla scelta di un libro di un autore straniero?

Come già detto deve innanzitutto colpirci il testo e deve rispondere in qualche modo alla nostra linea editoriale. Inoltre preferiamo dare spazio ad autori e paesi meno conosciuti nel nostro panorama editoriale. Poi valutiamo come e se sia possibile entrare in contatto con l’autore/editore per trattare i diritti.

6. Per Caravan come avviene la selezione del materiale presentato dagli scrittori?  A quali tematiche si dà precedenza?
Per quanto riguarda autori italiani che ci inviano il loro materiale, è molto difficile riuscire a leggere e valutare tutto (dato che le proposte sono molte), per questo prendiamo in considerazione solamente i manoscritti che ci vengono inviati in formato cartaceo. Il passaggio successivo sta poi nel valutare la qualità della scrittura e la pertinenza della storia con quelli che sono i nostri punti di riferimento: il viaggio, le migrazioni, i percorsi e i cambiamenti interiori, relazioni intense e spesso complicate che però conducano ad un’evoluzione…

7. Qualora ci fossero, quali sono i problemi di una piccola casa editrice (distribuzione, individuazione del target, contributi economici statali)?
In effetti ce ne sono e sono molti. In particolare la difficoltà ad affermarsi, ad essere ascoltati dai grandi media, quelli che contano e che potrebbero darci maggiore visibilità. Altro grande problema è la distribuzione: è molto difficile da soli riuscire a entrare  nei grandi circuiti (Feltrinelli, Mondadori, Melbook…) e contemporaneamente nelle piccole librerie delle più importanti città. Pertanto l’ideale è ricorrere ad un distributore ma in effetti i ritmi e i costi delle distribuzioni sono molto alti e difficilmente sostenibili.
E poi ovviamente la sproporzione tra entrate e uscite, per cui c’è bisogno di ricorrere a ulteriori e differenti lavori per guadagnare qualcosa e coprire le spese (nettamente superiori ai guadagni). Inoltre non siamo minimamente aiutati da contributi e sovvenzioni statali che incentivino le piccole e giovani imprese. Speriamo che in futuro qualcosa cambi…

8. Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive …. questa continua “lotta”?
Solo grazie a tanta passione, un po’ di speranza e una buona dose di follia.

 

“Cronache da un mondo (im)possibile”: intervista a Frank Solitario. Ma davvero, come ti chiami?

intervista Frank SolitarioGiulia Siena
ROMA
–  “Cronache da un mondo (im)possibile” è un romanzo costruito su racconti ironici e a quasi paradossali, un libro nel quale confluiscono ironia, dolcezza e sguardo analitico. Dietro le “Cronache” c’è la penna di Frank Solitario, uno pseudonimo che cela un abile comunicatore/osservatore.
Appena lo incontro, non contenta del nome d’arte, gli chiedo curiosa il suo vero nome… nulla da fare, Frank rimane sul vago. Ma ho l’arma dell’intervista: non potrò scoprire il suo vero nome, ma tutto il resto sì!

 

“Cronache da un mondo (im)possibile” si apre con diversi racconti suddivisi in “venti stanze”, tu quale stanza preferisci?

