Intervista ad un autore “Clandestino”

Marianna Abbate
ROMA – Vi ricordate la recensione del “Clandestino” (Edizioni Sonda) che ho pubblicato a novembre? E’ inutile che annuiate, andate a rinfrescarvi la memoria e poi tornate su questa pagina a leggere la simpatica intervista all’autore, che serve fondamentalmente a dimostrare che io non ho capito nulla delle intenzioni dello scrittore. Ma d’altronde non è forse questo il destino di ogni critico che si rispetti? Chissà cosa ne penserebbero Dante e Leopardi di tutte le dietrologie prodotte sulle loro opere. Allora perché non approfittare del fatto che l’autore possa risponderci di persona e non correre a intervistarlo? Ecco a voi Ferdinando Albertazzi.

Quali sono gli ingredienti di un buon giallo?
Tono, brillanza e purezza son gli “ingredienti” che differenziano qualsivoglia colore dai suoi “gemelli”. Vale dunque anche per il giallo, che sia colore o… genere letterario.

Perché ha scelto di scrivere per i ragazzi?
Non scrivo affatto per i ragazzi. Non in esclusiva, almeno. Il fatto che nelle mie storie ci siano ragazzi in pagina non significa che siano destinate unicamente a loro. Altrimenti là dove in pagina ci sono invece cani, gatti o maiali, dovremmo considerarle storie per cani, gatti e maiali… Scrivo, questo sì, i ragazzi, indagati soprattutto lungo il frastagliato  percorso verso l’adultità e quindi insieme ai “grandi”. Se una storia che “punta” preferenzialmente i ragazzi non ha almeno qualche valenza anche per gli adulti, è una storia da cestinare.

Quali sono le differenze tra un noir per ragazzi e uno per adulti?
Per come si stanno differenziando le generazioni, per certe impensabili disinvolture “guardonesche” e non solo che mostrano i ragazzi, direi che, paradossalmente, un noir anche per ragazzi deve essere assai meno ingenuo di quello che va a infoltire il catalogo “per adulti”.

Lei insegna in un corso di scrittura creativa: quali consigli si sente di dare a chi vuole iniziare a scrivere, in particolare per i ragazzi?
Non aver paura di avere il coraggio di provarsi, di scommettere contro la pagina bianca. Senza smettere, al contempo, di leggere tanto e senza accontentarsi dei risultati che si pensano già raggiunti. Usare insomma molto il cestino della carta straccia, nella consapevolezza che il difficile non è cominciare bensì durare e che  il temperamento e la qualità letteraria sono tra i fattori decisivi della durata.

Che rapporto ha con i suoi lettori? Le scrivono, vengono alle presentazioni? Come sono, insomma, i giovani lettori?
Durante gli incontri, quelli che hanno la lettura nel DNA sono curiosi e avidi, desiderosi di farsi prendere dalle narrazioni. Quelli che, al contrario, si avvicinano alle storie in pagina con scarso entusiasmo o sono addirittura refrattari,  si lasciano però catturare dai laboratori musicali che Gabriella Perugini ha ideato e realizza per i miei libri. Diversi a seconda delle storie, ovviamente. Sono per lo più proprio quei ragazzi lì, quelli che non leggono volentieri o non leggono affatto, ad apprezzare gli incontri attraverso i laboratori musicali (soltanto così, d’altronde, parlo dei miei libri con i ragazzi), dove sono peraltro artefici. “Ah, ma se si può leggere così, allora…”, commentano stupiti e invogliati. Ed è una conquista davvero promettente, quella che principia dai loro sguardi magari di ironica sufficienza, via via accesi da un incredulo interesse…

 

 

L’intervista di ChronicaLibri a Marco Santochi, autore di “Rinascere per caso”

Alessia Sità

ROMA – Ho sempre pensato che i libri che riescono a lasciarti qualcosa dentro, anche a distanza di tempo, sono veramente pochi. Le letture che non si dimenticano, sono quelle che entrano nel profondo dell’anima e che una volta terminate lasciano una strana sensazione, paragonabile quasi al vuoto. A me è successo con “Rinascere per caso”, l’ultimo lavoro di Marco Santochi pubblicato da Felici editore. Un romanzo imprevedibile fino all’ultima pagina e illuminate su molti aspetti sociali e industriali legati all’ecologia.
Per saperne di più, ChronicaLibri ha intervistato il docente universitario di Tecnologie e sistemi di lavorazione, che ci racconta come la sua attività di ricerca scientifica si sia intrecciata a quella di scrittore.

Cosa ha ispirato il suo romanzo “Rinascere per caso”?
L’attività di ricerca scientifica che ho svolto nel campo del riciclaggio dei prodotti di consumo giunti al termine del loro ciclo di vita è stata la prima fonte di ispirazione: credo che in alcune pagine di descrizione tecnica, indispensabile per far entrare il lettore nella tematica, questa origine si percepisca. C’è stata anche la voglia di divulgare, di far conoscere ai non addetti ai lavori che cosa accade al nostro computer o cellulare, quando si getta via: certamente una mia deformazione professionale.
L’altra fonte d’ispirazione sono state le immagini, facilmente reperibili in rete e che hanno fatto il giro del mondo, di discariche a cielo aperto di prodotti elettronici in paesi orientali o africani: una varia umanità, molti bambini, che rovista in cumuli di spazzatura elettronica (e-waste), alla ricerca di qualcosa di ancora sfruttabile o riciclabile con metodi certamente pericolosi per loro e per l’ambiente circostante: immagini crude, inaccettabili ai nostri giorni.

Tecnologia e consumo, un binomio ormai inscindibile. Leggendo il suo libro si è portati a fare, inevitabilmente, una profonda e attenta riflessione sull’ambiente e sull’ecologia. Esiste, secondo lei, una vera coscienza sociale a riguardo?
La coscienza sociale su ambiente ed ecologia sta aumentando e sono certo che le nuove generazioni ne saranno dotate in misura maggiore. Siamo in piena Green Economy, secondo alcuni la terza rivoluzione industriale. I media insistono molto sull’aspetto “verde” di prodotti, servizi, abitudini, stili di vita. Le aziende sanno che oggi un prodotto di largo consumo si vende bene solo se rende il consumatore partecipe alla lotta contro l’inquinamento e lo spreco di risorse naturali e lo fa sentire meno responsabile del degrado ambientale. Fino a 10 anni fa, chi acquistava un’auto preoccupandosi dell’emissione di CO2? Oggi questo è un dato tecnico presente in qualunque pubblicità di nuovi modelli. Inoltre un prodotto o servizio “verde” oggi fa tendenza.
Da considerare anche la legislazione europea e degli stati membri, che prevede già obblighi e limitazioni che riguardano il consumatore: per fare qualche esempio ben noto, la raccolta differenziata, la necessità di rivolgersi alle isole ecologiche per certi tipi di rifiuti,  la chiusura dei centri storici al traffico. Il cittadino di oggi non può non essere coinvolto.
Una forte coscienza sociale deriva comunque da una conoscenza dei problemi, è un fatto culturale. Se da un lato i media da vari anni fanno bene la loro parte, una vera e diffusa coscienza sociale è ottenibile solo con l’educazione scolastica fin dalle prime classi. Per questo credo che i programmi di insegnamento anche nei primi cicli scolastici debbano prevedere lo studio di questi temi: si tratta di preparare i futuri cittadini e consumatori. In alcune pagine del libro ho toccato questo aspetto pedagogico.

Qual è il messaggio che vuole dare con “Rinascere per caso”?
Rispondere che il messaggio dato è l’importanza dell’ecologia, del corretto smaltimento dei rifiuti elettronici, della lotta ai metodi illegali di gestione di questi rifiuti sarebbe banale e riduttivo oltre che poco invitante per un lettore di romanzi. Direi invece che alcuni prodotti da noi usati quotidianamente, come il computer e il cellulare, sono contenitori di nostre idee, sensazioni, piccoli segreti: dati che crediamo gelosamente custoditi in questi prodotti. Con questi strumenti hi-tech si crea un connubio che non si distrugge facilmente quando li gettiamo via perché vecchi o non funzionanti: essi conservano sempre una parte, spesso importante, della nostra vita. Rinascere per caso si basa proprio sul fatto che un cellulare viene gettato via senza togliere la SIM e i messaggi registrati. Quando viene trovato, esso provoca imprevedibili cambiamenti di vita per le due protagoniste. Effetto casuale, ma possibile, delle informazioni che contiene!

