Fabio Piacenti presenta “La giustizia di Icaro”

la giustizia di icaro
Al suo esordio letterario con “La giustizia di Icaro” (Vertigo Edizioni), Fabio Piacenti dimostra ironia, sensibilità, attenzione ai dettagli e, soprattutto, una particolare attitudine a cogliere e a descrivere le tante sfumature dell’animo umano. Chronicalibri lo ha intervistato.
Fabio Piacenti, sociologo e presidente dell’Istituto di ricerca socio-economica Eures. Come nasce la sua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura mi ha sempre accompagnato, per le sue specifiche potenzialità espressive. Scrivo per lavoro, per raccontare o spiegare questioni e fenomeni economici, statistici, sociali. La narrativa e la poesia appartengono ad un’altra sfera espressiva – anche sotto il profilo linguistico – di cui avvertivo una forte spinta negli anni della formazione universitaria, quando tuttavia non riuscivo a darle un indirizzo compiuto.
È stata necessaria una lunga maturazione per dare concretezza alle spinte della scrittura giovanile; ma oggi più che mai, in un tempo in cui sempre più i cinguettii, gli sms e gli emoticon surrogano l’articolazione dei sentimenti e del pensiero, la passione per la scrittura, la ricerca della parola, si rinnova e si rafforza come unica forma espressiva ancora capace di restituire centralità all’infinita ricchezza delle gradazioni e dei dettagli che rendono unico e per questo riconoscibile ciascun individuo.

“La giustizia di Icaro” è il suo primo romanzo. Un titolo singolare, a cui accenna nel libro parlando della necessità di “rinnovare il volo di Icaro” come antitesi alla condizione di vivere “aggrappati alla meschina consapevolezza di averne previsto la caduta”. Da cosa scaturisce la scelta di questo titolo?
La scelta del titolo, che nel corso della stesura del romanzo ho più volte modificato, nasce dall’esigenza di condensare i significati di una storia complessa in cui giustizia e vendetta, conservazione e desiderio di cambiamento, ribellione e rinuncia si sovrappongono e si alternano, affidando al volo di Icaro, al suo richiamo ancestrale al bisogno di liberazione, la speranza della rottura di una trama già scritta.
La giustizia di Icaro è quindi la chiave dell’identità di chi cerca, attraverso il compimento della propria esistenza, di “contaminare l’intero senso del mondo”; è una ricerca di significato, è la scoperta di una rivendicazione che diviene emergenza; è la scelta irreversibile della parte in cui stare, anche laddove tale posizione comporti il rischio di un estremo sacrificio.

La storia si sviluppa seguendo e svelando il sottile meccanismo del potere visto da una particolare prospettiva, quella del sistema televisivo. Quanto le vicende dell’attualità politica hanno influito sulla tematica?
Più che di attualità parlerei di un presente politico, nel senso di una perdurante oscurità che sta investendo ormai da diversi decenni il nostro Paese. Una dimensione in cui sempre più spesso la classe dirigente, più che uno specchio del corpo sociale, ne rappresenta il volto e l’anima peggiore. Il libro racconta le complicità e i compromessi dell’agire politico, del potere che conserva se stesso premiando “l’antropologia dell’uomo in vendita”, cioè dell’uomo che gli appetiti personali rendono massimamente funzionale alla conservazione del potere: questo meccanismo trova nella figura del “Presidente della Televisione di Stato” una rappresentazione ideal-tipica in cui si condensano la brama del dominio, l’appropriazione indecente della cosa pubblica ed il richiamo al sistema dei media come strumento capace di mascherare la mediocrità del potere. Sotto questo aspetto il richiamo al presente dell’Italia è innegabile.