La ventesima.
Dalle pagine emerge una dolcezza particolare. E’ così?
Si, è tutto così ironicamente e drammaticamente fuori posto in quel racconto (Un futuro remoto): l’editoria ottusa e miope, l’autore tronfio che pensa di fare capolavori d’avanguardia (io stesso), gli stupidi compromessi per diventare qualcuno che non sei.
Un racconto intenso è quello dei due manichini che si innamorano. Come è nato quel racconto, cosa ti ha spinto a dare vita a due esseri inanimati?
I manichini prendono il posto di uomini e donne che smettono di essere vivi poiché perdono la capacità di provare sentimenti. Ho sentito subito che alla deumanizzazione potesse fare da contraltare l’anima profonda e commovente degli oggetti inanimati.
Il tuo romanzo procede per figure, cioè tutti i racconti diventano “visibili” agli occhi del lettore.
Il mio è un approccio visivo; scrivo così come si gira un cortometraggio. Una volta che fisso l’immagine iniziale poi tutto si svolge indipendentemente da me. Quando tutto si è svolto è necessario dargli una forma narrativa, altrimenti non si ottiene qualcosa di significativo. La mia scrittura nasce dall’emotività e poi viene rivista, sviluppata in base al mio stile narrativo.
Quindi il senso fondamentale per te è?
E’ la vista. E’ fondamentale perché con la scrittura doni immagini, sei il regista di un film che il lettore riproduce secondo la sua sensibilità  leggendoti. Con la scrittura puoi far vedere quindi; rispetto alla cinematografia hai il vantaggio di lasciare decidere al lettore come immaginare quello che tu gli stai descrivendo.
Il racconto per me cruciale del tuo libro è quello in cui un vecchio nobile decaduto si alza tutti i giorni per aprire e chiudere a fatica le finestre delle sue venti stanze. Questo personaggio è la personificazione di un’attesa?
Questo personaggio è attesa e lotta. L’uomo nella sua vecchiaia, ormai stremato dalla vita, per me è un personaggio epico. Nonostante la consapevolezza della mancanza di senso dei suoi giorni, ogni mattina lotta con tutte le sue forze per conquistarlo un senso, è un eroe epico che non sa accettare l’ arrivo del buio.
Accanto a te in questo libro c’è stato il lavoro di consulenza di Veruska Armonioso, editor dell’Agenzia Letteraria Verba. Come avete lavorato e in cosa è cambiato “Cronache..” dopo il lavoro con la Armonioso?
Veruska è intervenuta sul testo solamente per perfezionare alcuni dettagli rispettando il mio stile. Credo che l’editing debba essere solo un lavoro di limatura senza snaturare il carattere dell’autore. L’editor è colui che serve anche a tirar fuori, a plasmare il carattere di un autore che ha già in sé molta forza espressiva. L’autore deve riconoscere la piena autorità dell’editor per tutto quanto non ha a che fare con il suo stile di scrittura. Struttura del manoscritto, copertina e molte altre cose che contribuiscono a rendere inattaccabile il tuo lavoro dal punto di vista formale. Veruska in “Cronache da un mondo (im)possibile” mi ha aiutato ad individuare un filo che intrecciasse tutti i racconti in un unico romanzo. Un procedimento fondamentale soprattutto in Italia dove c’è una diffidenza di fondo verso i racconti.
E qual è il fulcro del tuo romanzo?
La presa di coscienza del percorso dell’esistenza. Ogni personaggio affronta le tematiche fondamentali dell’esserci, in fasi della vita diverse. Rimango sempre più colpito dal modo in cui la gente percepisce la realtà. Le persone si lasciano coinvolgere molto di più dalle morbose immagini dei media, dalla fiction costruita intorno alle notizie che dalla propria vita. Vorrei far distogliere lo sguardo dalla realtà rappresentata in modo morboso e riportare l’attenzione su di una finzione narrativa che spera di essere talmente interessante da farci perdere prima e ritrovare poi.
Pretenzioso?
E’ solo il modo in cui si comunica verso l’esterno che può essere pretenzioso. L’ideale espressivo a cui aspiro è quello di comunicare con diversi strati di profondità a seconda dell’interpretazione del lettore, ma di arrivare in qualche modo a più persone possibile. 