Ha già in programma qualche nuovo libro?
Sto pensando a un libro su alcuni effetti perversi della globalizzazione, in continuità con il mio primo romanzo Vittime globali. In particolare sulla concorrenza tra i lavoratori del mondo industrializzato occidentale e quelli dei paesi emergenti: spesso una lotta tra poveri che fa perdere il lavoro ai primi e fa lavorare in condizioni stressanti e inaccettabili i secondi. Mi piace indagare sulle conseguenze sociali e umane delle scelte tecnico industriali, magari spingendo alcune situazioni ai limiti estremi. Spero di riuscire a portare a termine questa mia terza fatica, ma soprattutto di interessare i miei lettori.

Tre aggettivi per definire “Rinascere per caso”.
Avvincente. Non un thriller come il primo, ma comunque un intreccio di due storie parallele di cui si capisce il legame solo nelle ultime pagine. Un finale difficilmente prevedibile, a detta di alcuni lettori.
Eco-globale. L’ecologia è il tema dominante. La necessità di affrontare le problematiche ambientali, in questo caso il problema dei rifiuti elettronici, in ottica globale è una seconda chiave di lettura.
Sentimentale. Uno dei mie primi lettori lo ha considerato una storia d’amore: non mi aspettavo questo giudizio. In effetti ciò che spinge una delle due protagoniste verso la ricerca caparbia del cellulare è l’amore per il marito da poco deceduto.

 

Ortica Editrice, libri necessari per scoprire se stessi

ROMA – Libri piccoli, sottili e maneggevoli ma che affrontano tematiche imponenti. Perché “il torto dell’uomo è di essersi fatto schiavo di troppe chimere: religioni, pregiudizi, utopie, doveri, abitudini d’ogni sorta. Doveri terreni che hanno allontanato l’uomo dalla Natura”. E seguendo questo istinto, quello di fare libri che partano dalla vera natura dell’uomo, nella primavera 2010 Ezio e Igor hanno fondato l’Ortica Editrice.


 Qual è la proposta editoriale della Ortica Editrice? Ciò che ci ha spinto ad aprire una casa editrice, strano a dirsi, ha poco a che vedere con l’editoria in senso stretto. La “nostra causa” dunque più che partorire una proposta editoriale, sta generando dei figli che possono andare più o meno d’accordo tra loro.
La diffusione e la condivisione dei saperi e delle esperienze, dei libri che sentiamo familiari dunque (di cui anche noi siamo figli). Libri che riteniamo oggi gli unici oggetti amici, necessari per scoprire se stessi e per riflettere su ciò che ci circonda.

Ci viene spesso rimproverato di essere romantici, utopici, di dimenticare che l’uomo è un essere egoista vòlto a perseguire da sempre interessi personali, che bisogna adattarsi a questo mondo, che è l’unico possibile.
Ebbene, crediamo nella forza generatrice dell’Utopia!
Se siete soddisfatti del vecchio mondo, cercate di conservarvelo; è molto decrepito e non resisterà a lungo… Ma, se non potete sopportare di vivere in un’eterna contraddizione fra le idee e la vita, di pensare in un modo e di agire in un altro, allora abbandonate queste strade medievali imbiancate a nuovo, uscitene a vostro rischio e pericolo (Herzen).
Ecco crediamo che oggi e qui sia compito di ciascun individuo (che abbia sangue nelle vene) cercare di rendere questo nostro mondo non escludente, un luogo dove tutti gli esseri viventi possano formare un tutt’uno e vivere in armonia.
Riteniamo il libro uno strumento importante per far nascere dei dubbi nell’animo di ciascuno, essenziale per abbattere le nostre false certezze e ricominciare.


“L’Ortica editrice persegue con i fatti quella solidarietà così lontana dall’attuale competizione fratricida. E’ animata da idee che sole possono dar moto alle vicende umane. E’ animata dallo spirito di cooperazione, dall’amicizia, dalla fratellanza, dall’armonia possibile fra tutti gli esseri viventi.” Questo il vostro scopo, ma che ruolo possono avere i vostri libri e  hanno i libri nella società odierna?
I libri, soprattutto oggi, sono strumenti necessari per capire e capirsi, per un progresso introspettivo vòlto a raggiungere del “nostro equilibrio”. Sono occasioni per migliorare le qualità del singolo e dunque dell’Umanità stessa.
La lettura di un libro ci da dunque l’opportunità di metterci in gioco davanti a noi stessi, un atto di coraggio, un primo passo per mettersi in discussione.
Chi conosce gli altri è sapiente, chi conosce se stesso è illuminato”.

      Giuseppe Parini, Carlo Cafiero ed Errico Malatesta: scrittori che hanno ancora un appeal?
Allora perché leggere ancora Omero? E poi Parini, Cafiero e Malatesta sono meno noti, purtroppo, di quanto si possa credere. Non sono dei classici nel senso stretto del termine, ma lo sono per le idee e il sentire che comunicano. Molti a scuola studiano il Parini nelle pagine scelte di qualche antologia per ripetere la lezione a pappagallo, senza alcuna libertà, né interesse.
L’interesse per un libro e per un Autore è senza tempo ed immune alle mode:
Le parole di tutti gli uomini che parlano di vita, debbono suonare vane a coloro che non si trovano nello stesso ordine di pensieri. Solo chi vuole può ispirare se stesso, ed allora il discorso sarà vibrante, dolce ed universale come l’agitarsi del vento (Emerson).

Stupisce (infatti sono rimasta felicemente sorpresa) di trovare tra le vostre ultime pubblicazioni anche “Ritratto in piedi” di Gianna Manzini, un libro straordinario, un modo di raccontare che purtroppo oggi non esiste più. Come mai la scelta di ripubblicare opere di questo spessore? 
     Questo è un esempio di come un classico possa scomparire in silenzio nell’oblio: basta non pubblicarlo più. È un libro scritto col cuore, intenso e allo stesso tempo scomodo. È un libro importante che abbiamo voluto riproporre per la tenerezza che ci ha suscitato.

     Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive l’Ortica Editrice questa continua “lotta”?
P ermettici una riflessione di carattere personale. Ci sono momenti nella storia di ogni individuo, questo è stato il nostro caso, ove si sceglie di essere liberi. Difficilmente questa scelta può avere un qualsiasi tornaconto di alcun tipo, tantomeno di carattere economico; il più delle volte si è “sconfitti economicamente” ma non lo si è nell’animo.
In merito alla sempre minor vendita dei libri il discorso andrebbe ampliato, nel senso che il problema vero che avvertiamo è che stanno scomparendo sempre più i lettori (e non occorre neanche far uso dei pompieri stile Fahrenheit 451), e questo ci preoccupa non poco.
Stanno poi scomparendo i librai, le piccole librerie indipendenti e i piccoli editori, non per carenza di idee, ma perché è il mercato che detta leggeLe grandi sorelle non permettono alle sorellastre più piccine di tenere il passo, e, per ovvie ragioni, tendono a promuovere opere di facile consumo. Ci sono comunque in giro molte “piccole” case editrici che hanno in catalogo delle splendide opere magari non sono distribuite, ma l’appassionato in qualche modo riesce sempre a metter le mani sul sospirato titolo.
Da parte nostra, e fuori dalla logica concorrenziale, auspichiamo sempre collaborazioni con altre case editrici (ne abbiamo già diverse). Se un’altra casa editrice ci dovesse “soffiare” un titolo non sarebbe un dramma, ovvio un po’ rosicheremo (come si dice a Roma), perché l’importante è comunque far circolare quell’autore, quell’opera, quell’idea; non importa chi è lo strumento di divulgazione, l’importante è divulgare.
Per tornare alla scarsa vendita di libri ed al numero sempre più esiguo di lettori il ragionamento andrebbe dunque, a nostro parere, articolato su una riflessione che tenga in considerazione la società tout court e il modo insensato del vivere quotidiano: sembra che non ci sia più tempo per riflettere, per sospirare dietro una parola, per nulla… c’è solo frenesia, in tutto: produci, consuma, crepa!
Non ci concediamo più il tempo di una passeggiata, di una lettura socialmente inutile, si corre e basta. 