Il protagonista è appena riuscito a realizzare il suo sogno: diventare il Presidente della televisione pubblica. Una vera e propria rincorsa alla poltrona, fatta di “baciamano, compromessi, tradimenti”. Un personaggio onestamente difficile da difendere, a cui è possibile trovare delle giustificazioni?
Se la trama del romanzo, così come l’esplorazione dell’anima dei suoi protagonisti, spingono il lettore ad una naturale empatia verso le sue più positive figure (Caterina, la Professoressa, il magistrato Luigi, il giovane commesso in prova), l’immediata riprovazione suscitata dalla figura del Presidente lascia in più occasioni spazio ad una faticosa sospensione del giudizio morale, almeno da parte della sua diretta antagonista Caterina; tale scelta consente di lasciare aperta la riflessione sulle motivazioni profonde del comportamento, dove la ricerca ossessiva dell’affermazione personale, la meschinità o l’assenza di rispetto verso il prossimo sembrano dettati da una necessità bio-psichica vasta e profonda.
Il valore vincolante del libero arbitrio, la responsabilità individuale per le conseguenze del proprio agire restano integri, ma l’assoluta mancanza di autostima, la condizione psicologica e materiale di “eterno secondo” del Presidente, contro cui si accorge di dover convivere anche una volta acquisita la posizione di “primus” (la poltrona del Presidente della Televisione di Stato) rendono quasi prevedibili i suoi comportamenti, non giustificandoli ma spiegandone al lettore una componente forte dell’origine. La riflessione di Luigi il Magistrato sulla genesi del male che cammina sulle gambe degli uomini, e sul tentativo vano di sconfiggerlo (l’impossibilità di “alzare il calice della vittoria”), esprime anche attraverso un linguaggio intenzionalmente involuto e confuso, la complessità di tale enigma.

Tra i tanti spunti sociali e psicologici che il libro offre, emerge anche la dimensione dell’essere genitore con modalità e risvolti molto diversi…
In un romanzo che si sviluppa proprio a partire dal profilo biografico di tutti i suoi attori, la genitorialità detiene un ruolo primario. Una genitorialità agita o subita in forme molto diverse dai protagonisti del romanzo, a partire dalla maternità mancata di Caterina in cui si annida la sua rinuncia a cercare una via di realizzazione nella sfera privata; c’è la paternità del Capitano, piena, intensa e immortale, ma sacrificata al dominio degli eventi esterni; c’è la maternità della Professoressa, che spiega l’intero significato e ciclo dell’esistenza: una maternità in cui la dimensione affettiva, la conoscenza e la scoperta quotidiana, la trasmissione di significati e di valori, la spinta a “contaminare l’intero senso del mondo” sono i fondamenti necessari del rapporto madre-figlio. C’è infine la genitorialità del Presidente, la figura di un padre “anaffettivo e non di rado violento” che non lo ha mai stimato, che lo ha reso per sempre insicuro; una paternità rudimentale che il Presidente replica verso i suoi stessi figli – mai centrali nel suo percorso di vita -, i quali ormai adolescenti lo ricambiano con rassegnato distacco e disconoscimento critico.
In sintesi, il modo in cui è agita la genitorialità connota nettamente l’identità dei protagonisti del romanzo, assumendo addirittura un valore predittivo in relazione a ciò che saranno capaci di essere.

Il romanzo è ricco di descrizioni, immagini, sogni veri e a occhi aperti. Qual è stata, se c’è stata, la difficoltà maggiore che ha incontrato nella sua stesura?
La difficoltà principale è stata forse quella di trovare un equilibrio tra lo sviluppo della trama – caratterizzata da un impianto semplice e lineare -, la presenza forte, a tratti invasiva, di una “voce narrante” e l’esigenza costante di perfezionare il profilo psicologico e caratteriale dei personaggi. Una seconda difficoltà è stata quella di riuscire a coinvolgere il lettore nei primi capitoli, visto che questi sono quasi interamente dedicati alla costruzione dei profilo dei due principali protagonisti. Una terza difficoltà è stata infine quella di dare al tempo “esterno” in cui si sviluppa il romanzo, cioè ad un aspetto marginale nel disegno dell’autore, una dimensione e una sequenza corretta e univocamente inquadrabile dal lettore. Insomma, trattandosi di una prima esperienza e di una trama sviluppata “in corso d’opera” e più volte modificata, il rischio è stato quello di non riuscire a restituire uniformità e coerenza a tutte le componenti del tessuto narrativo.