Che cos’è la comunicazione per te?
E’ solo un mezzo a disposizione per veicolare un contenuto.
E’ fondamentale non ingannare il lettore come fanno alcuni critici letterari su stimati giornali; qualche giorno fa è stato dato voto 10 all’ultimo libro di Faletti; assegnare 8 sarebbe già stato uno sproposito, ma un 10 significa perdere ogni freno inibitorio.
Non oso pensare a quale voto si potrebbe dare ad una riedizione della Divina Commedia.
Come sei arrivato a pubblicare con Il Foglio Letterario?
Ho conosciuto l’editore, Gordiano Lupi, attraverso il suo libro “Nemici miei” e l’ ho subito amato. Mi sono detto: chi è questo pazzo che si presenta al mondo editoriale facendosi odiare da tutti? Devo conoscerlo.
“Cronache da un mondo (im)possibile” è il secondo libro che pubblico con questa casa editrice toscana dopo “Storie ai minimi termini”.
Loro partendo dalla gavetta sono riusciti a portare due libri in finale al Premio Strega. Speriamo nei detti popolari e nella cabala.
Le tre parole che lo scrittore Frank Solitario ama?
Niente, nulla e zero. Ma non le scrivo mai proprio perché le amo.
Perché, tendi a tutelare ciò che ami?
Oscillo tra due opposti inconciliabili: il Nulla e il Tutto. La scrittura è forse il mio punto d’ equilibrio.

Intervista ad un autore “Clandestino”

Marianna Abbate
ROMA – Vi ricordate la recensione del “Clandestino” (Edizioni Sonda) che ho pubblicato a novembre? E’ inutile che annuiate, andate a rinfrescarvi la memoria e poi tornate su questa pagina a leggere la simpatica intervista all’autore, che serve fondamentalmente a dimostrare che io non ho capito nulla delle intenzioni dello scrittore. Ma d’altronde non è forse questo il destino di ogni critico che si rispetti? Chissà cosa ne penserebbero Dante e Leopardi di tutte le dietrologie prodotte sulle loro opere. Allora perché non approfittare del fatto che l’autore possa risponderci di persona e non correre a intervistarlo? Ecco a voi Ferdinando Albertazzi.

Quali sono gli ingredienti di un buon giallo?
Tono, brillanza e purezza son gli “ingredienti” che differenziano qualsivoglia colore dai suoi “gemelli”. Vale dunque anche per il giallo, che sia colore o… genere letterario.

Perché ha scelto di scrivere per i ragazzi?
Non scrivo affatto per i ragazzi. Non in esclusiva, almeno. Il fatto che nelle mie storie ci siano ragazzi in pagina non significa che siano destinate unicamente a loro. Altrimenti là dove in pagina ci sono invece cani, gatti o maiali, dovremmo considerarle storie per cani, gatti e maiali… Scrivo, questo sì, i ragazzi, indagati soprattutto lungo il frastagliato  percorso verso l’adultità e quindi insieme ai “grandi”. Se una storia che “punta” preferenzialmente i ragazzi non ha almeno qualche valenza anche per gli adulti, è una storia da cestinare.

Quali sono le differenze tra un noir per ragazzi e uno per adulti?
Per come si stanno differenziando le generazioni, per certe impensabili disinvolture “guardonesche” e non solo che mostrano i ragazzi, direi che, paradossalmente, un noir anche per ragazzi deve essere assai meno ingenuo di quello che va a infoltire il catalogo “per adulti”.

Lei insegna in un corso di scrittura creativa: quali consigli si sente di dare a chi vuole iniziare a scrivere, in particolare per i ragazzi?
Non aver paura di avere il coraggio di provarsi, di scommettere contro la pagina bianca. Senza smettere, al contempo, di leggere tanto e senza accontentarsi dei risultati che si pensano già raggiunti. Usare insomma molto il cestino della carta straccia, nella consapevolezza che il difficile non è cominciare bensì durare e che  il temperamento e la qualità letteraria sono tra i fattori decisivi della durata.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Le scrivono, vengono alle presentazioni? Come sono, insomma, i giovani lettori?
Durante gli incontri, quelli che hanno la lettura nel DNA sono curiosi e avidi, desiderosi di farsi prendere dalle narrazioni. Quelli che, al contrario, si avvicinano alle storie in pagina con scarso entusiasmo o sono addirittura refrattari,  si lasciano però catturare dai laboratori musicali che Gabriella Perugini ha ideato e realizza per i miei libri. Diversi a seconda delle storie, ovviamente. Sono per lo più proprio quei ragazzi lì, quelli che non leggono volentieri o non leggono affatto, ad apprezzare gli incontri attraverso i laboratori musicali (soltanto così, d’altronde, parlo dei miei libri con i ragazzi), dove sono peraltro artefici. “Ah, ma se si può leggere così, allora…”, commentano stupiti e invogliati. Ed è una conquista davvero promettente, quella che principia dai loro sguardi magari di ironica sufficienza, via via accesi da un incredulo interesse…