Non lasciarti ingannare dal "Panico!"

Marianna Abbate
ROMA Se di notte sentiamo dei rumori in salotto, se c’è un temporale fortissimo, se un ladro ci punta contro una pistola abbiamo paura. E’ lecito avere paura durante un terremoto, un incendio o una tempesta in mare. Ma quando siamo al sicuro – mentre guidiamo una macchina o leggiamo un libro, quando prendiamo un caffè al bar o saliamo sull’autobus o siamo in spiaggia a prendere il sole –  e un improvviso terrore ci attanaglia lo stomaco, ci paralizza le gambe ci cattura e ci governa, quel terrore non è giustificabile da nessuna logica. E’ panico.
“Panico! Una ‘bugia’ del cervello che può rovinarci la vita”, questo il titolo del libro-intervista di Cinzia Tani al famoso neurologo Rosario Sorrentino, edito da Mondadori nella collana Bestsellers. Il professore spiega in un linguaggio accessibile a tutti, cosa accade nel cervello di una persona quando ha un attacco di panico. 

Di certo la zona interessata è l’Amigdala- il punto di partenza delle nostre emozioni, che è situata molto vicino all’Ippocampo, il cassetto della memoria. Per questo quando avviene l’attacco di panico, paragonabile quindi ad un corto circuito che ha il suo epicentro nell’Amigdala, il ricordo dell’attacco rimane nitido per tantissimo tempo, e nel paziente si sviluppa una paura della paura, che lo priva della libertà di vivere, costringendolo in un recinto.
Secondo gli studi di Sorrentino – che attraverso l’uso di una risonanza magnetica funzionale è riuscito a fotografare l’attacco di panico – questo fenomeno è dovuto alla mancanza o alla cattiva amministrazione di una sostanza fondamentale per il funzionamento del cervello: la serotonina. Per questo l’unica via di cura per questa malattia, che affligge moltissime persone, sono i farmaci.
Inutile quindi, perdere tempo a parlare dei disagi familiari con uno psicanalista, quando la motivazione del fenomeno è da ricercarsi in una predisposizione genetica coniugata all’utilizzo di sostanze scatenanti quali droghe o caffeina. 
Sorrentino enuncia due fattori fondamentali che rendono molto difficile la cura di questa malattia: il mancato riconoscimento sociale dell’esistenza di questo disturbo d’ansia, e la paura mista alla vergogna di prendere psicofarmaci.
Il professore si batte da anni contro la psicanalisi e a favore di una cura farmacologica, che dimostra sempre più di avere degli ottimi risultati, tanto che presso il suo studio si possono incontrare pazienti da tutto il mondo.
Il libro è un aiuto valido per chi soffre di questo disturbo, ma è anche un’interessante fonte d’informazioni per chi desidera conoscere al meglio una malattia che ha sempre maggiore diffusione. 

Un’intervista "da bar" con Tiziana Cavasino e Herta Elena Rudolph

Marianna Abbate
ROMA -  Vi ricordate "Pensi  che ci saremmo potuti conoscere in un bar?" (Caravan Edizioni), il volume di i racconti sull'Europa dell'est di cui vi parlai tempo fa? Proprio ora, appena tornata dall'Europa dell'est, sono lieta di   presentarvi l'intervista a Tiziana Cavasino e Herta Elena Rudolph, curatrici del libro. Buona lettura!
“Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar” è un libro corale, fatto da molte persone. Come nasce  e quali sono state le dinamiche che hanno portato a questo libro?
La culla di questo progetto è una delle sedi dell’Università di Padova, dove il 6 dicembre 2006 alcuni giovani studiosi di lingue e letterature straniere hanno partecipato a un convengo sugli autori emergenti europei contemporanei. In quell’occasione fu lanciata l’idea di realizzare un’antologia di racconti in traduzione da tutte le lingue europee da pubblicare su Vibrisselibri, il bollettino-blog-casa editrice dello scrittore Giulio Mozzi. Il nucleo iniziale patavino, nel corso del tempo, si è allargato e sono stati coinvolti altri esperti di letteratura straniera e, soprattutto, traduttori da tutte, o quasi, le lingue europee.
I traduttori, oltre ad aver tradotto i racconti, hanno anche ‘scovato’ autori e racconti, basandosi sul tema scelto dal gruppo iniziale, ovvero “la vita urbana e la città europea”. La selezione dei racconti, la revisione delle traduzioni, i rapporti con gli autori, il reclutamento dei traduttori, la (faticosa) ricerca di una casa editrice sono state svolte interamente dalle curatrici. Giulio Mozzi, in questa avventura, ha avuto un ruolo fondamentale, soprattutto nella fase organizzativa del materiale raccolto. Alla fine di questo lungo lavoro editoriale, infatti, avevamo tra le mani una cinquantina di racconti inediti. Sono bastati un paio di incontri con Giulio per organizzare quella mole di materiale e creare due diversi indici per la ‘mappatura letteraria’ delle nuove voci europee.
“Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar? Racconti dall’Europa dell’est”, pubblicato da Caravan Edizioni alla fine del 2010, è solo una piccola parte del grande progetto europeo iniziale, benché sia un libro completo in sé.
Il resto dei racconti, infatti, è ancora in cerca di editore.

Questo libro è una raccolta di racconti ambientati in diverse città dell’est. L’Europa dell’est oggi è tanto diversa dall’Occidente?
A
una prima lettura si ha la sensazione che non ci sia una grande differenza tra
vivere in una città occidentale e vivere a Bucarest, a Budapest o a Salonicco:
la ressa sui mezzi pubblici, gli odori nei sottopassaggi, le attese alla
fermata dell’autobus, le chiacchiere al bar sembrano sempre le stesse, tuttavia
noi non abbiamo mai perso di vista il fatto che i racconti siano stati
originariamente scritti in lingue diverse depositarie di storie e culture
profondamente diverse tra loro.
Quello che emerge in alcuni di questi racconti è il rischio dell’omologazione culturale: i segni di un lento e inesorabile processo di occidentalizzazione nei paesi usciti dai vari regimi comunisti sono ben visibili. Il sogno dell’ovest e del capitalismo hanno segnato il passato recente di paesi come la Croazia e la Romania e il passato un po’ meno recente della Grecia. Tuttavia i protagonisti dei nostri racconti hanno spesso un atteggiamento critico e diffidente nei confronti della società consumista occidentale. Il benessere agognato si è spesso rivelato un miraggio irraggiungibile o, molto più crudelmente, la condanna a una povertà ancora più disumana.

Cosa vi ha guidato nella scelta dei racconti?
Lasciando da parte l’aderenza al tema prescelto, che era la condizione essenziale, ciò che ci ha guidate dall’inizio alla fine nella scelta dei racconti è stato il desiderio, condiviso anche con i traduttori, di dare spazio a una scrittura di qualità. Tutte le volte che ci siamo trovate di fronte a un racconto ben scritto la decisione è stata facile e unanime. L’altro obiettivo era quello di prediligere autori inediti o scarsamente conosciuti in Italia: cercavamo delle voci nuove che ci raccontassero delle realtà altre con un linguaggio diverso dal nostro. Per questo ci siamo fidate molto dei traduttori, non potendo leggere tutti i racconti in lingua originale. Nel caso specifico di “Pensi che ci saremmo potuti conoscere in un bar?”, la scelta di pubblicare racconti provenienti da paesi ‘dell’est’ (‘etichetta’ che però va un po’ stretta ad alcuni dei paesi inclusi) è in linea con la casa editrice il cui intento è quello di dar voce a culture e letterature di cui si sa molto poco. Alcuni dei paesi inclusi nella raccolta, tra l’altro, iniziano solo ora a trovare la loro, nuova, identità – pensiamo alla Croazia che è nata dalle macerie della ex Jugoslavia. Ed è interessante leggere in che modo i due autori croati affrontano il tema dell’identità. 