La storia si chiude senza vincitori né vinti. E’ possibile ricavarne, comunque, un messaggio positivo?
Il messaggio positivo è nell’ultima pagina del romanzo, nella possibilità degli individui di essere attori di un cambiamento, di rompere i singoli tasselli di un sistema di potere per sua natura in costante equilibrio.
Se è vero che la capacità di rigenerazione del potere politico-burocratico (impersonata dal Presidente) che opprime chi vi è escluso, è vista come una “legge sociale” che il nostro tempo tende a riproporre senza soluzione di continuità, il messaggio positivo è nella possibilità reale di rompere, di tagliare almeno alcuni fili di questa trama: si tratta di una chance che la volontà, la determinazione e talvolta il sacrificio delle “mosche bianche” disseminate nel presente (Caterina, Luigi, Francesco, lo stesso Capitano), possono realizzare.
Il messaggio positivo è in un volo di Icaro, che comunque faticoso e aleatorio, non sempre e non necessariamente deve concludersi con la sua caduta.

Dopo questo primo approccio alla narrativa, sta già lavorando a qualche nuovo progetto?
Si, sto lavorando a tre diversi progetti che spero di portare a compimento con intervalli annuali: il primo è una raccolta di racconti brevi, ispirata all’impianto dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il secondo è un romanzo familiare che attraversa la storia dell’Italia del Novecento, intrecciando le vicende e le fortune private, le biografie individuali, le trasformazioni (politiche, economiche, sociali, culturali) del “secolo breve”; una saga in cui le sciagure prodotte dall’età della catastrofe (la prima metà del secolo) non saranno mai interamente compensate dall’ascesa sociale conseguita nell’età dell’oro; in cui il passaggio tra le generazioni è segnato da un’ombra antica che ne determina i destini, da uno sguardo all’indietro che consegna il futuro alla continuità, a dispetto della lotta per la liberazione di cui la madre è icona e attiva protagonista. Il terzo progetto in corso d’opera è un romanzo che racconta le vicende di un uomo nella cui vita irrompono insieme l’impoverimento e la disgregazione familiare e che, costretto a rinunciare a tutti i precedenti riferimenti materiali e affettivi, inciampa per caso in una scoperta che riscriverà la sua vita, offrendogli la possibilità di modificare il suo destino e quello di molti altri uomini.

Intervista a Chiara Giacobelli, autrice del libro-guida dal cuore solidale: “Emilia Romagna. Una visione artistica”

Emilia-Romagna-una-visione-artisticaBOLOGNA“Emilia Romagna. Una visione artistica”, il libro di Chiara Giacobelli dedicato a una delle regioni più affascinanti della nostra Penisola, è un viaggio attraverso la voce, i ricordi e le emozioni di 16 personaggi di rilievo. Averardo Orta, Fabio Alberto Roversi Monaco, Francesco Amante, Andrea Merlini, Maurizio Marchesini, Michele Poggipolini, Renato Villalta, Fabio Bonifacci, Giuseppe Giacobazzi, Ivano Marescotti, Licia Angeli, Claudio Spadoni, Ivan Simonini, Beppe Carletti, Liliana Cosi e Maria Antonietta Venturi Casadei: sono loro gli imprenditori, attori, cantanti, chef, sportivi e creativi che hanno raccontato l’Emilia Romagna attraverso le proprie storie, le proprie esperienze e i propri ricordi. E’ nato, così, un libro che è un itinerario turistico che parte da Bologna, cuore pulsante di una regione ricca e misteriosa, schietta e coinvolgente, per poi proseguire a Ravenna, nelle valli del Comacchio, Rimini, Cesena, Modena, Reggio Emilia e nei piccoli centri in cui si conservano intatte le bellezze e le suggestioni naturalistiche. Il viaggio, però, comincia con uno scopo importante: il volume, presentato a Bologna nei giorni scorsi e in libreria da poco meno di 24 ore, è nato per dare un sostegno concreto al progetto “Melograno” dell’associazione Acacia, per la riabilitazione di giovani con gravi difficoltà psicomotorie.
Abbiamo intervistato l’autrice, Chiara Giacobelli, per farci raccontare “Emilia Romagna. Una visione artistica. Per la prima volta raccontata da 16 personaggi di rilievo”.