 

 

L’intervista di ChronicaLibri a Marco Santochi, autore di “Rinascere per caso”

Alessia Sità

ROMA – Ho sempre pensato che i libri che riescono a lasciarti qualcosa dentro, anche a distanza di tempo, sono veramente pochi. Le letture che non si dimenticano, sono quelle che entrano nel profondo dell’anima e che una volta terminate lasciano una strana sensazione, paragonabile quasi al vuoto. A me è successo con “Rinascere per caso”, l’ultimo lavoro di Marco Santochi pubblicato da Felici editore. Un romanzo imprevedibile fino all’ultima pagina e illuminate su molti aspetti sociali e industriali legati all’ecologia.
Per saperne di più, ChronicaLibri ha intervistato il docente universitario di Tecnologie e sistemi di lavorazione, che ci racconta come la sua attività di ricerca scientifica si sia intrecciata a quella di scrittore.

Cosa ha ispirato il suo romanzo “Rinascere per caso”?
L’attività di ricerca scientifica che ho svolto nel campo del riciclaggio dei prodotti di consumo giunti al termine del loro ciclo di vita è stata la prima fonte di ispirazione: credo che in alcune pagine di descrizione tecnica, indispensabile per far entrare il lettore nella tematica, questa origine si percepisca. C’è stata anche la voglia di divulgare, di far conoscere ai non addetti ai lavori che cosa accade al nostro computer o cellulare, quando si getta via: certamente una mia deformazione professionale.
L’altra fonte d’ispirazione sono state le immagini, facilmente reperibili in rete e che hanno fatto il giro del mondo, di discariche a cielo aperto di prodotti elettronici in paesi orientali o africani: una varia umanità, molti bambini, che rovista in cumuli di spazzatura elettronica (e-waste), alla ricerca di qualcosa di ancora sfruttabile o riciclabile con metodi certamente pericolosi per loro e per l’ambiente circostante: immagini crude, inaccettabili ai nostri giorni.

Tecnologia e consumo, un binomio ormai inscindibile. Leggendo il suo libro si è portati a fare, inevitabilmente, una profonda e attenta riflessione sull’ambiente e sull’ecologia. Esiste, secondo lei, una vera coscienza sociale a riguardo?
La coscienza sociale su ambiente ed ecologia sta aumentando e sono certo che le nuove generazioni ne saranno dotate in misura maggiore. Siamo in piena Green Economy, secondo alcuni la terza rivoluzione industriale. I media insistono molto sull’aspetto “verde” di prodotti, servizi, abitudini, stili di vita. Le aziende sanno che oggi un prodotto di largo consumo si vende bene solo se rende il consumatore partecipe alla lotta contro l’inquinamento e lo spreco di risorse naturali e lo fa sentire meno responsabile del degrado ambientale. Fino a 10 anni fa, chi acquistava un’auto preoccupandosi dell’emissione di CO2? Oggi questo è un dato tecnico presente in qualunque pubblicità di nuovi modelli. Inoltre un prodotto o servizio “verde” oggi fa tendenza.
Da considerare anche la legislazione europea e degli stati membri, che prevede già obblighi e limitazioni che riguardano il consumatore: per fare qualche esempio ben noto, la raccolta differenziata, la necessità di rivolgersi alle isole ecologiche per certi tipi di rifiuti,  la chiusura dei centri storici al traffico. Il cittadino di oggi non può non essere coinvolto.
Una forte coscienza sociale deriva comunque da una conoscenza dei problemi, è un fatto culturale. Se da un lato i media da vari anni fanno bene la loro parte, una vera e diffusa coscienza sociale è ottenibile solo con l’educazione scolastica fin dalle prime classi. Per questo credo che i programmi di insegnamento anche nei primi cicli scolastici debbano prevedere lo studio di questi temi: si tratta di preparare i futuri cittadini e consumatori. In alcune pagine del libro ho toccato questo aspetto pedagogico.