Guardando alla realtà letteraria dell’Europa, pensate che in Italia ci sia bisogno di una ventata di “novità”, provenienti, perché no, dall’est?  
 Le novità letterarie sono sempre auspicabili, da qualunque parte arrivino. Il panorama letterario dell’Europa dopo la caduta del Muro è ancora frammentario, ma una parte dell’Europa dell’est, o di quella che un tempo era considerata Europa dell’est, ha sicuramente molto da raccontare sulle vicende degli ultimi decenni di cui oggi si intravedono i primi frutti. I paesi che sono emersi da quella esperienza sono ancora alla ricerca di un’identità e una riflessione sull’identità europea è prematura, almeno per quanto riguarda gli autori di questa raccolta.
Da questo punto di vista la casa editrice Caravan ha fatto una scelta coraggiosa selezionando racconti da ‘lingue minori’ e da paesi e letterature poco conosciuti in Italia, ma che sono molto vicini a noi e che probabilmente lo diventeranno sempre di più.


Carlo Mazzoni racconta i suoi “Due Amici”

Silvia Notarangelo
Roma – Esistono dei libri da cui è difficile separarsi, perché la lettura scorre veloce, la storia è incalzante, ogni riga aggiunge quel qualcosa di nuovo e, a volte, inaspettato, che costringe, inevitabilmente, ad andare avanti. Due amici”, il romanzo di Carlo Mazzoni pubblicato da Fandango, appartiene a questa categoria. ChronicaLibri ha intervistato l’autore:
Lei racconta la storia di un’amicizia che sembra perfetta. Talvolta sbilanciata, conflittuale, eppure indissolubile. Esiste davvero un sentimento così forte, capace di superare tutto, litigi, incomprensioni, persino tradimenti? Come è nata l’idea di questo romanzo?
Non so se esista, un’amicizia così forte. Non so se esista un legame, fra due persone, così forte. A volte ci credo, a volte ne dubito.

Questa è l’idea, la domanda alla base del romanzo. Sono cresciuto credendo a un’amicizia, vivendo un’amicizia e lottando per essa. Oggi questo legame è incrinato, per cui la mia domanda è più aperta che mai.

Ho letto che si è diplomato al Conservatorio. Anche Gio, uno dei due protagonisti, studia musica e suona il pianoforte. Ci sono altri elementi autobiografici?
Io sono in parte Matteo e in parte Gio. Io soffro di diabete da quando ho dieci anni, vivendolo così come ho scritto per Matteo. Il mio carattere somiglia a quello di Matteo, la mia infanzia è simile a quella di Matteo. Sono sempre io però che partivo per New York come Gio nel libro, io che prendevo la distanza dal mio amico per cercare la mia identità. Molti dettagli mescolano le due figure, come l’esame al Conservatorio di Alessandria che nel romanzo lascio al personaggio di Gio. 
“Due amici” ripercorre l’evoluzione di una patologia, il diabete, che, pur condizionando la vita di Matteo, non gli impedisce di continuare per la sua strada, di realizzarsi, di divertirsi. Tralasciando i risvolti più drammatici a cui Matteo andrà incontro, pensa che la possibilità di convivere con la malattia, senza, per questo, privarsi di nulla, possa essere una chiave di lettura del libro?
Il diabete è una lezione di rigore, di concentrazione. Il diabete, la malattia in genere, ti costringe a chiederti dove davvero vuoi andare, cosa davvero ti interessa nella vita. Una malattia ti lascia precario davanti al futuro, amplia la tua nostalgia per il passato, ti fa sperare di vivere ogni momento che ti è concesso al limite delle tue forze. Il diabete per me è, oggi mi viene da dirlo, un sintomo di fortuna: una malattia che davvero mi ha insegnato moltissimo.
Il romanzo risulta estremamente coinvolgente grazie anche ad uno stile asciutto, ad un ritmo serrato, in cui non c’è mai una parola di troppo. Una scelta voluta?
 Ho lavorato molto all’italiano di questo libro. Cercando una grammatica più lineare, la costruzione del periodo più logica. Leggendo un qualsiasi articolo di giornale, quando incontrate una frase principale che inizia con ‘ma’ o ‘eppure’, provate a rileggerla togliendo la congiunzione: il significato verrebbe espresso meglio. In italiano è sbagliato iniziare una frase con una congiunzione, nonostante oggi tutti scrivano così. 
Cito dal testo “Quando tocchiamo il fondo o crediamo di toccarlo, ci calmiamo, smettiamo di avere paura e iniziamo a sopravvivere – non a vivere – a sopravvivere”. Che cosa contraddistingue, secondo lei, una vita “vissuta” da una legata a semplice “sopravvivenza”?
Vivere a pieno è quello che Matteo si impegna a fare, quello a cui costringe Gio – senza tollerare debolezze, scorciatoie, facilitazioni. Vivere in pieno significa non accontentarsi, credere in quello che si fa, avere uno scopo e essere in corsa per realizzarlo. Vivere significa mettersi in discussione, non essere mai sicuri di niente e curiosi di tutto, rifiutare le abitudini. Vivere significa moltiplicare i propri talenti – riprendendo la frase del Vangelo che cito in ogni mio romanzo, a cui io credo tantissimo. Chi nasconde la propria mina e la restituisce così come l’ha ricevuta: costui non vive, ma sopravvive.
Può svelarci qualche progetto futuro? Sta lavorando ad un nuovo libro?
Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ci vorrà molto tempo prima di vederlo compiuto. A novembre lancerò in rete “Il fuoco”, a cui sto lavorando dall’inizio di quest’anno, su Itunes, Netflix e Youtube. E’ una canzone, una melodia, una poesia, una preghiera: la preghiera di Gio davanti al suo amico che muore.

Lei racconta la storia di un’amicizia che sembra perfetta. Talvolta sbilanciata, conflittuale, eppure indissolubile. Esiste davvero un sentimento così forte, capace di superare tutto, litigi, incomprensioni, persino tradimenti? Come è nata l’idea di questo romanzo?
Non so se esista, un’amicizia così forte. Non so se esista un legame, fra due persone, così forte. A volte ci credo, a volte ne dubito. Questa è l’idea, la domanda alla base del romanzo. Sono cresciuto credendo a un’amicizia, vivendo un’amicizia e lottando per essa. Oggi questo legame è incrinato, per cui la mia domanda è più aperta che mai.

Ho letto che si è diplomato al Conservatorio. Anche Gio, uno dei due protagonisti, studia musica e suona il pianoforte. Ci sono altri elementi autobiografici?
Io sono in parte Matteo e in parte Gio. Io soffro di diabete da quando ho dieci anni, vivendolo così come ho scritto per Matteo. Il mio carattere somiglia a quello di Matteo, la mia infanzia è simile a quella di Matteo. Sono sempre io però che partivo per New York come Gio nel libro, io che prendevo la distanza dal mio amico per cercare la mia identità. Molti dettagli mescolano le due figure, come l’esame al Conservatorio di Alessandria che nel romanzo lascio al personaggio di Gio.

“Due amici” ripercorre l’evoluzione di una patologia, il diabete, che, pur condizionando la vita di Matteo, non gli impedisce di continuare per la sua strada, di realizzarsi, di divertirsi. Tralasciando i risvolti più drammatici a cui Matteo andrà incontro, pensa che la possibilità di convivere con la malattia, senza, per questo, privarsi di nulla, possa essere una chiave di lettura del libro?
Il diabete è una lezione di rigore, di concentrazione. Il diabete, la malattia in genere, ti costringe a chiederti dove davvero vuoi andare, cosa davvero ti interessa nella vita. Una malattia ti lascia precario davanti al futuro, amplia la tua nostalgia per il passato, ti fa sperare di vivere ogni momento che ti è concesso al limite delle tue forze. Il diabete per me è, oggi mi viene da dirlo, un sintomo di fortuna: una malattia che davvero mi ha insegnato moltissimo.