 

 

Come nasce il progetto “Emilia Romagna. Una visione artistica”?
Il progetto è nato perché volevo organizzare un’attività di beneficenza in collaborazione con Round Table, service che da anni si occupa di aiutare chi ne ha bisogno attraverso iniziative valide e concrete. In particolare, Round Table Bologna è stata fondatrice del Telefono Azzurro, oltre ad aver portato avanti molti progetti no profit negli anni. In questo caso ci interessava realizzare un prodotto editoriale che fosse accattivante e piacevole per tutti, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla provenienza, dall’estrazione sociale. Abbiamo così pensato a una guida turistica dell’Emilia Romagna, regione che ha decisamente tanto da offrire, raccontata tuttavia in maniera inedita ed emotiva, attraverso i ricordi di 16 personaggi considerabili ciascuno un’eccellenza nel proprio settore. Fanno da corredo delle bellissime immagini prestate da fotografi molto bravi.
chiara_giacobelli_intervista chronicalibriQuesto libro, oltre a raccontare le bellezze di Bologna, delle valli e delle coste della regione, è legato a un bellissimo progetto di solidarietà. Come mai questa scelta?
Personalmente svolgo diverse attività di beneficenza nel corso dell’anno, ma avendo tante proposte cerco sempre di privilegiare quelle concrete, in cui posso sapere dove vanno esattamente – a chi e per che cosa – i fondi che riusciamo a raccogliere. In questo caso mi fidavo di Round Table per la lunga esperienza alle spalle, per la serietà e la professionalità riconosciute; inoltre ho avuto modo di conoscere e apprezzare l’associazione Acacia, nello specifico il progetto Melograno, che si basa su una serie di attività psicomotorie in acqua per ragazzi con gravi problemi a seguito di eventi traumatici, come può essere un coma. Credo inoltre che il periodo natalizio sia probabilmente il migliore per pensare a un piccolo regalo in grado di fare del bene anche a chi è meno fortunato di noi.
In questo libro 16 personaggi di rilievo raccontano l’Emilia Romagna; sono imprenditori, artisti, donne e uomini di cultura. In cosa e come hanno arricchito questa guida?
Questa guida è a tutti gli effetti un lavoro di squadra: oltre al mio contributo e a quello di Round Table, giocano un ruolo fondamentale le immagini messe a disposizione dai fotografi e soprattutto gli spunti, le suggestioni, i ricordi, i consigli dei 16 personaggi che raccontano un’Emilia Romagna inedita, emotiva, artistica. Abbiamo parlato di luoghi legati alla musica e musicisti celebri con Beppe Carletti dei Nomadi, abbiamo scoperto le passeggiate più ambite dai motociclisti e i musei storici delle auto con Michele Poggipolini, abbiamo fatto una mappatura degli angoli cinematografici della regione con lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, e ancora abbiamo parlato di danza con l’ex Prima Ballerina della Scala Liliana Cosi, di sport con il Presidente della Virtus Renato Villalta, di arte con il Presidente di Arte Fiera e del MAR di Ravenna Claudio Spadoni, di pittura con Maria Antonietta Venturi Casadei, di luoghi legati al divertimento con Giuseppe Giacobazzi e così via toccando tutti gli ambiti, senza dimenticare l’eno-gastronomia, che ha un ruolo importante in tutte le interviste, specialmente in quella dello Chef Andrea Merlini.
I tuoi libri sono spesso viaggi, dopo “Emilia Romagna. Una visione artistica” hai qualche altro itinerario in cantiere?
A primavera ho in uscita due libri sulle Marche, uno su alcune dimore storiche e itinerari del Pesarese, un’altra su vini e territorio. Ma mi piacerebbe scrivere presto qualcosa sulla Toscana, la regione italiana che più amo.