Qual è il messaggio che vuole dare con “Rinascere per caso”?
Rispondere che il messaggio dato è l’importanza dell’ecologia, del corretto smaltimento dei rifiuti elettronici, della lotta ai metodi illegali di gestione di questi rifiuti sarebbe banale e riduttivo oltre che poco invitante per un lettore di romanzi. Direi invece che alcuni prodotti da noi usati quotidianamente, come il computer e il cellulare, sono contenitori di nostre idee, sensazioni, piccoli segreti: dati che crediamo gelosamente custoditi in questi prodotti. Con questi strumenti hi-tech si crea un connubio che non si distrugge facilmente quando li gettiamo via perché vecchi o non funzionanti: essi conservano sempre una parte, spesso importante, della nostra vita. Rinascere per caso si basa proprio sul fatto che un cellulare viene gettato via senza togliere la SIM e i messaggi registrati. Quando viene trovato, esso provoca imprevedibili cambiamenti di vita per le due protagoniste. Effetto casuale, ma possibile, delle informazioni che contiene!

Ha già in programma qualche nuovo libro?
Sto pensando a un libro su alcuni effetti perversi della globalizzazione, in continuità con il mio primo romanzo Vittime globali. In particolare sulla concorrenza tra i lavoratori del mondo industrializzato occidentale e quelli dei paesi emergenti: spesso una lotta tra poveri che fa perdere il lavoro ai primi e fa lavorare in condizioni stressanti e inaccettabili i secondi. Mi piace indagare sulle conseguenze sociali e umane delle scelte tecnico industriali, magari spingendo alcune situazioni ai limiti estremi. Spero di riuscire a portare a termine questa mia terza fatica, ma soprattutto di interessare i miei lettori.

Tre aggettivi per definire “Rinascere per caso”.
Avvincente. Non un thriller come il primo, ma comunque un intreccio di due storie parallele di cui si capisce il legame solo nelle ultime pagine. Un finale difficilmente prevedibile, a detta di alcuni lettori.
Eco-globale. L’ecologia è il tema dominante. La necessità di affrontare le problematiche ambientali, in questo caso il problema dei rifiuti elettronici, in ottica globale è una seconda chiave di lettura.
Sentimentale. Uno dei mie primi lettori lo ha considerato una storia d’amore: non mi aspettavo questo giudizio. In effetti ciò che spinge una delle due protagoniste verso la ricerca caparbia del cellulare è l’amore per il marito da poco deceduto.

 

Ortica Editrice, libri necessari per scoprire se stessi

ROMA – Libri piccoli, sottili e maneggevoli ma che affrontano tematiche imponenti. Perché “il torto dell’uomo è di essersi fatto schiavo di troppe chimere: religioni, pregiudizi, utopie, doveri, abitudini d’ogni sorta. Doveri terreni che hanno allontanato l’uomo dalla Natura”. E seguendo questo istinto, quello di fare libri che partano dalla vera natura dell’uomo, nella primavera 2010 Ezio e Igor hanno fondato l’Ortica Editrice.


 Qual è la proposta editoriale della Ortica Editrice? Ciò che ci ha spinto ad aprire una casa editrice, strano a dirsi, ha poco a che vedere con l’editoria in senso stretto. La “nostra causa” dunque più che partorire una proposta editoriale, sta generando dei figli che possono andare più o meno d’accordo tra loro.
La diffusione e la condivisione dei saperi e delle esperienze, dei libri che sentiamo familiari dunque (di cui anche noi siamo figli). Libri che riteniamo oggi gli unici oggetti amici, necessari per scoprire se stessi e per riflettere su ciò che ci circonda.