Il romanzo risulta estremamente coinvolgente grazie anche ad uno stile asciutto, ad un ritmo serrato, in cui non c’è mai una parola di troppo. Una scelta voluta?
Ho lavorato molto all’italiano di questo libro. Cercando una grammatica più lineare, la costruzione del periodo più logica. Leggendo un qualsiasi articolo di giornale, quando incontrate una frase principale che inizia con ‘ma’ o ‘eppure’, provate a rileggerla togliendo la congiunzione: il significato verrebbe espresso meglio. In italiano è sbagliato iniziare una frase con una congiunzione, nonostante oggi tutti scrivano così.

Cito dal testo “Quando tocchiamo il fondo o crediamo di toccarlo, ci calmiamo, smettiamo di avere paura e iniziamo a sopravvivere – non a vivere – a sopravvivere”. Che cosa contraddistingue, secondo lei, una vita “vissuta” da una legata a semplice “sopravvivenza”?
Vivere a pieno è quello che Matteo si impegna a fare, quello a cui costringe Gio – senza tollerare debolezze, scorciatoie, facilitazioni. Vivere in pieno significa non accontentarsi, credere in quello che si fa, avere uno scopo e essere in corsa per realizzarlo. Vivere significa mettersi in discussione, non essere mai sicuri di niente e curiosi di tutto, rifiutare le abitudini. Vivere significa moltiplicare i propri talenti – riprendendo la frase del Vangelo che cito in ogni mio romanzo, a cui io credo tantissimo. Chi nasconde la propria mina e la restituisce così come l’ha ricevuta: costui non vive, ma sopravvive.

Può svelarci qualche progetto futuro? Sta lavorando ad un nuovo libro?
Sto lavorando a un nuovo romanzo. Ci vorrà molto tempo prima di vederlo compiuto. A novembre lancerò in rete “Il fuoco”, a cui sto lavorando dall’inizio di quest’anno, su Itunes, Netflix e Youtube. E’ una canzone, una melodia, una poesia, una preghiera: la preghiera di Gio davanti al suo amico che muore.

Simone Di Matteo: il volto giovane dell’Editoria italiana parla della Diamond Editrice

Alessia Sità
Roma
– Simone Di Matteo, uno dei volti più giovani dell’Editoria italiana, racconta a ChronicaLibri la sua passione per la scrittura e la realizzazione di un sogno: la Diamond Editrice.
Cosa spinge un ventisettenne a diventare editore?

Ognuno ha un sogno. Il mio è fare l’editore oltre a coltivare la mia passione per la scrittura. Ho sempre saputo cosa volevo fare, e l’ho fatto. Determinazione, coraggio e passione per ciò di cui vivo. Sommariamente questo e la lotta contro l’editoria a pagamento mi hanno spinto a divenire un editore.

Nella storia dell’editoria italiana la figura dell’editore è sempre stata legata a un’immagine di uomini con esperienza e dalle scelte importanti, non è troppo “rischioso” avventurarsi in questo mestiere senza la dovuta “gavetta”?

Tutto è rischioso, anche alzarsi dal letto al mattino. Io non penso che solo la “gavetta” sia necessaria per un buon editore, anche se auspicabile. I grandi editori del passato sono molto differenti da quelli odierni. Io non voglio assomigliare a nessuno né agli uni, né agli altri. Le doti che un editore deve avere sono varie e numerose: a partire dall’inventiva e dall’originalità delle proprie iniziative, la conoscenza della lingua italiana, e la capacita di trasmettere ai propri autori e collaboratori il senso e i principi con cui scrivere e comunicare ai lettori. Ma soprattutto serve gusto e intuito, in fondo è di letteratura che stiamo parlando e non di editoria scientifica o giornalistica. Non dico che siano doti innate in tutti gli editori, ma sono peculiarità da raffinare con il tempo e con l’esperienza. Soprattutto e sempre con la lettura e con la passione per la ricerca letteraria.

Qual è la proposta editoriale offerta da Diamond?

La Diamond Editrice pubblica narrativa. Abbiamo ben nove collane che racchiudono gli svariati generi letterari e una nuova collana “Dittici” da poco inaugurata dedicata a nostre antologie, o scritti brevi in forma dittologica, ovvero in cui si ravvisi una duplice necessità del pensiero. Pensare per schemi binari è una delle caratteristiche della civiltà occidentale, ed oggi tutto si muove su logiche binarie. Appena pubblicata, ad esempio, nella collana Dittici, un’antologia: l’opera collettiva “Del Vizio e della Virtù – Antologia di racconti del XXI secolo” che vede al centro del volume come ideale cesura e al contempo come transizione intellettuale e letteraria un racconto donato da Dacia Maraini.

Come mai la scelta di investire sugli autori emergenti?

La Diamond Editrice offre agli scrittori emergenti tutto l’appoggio necessario e gli strumenti atti a valorizzare ciò che di più prezioso possiamo trasmettere alle generazioni presenti e future. La nostra attività è rivolta alla qualità del prodotto letterario, selezionando per il tramite del comitato scientifico di lettura, eventuali manoscritti da pubblicare, siano essi di autori emergenti che già noti nel panorama letterario italiano. Oltre la qualità contenutistica, la Diamond si pone come obbiettivo anche la piacevolezza estetica del prodotto libro, infatti, i nostri illustratori sono stati scelti dopo un’attenta analisi dei propri lavori. Giampaolo Carosi e Daniele Pacchiarotti sono per la Diamond Editrice un’importante risorsa come lo sono i membri dello staff Diamond, ognuno per le proprie competenze. Per noi, un buon libro è come un diamante, è per sempre.

Sempre meno libri venduti, sempre più case editrici: come vive la Diamond questa continua “lotta”?

La Diamond è approdata nel mondo perché non sopporto l’idea che chiunque, così per caso, ogni mattina, possa pubblicare un testo improvvisandosi scrittore pagando. Sto combattendo dai miei esordi il business dell’editoria a pagamento, che per me, è la causa dell’allontanamento dalla lettura. E l’Italia, si sa, è il paese in cui si scrive di più, ma si legge di meno.

C’è un autore in particolare che ha segnato il tuo percorso professionale e personale?

Non attingo mai da altre fonti. Dietro di me o i miei scritti ci sono solo e soltanto io. Per quanto riguarda i grandi della letteratura che stimo e leggo e rileggo sempre con grande piacere sono Cotroneo, Galasso, Piccolo, De Luca, Moravia, Pasolini, Lucarelli, o anche Alda Merini. Poi sono un grande appassionato di mitologia e autori classici.

Come nasce l’accordo fra la Diamond Editrice e la Croce Rossa Italiana?

Tutto è partito da un’idea che mi circola in mente da quando ricordo ho cominciato a pensare, ovvero che non è possibile cambiare il mondo da un giorno all’altro, ma pensare di poterlo fare è un bel gran passo in avanti. Ho conosciuto la Croce Rossa Italiana grazie a due cari amici e collaboratori che sono volontari della C.R.I. e durante una riunione abbiamo pensato ad un motivo per il quale Solidarietà e Cultura ancora non si fossero coese per il futuro. Da qui…

Che consigli di lettura ti senti di dare?

Intanto leggere è il primo consiglio. Poi imparare a scegliere cosa leggere, perché non tutto va bene. La vita è troppo breve per sprecare del tempo a leggere qualcosa di brutto o di inutile. Direi che si deve iniziare dall’inizio: per esempio leggere Omero e Virgilio prima di tutto e di tutti, adesso poi sono anche tradotti in prosa. Poi si può proseguire con i grandi romanzi dell’ottocento, che almeno una volta bisogna leggere. Balzac e Dickens … Il capolavoro assoluto è Madame Bovary di Flaubert, ma nella traduzione di Maria Luisa Spaziani. E poi la letteratura italiana del Novecento da Svevo a Pirandello fino a Moravia e Sciascia, Calvino e Elsa Morante.

"Siamo stati diseducati alla sopportazione della sofferenza". ChrL intervista Lorenzo Minoli.