 

 

Intervista: con Paola Liotta “si parla di vita e si parla perciò di amore”

copertina paola liotta_copertina aurora.qxdROMA“… Ed era colma di felicità”, pubblicato da Armando Siciliano Editore, è un viaggio nel mondo di Rosalba. Rosalba, la protagonista, è giovane, determinata e romantica; la sua vita è stata segnata dal dolore ma il suo presente è caratterizzato dalla forza e dalla bellezza. Il suo mondo è fatto di amore, studio, affetto e sfide quotidiane; le sue giornate sono dedicate a tutto il bello che offre la vita, anche quando la vita sembra essere beffarda. Ma come nasce un romanzo di questo tipo? Ne abbiamo parlato con l’autrice, Paola Liotta (nella foto in basso).

 

 “… Ed era colma di felicità”: Paola, come nasce questo libro?
La scrittura è per me ricerca e disvelamento assieme, quasi un ‘dove’ ideale in cui saldare i confini tra vissuto e desiderata in unico empito creativo. Il personaggio di Rosalba nasce da ciò, fino alla sua trasposizione sulla carta. Tessere dall’esterno una geometria delle passioni e delle inquietudini di Rosalba mi sarebbe stato impossibile, è una mia creatura, perciò ne esterno il percorso e le tensioni che la animano. Dandole la parola, le garantisco la pienezza di esistere anche per coloro che leggeranno il romanzo e, magari, ne saranno conquistati. Dalla sua grazia innanzitutto. Quindi, prima di dirti del mio romanzo, ti dirò com’è nata lei. Rosalba vive e si sostanzia di quelle passioni e energie, le mie, le sue, da cui sboccia pure un nuovo personaggio, una sorta di coprotagonista o alter ego in carica, che è Rosalba Due. Detta anche la Due, questa voce, nata in un momento di estrema sofferenza per la giovane, sottolineerà con crudezza e spirito salace le distonie intorno, sino alla felice reductio ad unum, nell’epilogo. Nel romanzo ho voluto rappresentare la carica vitale di Rosalba, che si barcamena tra vicissitudini e traversie di vario genere, tra cui il lutto, la perdita e la malattia, sempre cogliendone il risvolto positivo. Ne uscirà rinnovata, in pace con se stessa e con quel passato con cui, talvolta, non si vuole saldare il conto.

Come mai la scelta di questo titolo così poetico e “promettente”?
Per il titolo mi sono ispirata a Jean Giono, un autore che io amo molto, ed è l’ultima frase del suo romanzo più conosciuto, “L’ussaro sul tetto”: “ed era colmo di felicità”. Lì si riferisce al patriota Angelo Pardi. Dinanzi ad Angelo si stagliano le Alpi e, oltre, l’Italia, dunque il giovane si avvia verso l’avventura risorgimentale. Così per me è iniziato, in una sorta di epifania improvvisa, il romanzo. Anche perché “L’ussaro”, guarda caso, è caro non solo a Pietro Citati, che ne rivaluta la “radiosa perfezione classica”, di contro a chi lo ha ritenuto un pastiche stendhaliano, ma anche alla mia Rosalba, che, sulla scorta di Giono, si recherà in Francia e avrà ulteriore conferma del suo talento. E della propria volontà di mettersi in gioco.

 

Rosalba è una giovane studiosa che ama il bello nell’arte, nella natura e nella vita, nonostante la sofferenza per la perdita prematura della madre e le difficoltà che incontrerà lungo la storia. È giovane, impulsiva e passionale; viene descritta, poi, come una creatura quasi “ascetica”, e sempre capace di carpire il lato positivo delle cose. In che modo hai lavorato per plasmare i tuoi personaggi?

Ogni personaggio ha le sue ragioni, anche disparate o impervie che siano. Come ogni scrittura. È venuto da sé chiarire il personaggio di Rosalba nelle sue note dominanti. Si parla di vita, si parla perciò di amore: abbandono totale alla felice alchimia dei sensi, alla bellezza dell’amicizia, alle effusioni per i propri cari, ma anche virtuosa, certosina sperimentazione del disinganno, a più livelli. Non ho mai incontrato uno come Ruggero, ma mi è parso divertente dargli voce. I personaggi sono stati descritti non tanto per farne degli stereotipi, da contrapporre alla presunta perfezione di Rosalba, quanto per far risaltare la sua passione illimitata per la vita. Nella storia con Ruggero, nel recupero della figura materna, persa prematuramente, nei problemi di salute di questa giovane donna ho voluto incarnare la forza con cui aderiamo alla realtà, soprattutto nelle difficoltà. Rosalba è una donna indipendente, non tollera restrizioni al proprio modo di vedere la vita. Dalle avversità, dai conflitti risorge ancora più forte, come purificata. La sua pervicacia, il suo entusiasmo sono contagiosi e incondizionati, e sono un po’ anche i miei. Dunque, ogni personaggio man mano si è rivelato lungo i sentieri naturali per cui la storia si dipanava.