Ci viene spesso rimproverato di essere romantici, utopici, di dimenticare che l’uomo è un essere egoista vòlto a perseguire da sempre interessi personali, che bisogna adattarsi a questo mondo, che è l’unico possibile.
Ebbene, crediamo nella forza generatrice dell’Utopia!
Se siete soddisfatti del vecchio mondo, cercate di conservarvelo; è molto decrepito e non resisterà a lungo… Ma, se non potete sopportare di vivere in un’eterna contraddizione fra le idee e la vita, di pensare in un modo e di agire in un altro, allora abbandonate queste strade medievali imbiancate a nuovo, uscitene a vostro rischio e pericolo (Herzen).
Ecco crediamo che oggi e qui sia compito di ciascun individuo (che abbia sangue nelle vene) cercare di rendere questo nostro mondo non escludente, un luogo dove tutti gli esseri viventi possano formare un tutt’uno e vivere in armonia.
Riteniamo il libro uno strumento importante per far nascere dei dubbi nell’animo di ciascuno, essenziale per abbattere le nostre false certezze e ricominciare.


“L’Ortica editrice persegue con i fatti quella solidarietà così lontana dall’attuale competizione fratricida. E’ animata da idee che sole possono dar moto alle vicende umane. E’ animata dallo spirito di cooperazione, dall’amicizia, dalla fratellanza, dall’armonia possibile fra tutti gli esseri viventi.” Questo il vostro scopo, ma che ruolo possono avere i vostri libri e  hanno i libri nella società odierna?
I libri, soprattutto oggi, sono strumenti necessari per capire e capirsi, per un progresso introspettivo vòlto a raggiungere del “nostro equilibrio”. Sono occasioni per migliorare le qualità del singolo e dunque dell’Umanità stessa.
La lettura di un libro ci da dunque l’opportunità di metterci in gioco davanti a noi stessi, un atto di coraggio, un primo passo per mettersi in discussione.
Chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato”.

      Giuseppe Parini, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta: scrittori che hanno ancora un appeal?
Allora perché leggere ancora Omero? E poi Parini, Cafiero e Malatesta sono meno noti, purtroppo, di quanto si possa credere. Non sono dei classici nel senso stretto del termine, ma lo sono per le idee e il sentire che comunicano. Molti a scuola studiano il Parini nelle pagine scelte di qualche antologia per ripetere la lezione a pappagallo, senza alcuna libertà, né interesse.
L’interesse per un libro e per un Autore è senza tempo ed immune alle mode:
Le parole di tutti gli uomini che parlano di vita, debbono suonare vane a coloro che non si trovano nello stesso ordine di pensieri. Solo chi vuole può ispirare se stesso, ed allora il discorso sarà vibrante, dolce ed universale come l’agitarsi del vento (Emerson).

Stupisce (infatti sono rimasta felicemente sorpresa) di trovare tra le vostre ultime pubblicazioni anche “Ritratto in piedi” di Gianna Manzini, un libro straordinario, un modo di raccontare che purtroppo oggi non esiste più. Come mai la scelta di ripubblicare opere di questo spessore? 
     Questo è un esempio di come un classico possa scomparire in silenzio nell’oblio: basta non pubblicarlo più. È un libro scritto col cuore, intenso e allo stesso tempo scomodo. È un libro importante che abbiamo voluto riproporre per la tenerezza che ci ha suscitato.

     Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive l’Ortica Editrice questa continua “lotta”?
P ermettici una riflessione di carattere personale. Ci sono momenti nella storia di ogni individuo, questo è stato il nostro caso, ove si sceglie di essere liberi. Difficilmente questa scelta può avere un qualsiasi tornaconto di alcun tipo, tantomeno di carattere economico; il più delle volte si è “sconfitti economicamente” ma non lo si è nell’animo.
In merito alla sempre minor vendita dei libri il discorso andrebbe ampliato, nel senso che il problema vero che avvertiamo è che stanno scomparendo sempre più i lettori (e non occorre neanche far uso dei pompieri stile Fahrenheit 451), e questo ci preoccupa non poco.
Stanno poi scomparendo i librai, le piccole librerie indipendenti e i piccoli editori, non per carenza di idee, ma perché è il mercato che detta leggeLe grandi sorelle non permettono alle sorellastre più piccine di tenere il passo, e, per ovvie ragioni, tendono a promuovere opere di facile consumo. Ci sono comunque in giro molte “piccole” case editrici che hanno in catalogo delle splendide opere magari non sono distribuite, ma l’appassionato in qualche modo riesce sempre a metter le mani sul sospirato titolo.
Da parte nostra, e fuori dalla logica concorrenziale, auspichiamo sempre collaborazioni con altre case editrici (ne abbiamo già diverse). Se un’altra casa editrice ci dovesse “soffiare” un titolo non sarebbe un dramma, ovvio un po’ rosicheremo (come si dice a Roma), perché l’importante è comunque far circolare quell’autore, quell’opera, quell’idea; non importa chi è lo strumento di divulgazione, l’importante è divulgare.
Per tornare alla scarsa vendita di libri ed al numero sempre più esiguo di lettori il ragionamento andrebbe dunque, a nostro parere, articolato su una riflessione che tenga in considerazione la società tout court e il modo insensato del vivere quotidiano: sembra che non ci sia più tempo per riflettere, per sospirare dietro una parola, per nulla… c’è solo frenesia, in tutto: produci, consuma, crepa!
Non ci concediamo più il tempo di una passeggiata, di una lettura socialmente inutile, si corre e basta. 

Non lasciarti ingannare dal "Panico!"

Marianna Abbate
ROMA Se di notte sentiamo dei rumori in salotto, se c’è un temporale fortissimo, se un ladro ci punta contro una pistola abbiamo paura. E’ lecito avere paura durante un terremoto, un incendio o una tempesta in mare. Ma quando siamo al sicuro – mentre guidiamo una macchina o leggiamo un libro, quando prendiamo un caffè al bar o saliamo sull’autobus o siamo in spiaggia a prendere il sole –  e un improvviso terrore ci attanaglia lo stomaco, ci paralizza le gambe ci cattura e ci governa, quel terrore non è giustificabile da nessuna logica. E’ panico.
“Panico! Una ‘bugia’ del cervello che può rovinarci la vita”, questo il titolo del libro-intervista di Cinzia Tani al famoso neurologo Rosario Sorrentino, edito da Mondadori nella collana Bestsellers. Il professore spiega in un linguaggio accessibile a tutti, cosa accade nel cervello di una persona quando ha un attacco di panico. 

Di certo la zona interessata è l’Amigdala- il punto di partenza delle nostre emozioni, che è situata molto vicino all’Ippocampo, il cassetto della memoria. Per questo quando avviene l’attacco di panico, paragonabile quindi ad un corto circuito che ha il suo epicentro nell’Amigdala, il ricordo dell’attacco rimane nitido per tantissimo tempo, e nel paziente si sviluppa una paura della paura, che lo priva della libertà di vivere, costringendolo in un recinto.
Secondo gli studi di Sorrentino – che attraverso l’uso di una risonanza magnetica funzionale è riuscito a fotografare l’attacco di panico – questo fenomeno è dovuto alla mancanza o alla cattiva amministrazione di una sostanza fondamentale per il funzionamento del cervello: la serotonina. Per questo l’unica via di cura per questa malattia, che affligge moltissime persone, sono i farmaci.
Inutile quindi, perdere tempo a parlare dei disagi familiari con uno psicanalista, quando la motivazione del fenomeno è da ricercarsi in una predisposizione genetica coniugata all’utilizzo di sostanze scatenanti quali droghe o caffeina. 
Sorrentino enuncia due fattori fondamentali che rendono molto difficile la cura di questa malattia: il mancato riconoscimento sociale dell’esistenza di questo disturbo d’ansia, e la paura mista alla vergogna di prendere psicofarmaci.
Il professore si batte da anni contro la psicanalisi e a favore di una cura farmacologica, che dimostra sempre più di avere degli ottimi risultati, tanto che presso il suo studio si possono incontrare pazienti da tutto il mondo.
Il libro è un aiuto valido per chi soffre di questo disturbo, ma è anche un’interessante fonte d’informazioni per chi desidera conoscere al meglio una malattia che ha sempre maggiore diffusione.