Giulio Gasperini
ROMA – Capita spesso che autore e recensore non si accordino sulla comprensione di un romanzo. E che il confronto tra i due sia faticoso e finanche un po’ arido, se non si ha la possibilità di confrontarsi serratamente per edificare, insieme, una possibile chiave di lettura. In queste situazioni sarebbe più opportuno realizzare un’intervista con l’arte del contraddittorio. Ma, si sa, non sempre è possibile, soprattutto in quest’epoca dove, se si può affidare tutto alla procura d’un computer, nessuno riesce a sottrarsi. In questo caso è avvenuto così: non ho avuto la possibilità di confrontarmi passo dopo passo con l’autore, Lorenzo Minoli, sui tanti luoghi del suo romanzo, “Il momento perfetto”, sui quali mi sarei, con lui, confrontato apertamente.

Come prima domanda le darei l’opportunità d’un chiarimento (che serve in primo luogo a me). Dopo aver letto la mia recensione, lei mi ha scritto che l’aveva trovata un po’ “cattiva” e che, a suo parere, non avevo centrato il tema. Vorrei che mi chiarisse questa prospettiva, per la quale avrei frainteso il suo romanzo.

Innanzitutto mi pare che ci sia una differenza importante tra il commento/giudizio in generale e le stelle date (si tratta del sistema di voto di http://www.anobii.com/ N.d.I.). Non che onestamente mi importi più di tanto ma mi piacerebbe capire come si va da quel che viene scritto sul libro ad una valutazione così bassa. Infine non ho proprio capito il penultimo paragrafo “Le prove si susseguono, con i soliti padri autoritari, le madri soffocanti d’affetto, le fidanzate asfissianti, le crisi prodotte dalla fine delle illusioni: ogni volta la storia pare un copione perfetto, con ritardi più o meno bilanciati, ma pur sempre con tappe obbligate, che non possono esitare nel presentarsi. Lorenzo Minoli gioca a riscrivere la sua personale versione del perfetto copione del perfetto adolescente: che ogni volta ha un nome e un carattere diverso, un fisico e un colore di occhi nuovo, ma che, alla fine, indaga sempre per le stesse risposte.” In realtà sembra che si sia letto un altro libro, non ritrovo nulla di tutto questo nella storia. Le fidanzate non sono asfissianti: sono incerte e spaventate dall’insicurezza del giovane che non ha gli strumenti emotivi e culturali per capire cosa succede intorno a lui. Di madri soffocanti d’affetto non ce n’è neanche una, semmai una (quella di Francine) comprensiva e “madre”; l’altra proprio l’opposto della madre affettiva. Infine proprio non ho capito il concetto di riscrittura della stessa storia con caratteri diversi. Quali sono questi caratteri diversi?

Mi pare persino troppo banale chiederle che tipo di apporto abbia avuto, nella stesura del romanzo, la sua esperienza come sceneggiatore. Quel che invece mi interessa chiederle è se, secondo lei, sia facile scrivere la sceneggiatura di un film, cosiddetto, “di formazione”. Ne abbiamo visti tanti, di codesti film, ma molti sono tutt’altro che riusciti; e tanti altri ancora contrabbandati come tali ma totalmente lontani dall’essenza della definizione stessa…
Non è banale, la domanda, perché in realtà questo è sempre stato il mio modo di scrivere ispirato dalla letteratura sudamericana; da certa letteratura nordamericana. Certo l’essere anche sceneggiatore mi da i “tempi” ma è tutto li. In quanto a film di “formazione” la definizione mi pare molto ampia: Qualcuno volò sul nido del cuculo, Zabriski Point, Blow Up, Un cittadino al di sopra di ogni sospetto, Uomini contro tanto per citarne alcuni mi sembrano films di “formazione” in quanto tendono a “formare” animo e cuore. Certo se si vuol parlare di Laura Antonelli e Momo allora sono d’accordo quelli erano films lontani dall’essenza della formazione, ma così non lo erano, ad esempio, La guerra dei bottoni e I ragazzi della via Paal.

Fausta Cialente, nel suo racconto Pamela o la bella estate, condanna la sua eroina a un destino simile al protagonista del suo libro. E anche Woody Allen, in Vicky Cristina Barcelona, pare sottostare allo stesso concetto di fondo: l’estate è la stagione in cui, più di altre, si rischia la crescita, la maturazione, il compimento un cammino cominciato magari altrove ma mai concluso. La sua scelta dell’estate, come scenografia temporale del romanzo, sottostà a questi ragionamenti o ha altre motivazioni?
Nella mia storia l’estate è casuale ed è anche una breve presenza. La storia è in flash back, copre tutte le stagioni. Poi si può dire che l’estate facilita certe situazioni sentimentali ed esistenziali perché col tempo libero specie quando si è studenti si pensa di più al proprio “io” perché ce lo si può permettere e io credo anche perché lo “spogliarsi” fisicamente dei vestiti ci spinge quasi naturalmente verso una libertà esteriore e interiore più difficile quando siamo “vestiti”, “protetti” da vari strati di indumenti. Una mia ipotesi, forse troppo cinematografica anche questa.

Adesso una domanda un po’ campanilista: come mai è così affezionato (come parrebbe dalla lettura del romanzo) a quelle che sono i miei luoghi, le mie coste, i miei piccoli angoli di paradiso, ovvero alla Maremma grossetana?
Sono arrivato in Maremma nel 1963. C’erano stradine di terra (poche), cinghiali (tanti) zanzare (tantissime e grandi come elicotteri). Pochi coraggiosi villeggianti e tanta, tantissima libertà e felicità. Da allora ho passato TUTTE le mie estati in Maremma almeno per un mese. Anche durante i miei vent’anni di USA ho portato tutte le estati i miei figli a passare le vacanze in Maremma, che per me è Maremma non Toscana. Amo le pinete, i venti, i rumori dei boschi, il mare, la durezza della terra e la bellezza della stessa. È nel mio cuore, scolpita e indelebile.

La feroce ma fredda rabbia (per l’impotenza e magari il rimpianto) di Gianni, lo smarrito e impacciato dolore di Maria, la presenza incombente di Francine: crede possibili tali sentimenti ancora ai nostri tempi, nei quali la velocità delle nostre vite rende ogni scalino umano di crescita più un inciampo che un’occasione per maturare?

Credo che il problema, perché è un problema, al giorno nostro è che siamo stati diseducati alla sopportazione della sofferenza, non fine a se stessa ma come necessario e certe volte ineluttabile, passaggio per il raggiungimento dei nostri traguardi crescita compresa. La sofferenza (della quale non ci si deve compiacere ovviamente) è una parte necessaria per prepararci alla separazione finale. Ma la cultura attuale ha diseducato particolarmente i giovani ed ha fatto un pessimo servizio perché la continua ricerca ad evitare la sofferenza devia certe volte la vita di alcuni di noi e ne varia le aspirazioni finali, abbassandone la qualità. Lo sport lo insegna: con allenamenti duri, con determinazione e tenacia si può aspirare a vincere. Senza si può aspirare semmai eventualmente forse certe volte quando le gare sono proprio facili a partecipare.

Una domanda, per concludere, che noi di ChronicaLibri rivolgiamo a ogni scrittore: potrebbe dirci quali sono (e per quale motivo) le sue tre parole preferite?
Preferite non so; importanti:
Morte. È la fine, oppure l’inizio? E’ un dilemma che mi intriga.
Speranza. Senza non si vive, senza non si butta il cuore oltre l’ostacolo ed allora si vive una vita noiosa
Donna. È tutto. Continuità, madre, moglie, piacere, folle incomprensione, totale coinvolgimento. È tutto e il contrario di tutto.

“I viaggi dei miei eroi li ho immaginati, li ho percorsi, li ho fotografati, li ho desiderati, per molti anni". ChrL intervista Luigi Farrauto

Giulio Gasperini
ROMA –
Non potevo certo esimermi dall’intervistare Luigi! Troppe le passioni comuni, dai viaggi ai suq dell’oriente; troppi gli stessi richiami ad attrarci, le stesse seduzioni a vincerci. Troppo appassionante è stata la lettura del suo romanzo per non avere mille e una domanda da rivolgergli; troppe curiosità che volevano, perentoriamente essere soddisfatte. Ne è venuto fuori un confronto amichevole e stimolante, come se due vecchi amici si fossero fermati, per un attimo, e si fossero ritrovati sotto un medesimo cielo, a distanza di tempo in quantificabile; e si volessero confidare a vicenda tutte le strade percorse. L’intervista è lunga, quasi una doppia confessione (e, come tale, non ho voluto tagliare neppure una virgola!); abbi la pazienza di arrivare sino in fondo. Perché non ne sarai per nulla deluso.