 

Paola Liotta_ed era colma di felicitàSpesso, però, Rosalba si lascia soggiogare da un fidanzato bugiardo e da un ambiente accademico spietato. Non è forse troppo ingenua la nostra eroina?
Sì, ma questa ingenuità di Rosalba è ben compensata dal doppio, Rosalba Due, e dal suo piglio garibaldino. I continui richiami della Due non hanno una valenza conflittuale, piuttosto servono ad attenuare l’attitudine alla riflessione di Rosalba e il suo sperticato ottimismo. Ella ha dalla propria parte una buona dose di cocciutaggine e di intraprendenza. L’apparente passività del suo personaggio, riservato e pensoso, è segnata dalla fine capacità di intuire il cuore degli altri, da una straripante bontà, che si risolvono sempre in sincera adesione alla vita. Come non pensare, un momento, allo stendhaliano “Dove diavolo avete vissuto finora? Siete un ciottolo non levigato dall’attrito”? Rosalba questo attrito lo ricerca e vi si butta a capofitto; anzi non si sottrae a nessuna intemperia le si opponga. Nella sofferenza acuta della separazione da Ruggero è germogliata la Due, con il suo limpido sguardo sul reale. Da ciò la caratterizzazione del personaggio trae linfa vitale. E la narrazione si fa dicotomica e brillante, facendo dilagare questa tostissima doppia voce, e le sue accorte manovre dissacratorie, finanche a Parigi, dove la Due vorrà chiamarsi, con un pizzico di civetteria d’altri tempi, Chérie.

 

 E del personaggio di Ruggero, questo uomo affascinante ma anche bugiardo e irresoluto – alle volte quasi nocivo per la protagonista – cosa puoi dirci?
Non ho mai incontrato un Ruggero in carne e ossa, piuttosto l’infliggergli certe caratteristiche che mi infastidiscono in chiunque – uomo o donna che sia – mi ha permesso di delineare il suo amore per Rosalba in tutte le variabili, dall’attaccamento all’amicizia all’attrazione, sentimenti molto importanti nel manifestarsi dei miei personaggi. Ruggero è molto sensibile al fascino femminile; alla bellezza aggraziata di Rosalba lui non può resistere, senza per questo sentirsi fino in fondo legato a lei. È un dato oggettivo del personaggio, altrettanto la sua natura collerica e possessiva. La sua visione dell’amore, molto pratica e libera, viene spesso a collidere con quella di Rosalba, a tratti un po’ edulcorata. Da qui, le rampogne della Due. Ma Rosalba ama in modo appassionato e totale non solo Ruggero, ama così anche la vita. E la fiducia di Rosalba in Ruggero deve continuamente fare i conti con la natura precaria del loro legame, come lo è ogni tipo di legame inteso quale libera elezione dei propri sentimenti.

 

Il fulcro di “… ed era colma di felicità” è la presa di coscienza di Rosalba attraverso la scrittura. Scrivere una lettera a Ruggero per ripercorrere i propri sentimenti e capire la strada da intraprendere è un modo per guardare con lucidità e distacco le cose. Per te che ruolo ha la scrittura?