Io sono un adoratore di Oriana Fallaci. E lei scrisse un romanzo che, come il tuo, ha come palcoscenico privilegiato il Medio Oriente. In questo romanzo Oriana costruì la sua particolare teoria del caso e del destino. Nel tuo libro ugualmente queste due entità quasi mitiche hanno un ruolo fondamentale. È per caso la cultura mediorientale che, più di altre, pone irrimediabilmente di fronte a queste due grandi estensioni causali che riguardano l’uomo?
Caso e destino sono entità forse onnipresenti in ogni forma di cultura, tradizione, arte. Non so se in Medioriente queste due estensioni abbiano una valenza diversa, o tanto diversa dalla nostra. Non ho le competenze per dirlo con precisione.
Nel romanzo il mio rimando al destino è sempre a un “destino tangibile”, un destino modificabile come le impostazioni di una macchina fotografica. Dunque il destino di un’immagine diviene “il restare appeso a testa in giù, in attesa di un Giudizio Universale, e magari finire nel cestino in mille pezzi”, e il protagonista “è come un dio minore alle prese con esercizi di creazione”, come un padre che può decidere quale sarà il carattere di suo figlio…
Di sicuro fare esperienza del Medioriente espone al mito, al fascino della storia, perché sono ovunque, è impossibile per chi viaggia in quei paesi non notarlo. E come tutti i luoghi che sono anche ‘luoghi dell’anima’, il Medioriente porta a riflettere molto, forse anche su caso e destino, sul concetto di distanza e di sorte. Poi, credo sia il ‘destino’ di chi si innamora di quei luoghi, il doverli raccontare e condividere…
Nel descrivere lo scenario della narrazione ho cercato di evocare le atmosfere più magiche legate al termine “medioriente”. Quelle delle Mille e una Notte, un romanzo in cui il ‘destino’ è affidato al racconto: Sherazad vince la morte descrivendo mille vite, una dentro l’altra. Mille mondi. Quello è il mondo arabo a cui faccio riferimento: imperfetto e umano, atmosferico e sensazionale.
Riguardo alla Fallaci, non conosco la sua particolare teoria su caso e destino. Né ho letto i suoi romanzi ambientati in Medioriente. Oriana Fallaci ha raccontato per una vita, e con passione, quella terra che entrambi amiamo. Ma del mondo arabo abbiamo due visioni totalmente opposte. Quello che ho descritto io non è affatto lo stesso mondo, lei lo vedeva un po’ come una minaccia, per rimanere in tema ‘destino’… A mio avviso così facendo si alimenta il fuoco della paura, esotizzando il mondo arabo inutilmente. Io credo che il ‘destino’ dell’umanità sia creare ponti, e percorrerli in entrambe le direzioni. Onestamente non ho mai compreso questa sua paura di una “islamizzazione dell’Occidente”, mi piace vedere la contaminazione culturale come un valore, che può farci crescere tutti, creando significati nuovi e più ricchi. È un processo che dura da millenni…



Io non credo al destino. La trovo una presuntuosa maniera, dell’uomo, di scaricarsi di responsabilità: come se ci si volesse smarcare dal potere dell’iniziativa e dalla nostra capacità di saper contrastare le situazioni, sia avverse che alleate. Potresti esporci la tua personale visione del caso e del destino?
Sono d’accordo con te. Non ci credo nemmeno io, al destino; sono convinto che sia solo l’individuo l’artefice del proprio futuro. Però credo alle coincidenze. Di quelle il mondo è pieno. Di ‘casualità’. E se guardiamo la terra come una rete fittissima di connessioni, le coincidenze si spiegano facilmente. Niente metafisica o escatologia. Io sono una di quelle persone a cui si è inceppata la “sospensione del giudizio”. Non credo a niente che possa muoversi senza essere mosso. Non amo la fantascienza, nemmeno al cinema, non mi coinvolge.
‘Destino’ è una parola di cui si fa grande uso. Il romanzo ne è pieno. Nella mia mente, comunque, caso e destino differiscono solo per significante. “La fortuna è questione di geografia”.
Nella narrazione ‘caso’ e ‘destino’ hanno molta importanza. Sono le infinite combinazioni foto-chimiche di un’immagine, le infinite strade che si possono percorrere durante un viaggio. Sono le strade prese e quelle perse. È la consapevolezza che in un rullino ci siano concesse solo 36 foto.
Nella camera oscura, come nella finzione letteraria, non c’è limite, non c’è destino. C’è inventio e dispositio. Tecnica e sensiblità. Quello è il bello…


Questi tuoi personaggi, così distanti e manichei, a un certo punto si incontrano nella dimensione del viaggio, in quell’esperienza che Kapuscinski avrebbe definito del “varcare la frontiera”. Quanto ti sei divertito a immaginare i viaggi dei tuoi eroi? E ancora, quanto ti sei divertito (e ti diverti) tu in primis, a viaggiare?
Adoro Kapuscinski. Lui è uno che il mondo lo ha percorso per davvero, e con curiosità. Mi ha insegnato che il “Varcare la frontiera” non è solo un movimento del corpo. C’è un universo intero dentro quelle parole.
Il viaggio ‘vero’ mi dà dipendenza non perché mi diverte, ma perché mi arricchisce. Io visiterei qualunque paese del mondo, senza fermarmi mai, se solo potessi. Viaggiare soddisfa la mia curiosità, ma è una droga sottile ed efficace, difficile smettere.
I viaggi dei miei eroi li ho immaginati, li ho percorsi, li ho fotografati, li ho desiderati, per molti anni.
A piccole dosi. Progettare, descrivere e raccontare un viaggio immaginario, un viaggio di altri, è stato bizzarro. È un’attività emozionalmente complessa. Da un lato, la vertigine di libertà data dal poter raccontare, potenzialmente, di qualunque paese del mondo. Quindi in un certo senso ‘visitarli’. Anche quelli più sperduti, o in cui nessuno si sognerebbe mai di andare. Dall’altro lato, la frustrazione che evocare certi luoghi provoca, perché a furia raccontarli ci si affeziona, e ci si vuole andare davvero, e al più presto… Per cui si scende a compromessi, luoghi ed esperienze vissute e accessibili…
Scrivere di viaggi altrui è un po’ come lavorare per un’agenzia turistica: gratifica, apre l’immaginazione ma fa rosicare.


Come te, adoro i suq. Mi sono smarrito in quello di Gerusalemme, coi suoi quattro quartieri, sempre cogli occhi rivolti al cielo, ai colori, ai suoni e agli odori; mi son divertito in quello di Luxor, trattando per l’acquisto di due bellissime sciarpe di seta; ho mangiato il kebab più buono della mia vita in quello di Betlemme, in Palestina. Io cerco sempre di descrivere (e far capire) agli altri il fascino di questi luoghi, ma certe volte non son convinto di riuscirci. Tu come tenti, di solito, di stupire il prossimo nella scoperta di un luogo?L’unica soluzione è “mandarli a quel paese”. Nel vero senso della parola, intendo. Non c’è modo migliore, per comprendere le atmosfere del Medioriente, che andarci. Fare il passaporto e prendere un volo. A parole è difficile. Le foto un po’ aiutano, ma è l’esperienza diretta che colpisce. Il vento della Palestina, l’odore di Damasco, la vitalità del Cairo… le parole non bastano per raccontarli, non trovi? Occorre andarci di persona. Perdercisi dentro. Poi ne riparliamo. Per questo spero che il mio romanzo venga visto come un “invito al viaggio”, al valicare la frontiera…


Ps.: a Betlemme fanno anche l’hummus migliore di tutto il Medioriente!