Credo che il vivere con generosità la vita, come Rosalba, porti a un innato desiderio del confronto, della ricerca di sé nell’altro e della diversità come spunto di arricchimento. La scrittura permette e questo scambio e questo arricchimento, una scrittura che si sostanzi di letture e di profondo rispetto per la bellezza della vita. Come per Rosalba, anche per me “la letteratura io me la cucio addosso, me la rivivo, per trovarci delle chiavi di lettura con cui inquadrare il magma bruciante nel quale siamo immersi, dispersi, come frammentati”. Così, dopo due sillogi poetiche, “Del vento, e di dolci parole leggere”, del 2009, “Di Aretusa e altri versi”, del 2011, sono approdata al romanzo, un genere che è nelle mie corde da sempre. Credo che la scrittura abbia enormi potenzialità disvelatrici del reale, e che possa coniugare in sé queste formidabili possibilità espressive, e nella poesia e nella prosa. Come è connaturato al romanzo, nella sua natura polifonica – e penso a Diderot, a Sterne, a Virginia Woolf, al nostro Sciascia, per esempio – la contaminatio assortita e coraggiosa di vari aspetti del reale, in varie fogge.
La prosa può cogliere, come è della poesia più alta, “l’immensità dell’attimo”. Consentendoci davvero – così dice Rosalba, del foglio su cui appunta a brani la lettera per Ruggero – uno “spiraglio d’infinito”.

Le tre parole che preferisci
Risponderò con Rosalba, come lei, e con parole sue:
Speranza: “si intrufola a tratti nella frase più limpida e innocente, sbattendo piccole ali d’oro orlate di verde, troncando una parola in un sottinteso, conferendo magici tintinnii a una risata incoerente su piccoli denti bianchi voraci tra la rosea morbidezza della lingua caricando l’aria di un profumo denso d’estate”. Primavera, e passione: “lo osserva con occhi tersi di primavera, dicendosi che ora è primavera, ossia la promessa del sole e la speranza dopo il freddo, nivale inverno poetico e del cuore. Si ritrova impavida, felice, come quando si è sotto l’effetto di una grande passione e non ci si potrebbe sottrarre ad essa neanche volendolo”. Vita: “Si lascia travolgere da colori, voci e suoni che non la lasciano mai insensibile come non le è indifferente l’occhiata seducente di Dario su di sé o la voce di Fausto ancora in testa perché entrambe ben identificabili, fonte di piacevoli emozioni, di quel suo amore sconfinato per la vita”.

 

Interviste: Cristina Bellemo, la forza delle storie

leggerezzaGiulia Siena
ROMA  
– Parlare con Cristina Bellemo è entrare nelle sue storie, capire che la scrittura è un esercizio necessario, continuo e costante che regala emozioni.  Le emozioni e le suggestioni dell’autrice hanno dato vita a “La leggerezza perduta” (Topipittori), un racconto per spiegare e dare il giusto peso alle parole, anche quelle più complicate e temute.

 

 

 

Che cosa sono le storie per Cristina Bellemo?
Le storie, per me, sono una ragione di vita. La vita è racconto. Credo che il nostro quotidiano, le relazioni con noi stessi e con gli altri siano intessuti di storie: storie che ascoltiamo, storie che narriamo, storie che ci cambiano, ci insegnano, ci trasformano, ci avvicinano, ci danno gioia e piacere, attribuiscono valore sacro ed esemplare alle esperienze, ci fanno crescere e ci attrezzano per affrontare ciò che ci accade. Leniscono la nostra solitudine. Le storie mi donano emozioni, mi fanno sentire viva: mi piace moltissimo raccontarle, perché possano contagiare le emozioni intense che io stessa ho vissuto; ma adoro anche ascoltarle, incontrarle, imbattermi in esse in maniera imprevista. Mi incantano, mi catturano. Se uno ha una buona storia da narrarmi, sono “in suo potere”. Sono sempre alla ricerca di storie, al punto che talvolta me ne devo difendere: impormi una pausa, allentare la tensione, fare in me un vuoto salutare, “le pulizie di primavera del cuore”, per tornare ad essere accogliente e capace di sorpresa e di meraviglia.