Sai che la geografia sta letteralmente sparendo dai programmi scolastici? Come me provi un incontenibile moto di disgusto per queste infauste decisioni (io, tanto per dire, tengo appesa a una parete della mia stanza un enorme planisfero anticato della Terra)?
Sono contento che tu mi faccia questa domanda. La questione della geografia è preoccupante. Sono un appassionato di cartografia, sto facendo un dottorato sulle mappe e l’immagine della città, la mia è una sorta di perversione iconica per le mappe. Ne ho di ogni forma e colore, e sapere che faranno la fine dei vinili, dimenticati e schiacciati dalle tecnologie, mi rattristisce molto. Quando sfoglio un atlante provo le stesse sensazioni che si hanno guardando un animale in via di estinzione, destinato a diventare vintage e chissà pure un po’ chic.
A mio avviso il recente attacco alla geografia nelle scuole pubbliche è uno dei tanti simboli del degrado culturale che l’Italia sta vivendo negli ultimi anni. Mi piace come hai definito la tua reazione, “incontenibile moto di disgusto”. Ecco, i termini sono quelli. La geografia dovrebbe essere una conoscenza propedeutica a qualunque studio, ma nel trivio e quadrivio dell’Italia non c’è spazio per queste conoscenze. Ma se ci pensi la tecnica funziona. Meglio non sapere che quasi condividiamo più cose col mondo arabo che con gli inglesi, meglio lasciare le città mediorientali nel retro delle nostre mappe mentali, nella parte più nascosta possibile, così continueranno a farci sempre più paura; meglio ignorare chi ci sta attorno, meglio lasciare la ragione al suo sonno, così i mostri saranno sempre più avvincenti…
Mi rendo conto che la geografia non sia proprio il problema principale del nostro paese, però è l’ennesima frustrazione.
Nonostante il mondo sia sempre più a portata di mano di chiunque, nonostante ora sia possibile in qualunque momento ottenere informazioni su tutti i meandri del mondo, la conoscenza della geografia è diventata obsoleta, retrò. Gli unici posti che appartengono alle nostre mappe mentali sono vaghi scenari di guerra e bombe, villaggi vacanze tutti uguali e città di cui si ha letto qualcosa. Per questo motivo ho voluto dare tanta carica simbolica alle mie descrizioni del Medioriente. Volevo aggiungere un pezzo alla mappa mentale dei miei lettori. Come ogni mappa offrendo una visione parziale e mediata, ma per una volta dalla curiosità piuttosto che dalla paura. Ho messo il mio. Almeno ci ho provato…
Tornando alla geografia, la società moderna ci ha illusi di conoscere il mondo solo perché abbiamo le tecnologie più moderne per attingere a dati e informazioni, in ogni momento. Ma la conoscenza del mondo è altro. Il mondo è fatto di connessioni, di contaminazioni, di storie, di significati, difficilmente inferibili con l’iPhone. Non c’è niente attorno alla mappa di Google Earth consultabile anche seduti sul water. Hic sunt leones. Tutta arabia, quella…


Luigi, adesso una domanda che noi di ChronicaLibri rivolgiamo spesso agli scrittori: quali sono le tue tre parole preferite?
Ma intendi per suono o significato?
Per il significato “contaminazione”, “chilometri” e “oriente”
Per il suono la mia preferita è “sicché”, anche se non la uso mai, e dovrei.

Paolo Maccioni racconta "Buenos Aires troppo tardi"

Stefano Billi
Roma Intervistato da ChronicaLibri, lo scrittore cagliaritano Paolo Maccioni racconta ai lettori la sua passione per l’Argentina e alcune curiosità legate al suo romanzo “Buenos Aires troppo tardi”, pubblicato da Arkadia editore.



Cosa ha ispirato questo tuo libro “Buenos Aires troppo tardi” e, più in generale, queste pagine dedicate all’Argentina?

Mi ha ispirato principalmente la passione per la letteratura argentina, che ho sempre coltivato e che nel tempo è diventata una passione per l’Argentina in generale, rafforzata da un legame sentimentale che ho avuto in passato e dai ripetuti viaggi in Argentina.



Esiste un legame particolare tra te ed Eugenio, protagonista di questo romanzo? Tale legame rispecchia il rapporto che Eugenio ha con Eleuterio, il personaggio inventato dal protagonista di “Buenos Aires troppo tardi”?

Be’, direi che Eugenio è il mio alter-ego, quel me stesso che tempo fa ignorava la storia recente d’Argentina; l’ho tratteggiato volutamente sprovveduto e ignaro e all’inizio spensierato per poter farlo crescere nel corso del libro e renderlo sempre più consapevole.

Ma ovviamente, come sempre accade ai personaggi fittizi, anche Eugenio comincia a camminare con le sue gambe e ad affrancarsi dal modello originario.
Quanto ad Eleuterio a sua volta è l’alter-ego letterario di Eugenio, nel quale Eugenio proietta un se stesso idealizzato, ma viene abortito presto, perché irrompe la storia d’Argentina, quella vissuta, più urgente e dolorosa, a spazzar via la finzione.


“Buenos Aires troppo tardi”, tra le sue pagine, richiama la storia dell’Argentina della seconda metà del secolo scorso: in sottofondo si percepisce, in maniera assolutamente profonda, la volontà di ricordare un passato che, soprattutto per le popolazioni estere, rischia di essere dimenticato. Dunque, “Buenos Aires troppo tardi” vuole essere principalmente un romanzo storico?

Devo premettere che non era nelle mie intenzioni, né alla mia portata, scrivere un saggio. Tuttavia la storia recente dell’Argentina, col suo carico di dolore e sangue, mi ha investito in modo traumatico, proprio come accade al mio personaggio Eugenio.

Ho voluto condividere la mia esperienza formativa veicolandola nella forma narrativa che trovavo più congeniale e più fruibile: quella del romanzo.
In questo senso può essere considerato un romanzo storico, anche se non propriamente detto, giacché ho fatto largo ricorso agli anacronismi e ad elementi fantastici.
In fondo sia io che Eugenio siamo l’emblema dell’italiano, dell’europeo, e più in generale dell’occidentale che ben poco ha saputo dell’ultima dittatura militare argentina e quel poco lo ha appreso troppo tardi, come dice il titolo.


Quali sono gli autori che più hanno influenzato il tuo modo di scrivere?

Dal punto di vista della tecnica narrativa, diciamo così, mi sento particolarmente debitore di quella scrittura che ha in Antonio Tabucchi e massimamente in José Saramago i suoi modelli più alti.
Una prosa piana e franca, senza magniloquenze, ma ponderata, con il registro proprio della “deposizione al tribunale del lettore”, per usare parole di Tabucchi.
Perciò nel mio libro ho adottato la voce narrante del protagonista, che racconta in prima persona e al presente, mescola dialoghi immaginari a pensieri intimi e riflessioni di più ampio respiro.
Inoltre il mio romanzo abbonda di passi originali di Rodolfo Walsh (parecchi dei quali traduzioni inedite) che ho trascritto in forma di virgolettati attribuiti al personaggio Walsh (che nel corso del libro prende i nomi di Daniel Hernández, Rodol Fowalsh, Norberto Pedro Freire, ed altri).
Le parti in cui tale personaggio invece parla con la mia voce sono il frutto della ricerca di una prosa che cerca di somigliare a quella originaria di Rodolfo Walsh: asciutta e tagliente, tesa a raggiungere la maggior efficacia con la massima economia espressiva.
Insomma: avverto le influenze ma cerco di affrancarmi dai modelli, peraltro irraggiungibili, alla continua ricerca della mia voce personale.
Un cammino lungo e laborioso dove non esiste un “traguardo”, si può solo percorrere molta o poca strada.


Perché i nostri lettori dovrebbero leggere il tuo libro?

Perché la storia recente d’Argentina è un paradigma della storia mondiale del secondo Novecento, perché le derive come quella che ha conosciuto l’Argentina sotto l’ultima dittatura militare rischiano di ritornare sotto altre forme e in altri luoghi e allora bisogna avere gli strumenti per poterle riconoscere quando sono ancora in embrione. Il mio libro da solo non basta, ovviamente, ma può dare un piccolo contributo sul fronte della conoscenza della stagione della dittatura militare argentina.
Infine può essere un piccolo compendio per conoscere meglio l’Argentina e la sua ricchissima letteratura, anche al di là della storia della dittatura militare: spero di contagiare chi lo legge con la mia passione per l’Argentina e per Buenos Aires.