 

Cosa significa scrivere per bambini nel 2013?
I ragazzi, oggi, hanno la possibilità di utilizzare molti media, tutti straordinariamente accattivanti. E, accanto a questo, hanno vite molto “piene”: li vogliamo pianisti, calciatori, ballerini, poliglotti, violinisti, cantanti… e possibilmente geni. Quegli interstizi “vuoti” preziosissimi, indispensabili per prendere consapevolezza di sé, per dare forma alla propria identità sono sempre più rari. I libri, la letteratura, devono puntare sulle loro caratteristiche peculiari, inimitabili, irraggiungibili dalle altre forme di comunicazione e di narrazione, che li rendono affascinanti, ne sono convinta, esattamente come lo erano per i bambini vent’anni, o cinquant’anni fa. Prime fra tutte, la qualità e la bellezza, che poi sono strettamente interdipendenti. Anzi, forse sono proprio la stessa cosa.

 

“La leggerezza perduta” è un racconto in cui ogni parola trova la sua naturale posizione all’interno del testo poiché l’andamento del racconto coincide, quasi in maniera perfetta, con l’intensità del messaggio che si vuole trasmettere. Come è nato questo libro?
Questa storia nasce da una domanda bambina. Quando, qualche anno fa, ha cominciato a ricorrere la parola “crisi”, i bambini mi hanno chiesto cosa significasse, probabilmente anche intimoriti dall’atteggiamento degli adulti, a loro volta spaventati (e, dunque, ben poco rassicuranti) dagli scenari che questa parola prefigurava. Ho riflettuto, innanzitutto, sul valore, e sul peso, che le parole che noi adulti buttiamo in mezzo, come macigni, spesso con superficialità, hanno per i bambini. E mi sono interrogata su come raccontare la crisi ai bambini attraverso la metafora di una storia: ecco, più che un messaggio da trasmettere, cercavo proprio una storia da raccontare. La prima chiave di interpretazione che mi è venuta in mente è stata quella più facile: distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo. Tra le cose leggere e le cose pesanti. Ma questo punto di vista, anziché circoscrivere, definire lo scenario, lo spalancava infinitamente. Fatti salvi i bisogni primari, i diritti fondamentali di ogni persona, la discriminazione tra ciò che è indispensabile e ciò di cui possiamo anche fare a meno ha molto a che fare con la nostra singolarità, con la nostra identità. Non esiste (meno male!) un elenco valido per tutti di ciò che è da conservare e di ciò che è da buttare via: questo sarebbe stato un approccio un po’ presuntuoso e moralistico.

 

In questo libro tutto gravita attorno a quello di cui ci circondiamo: oggetti inutili, azioni sbagliate e pensieri poco piacevoli. Quanto è difficile spiegare ai bambini cosa è il superfluo?
Credo che sia più difficile dialogare sul superfluo con gli adulti, stimolarli a interrogarsi: gli adulti manovratori, e prime vittime, del mercato, che ci crea subdolamente bisogni, necessità addirittura, che non sapevamo nemmeno di avere, che ci vuole perennemente insoddisfatti, che ci insinua la sensazione stabile di inadeguatezza. I bambini hanno dalla loro, fortunatamente, la purezza e l’autenticità che fanno magari considerare un oggetto senza apparente valore meravigliosamente indispensabile, semplicemente perché bello o perché legato a un vissuto importante e specialmente significativo.

 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl grande merito del tuo libro è quello di insegnare al lettore che, se si vuole, si può. E la dimostrazione è la volontà di un re sbadato e pigro che, pur di mantenere quello che ha di più glorioso, la leggerezza del suo regno, si arma di pazienza e voglia di fare. La voglia, il coinvolgimento e la volontà, si possono insegnare?
Nella mia idea re Celeste non è così… eroico! Il fatto che, per qualche momento, si riscuota dalla sua distrazione per assumersi, una volta tanto, i doveri legati al suo ruolo ha più della casualità e della svagatezza, o forse della preoccupazione per se stesso e per la propria incolumità, che della progettualità e della generosità nel servizio. Mi sembrano più “eroici”, nel loro piccolo, i sudditi che, nonostante la loro semplicità e la poca dimestichezza con i ragionamenti filosofici, in maniera molto pratica accettano di mettersi in gioco con molta serietà e disponibilità, arrivando persino al punto di poter rinunciare anche a ciò che hanno di più caro, e vitale, per salvare il castello. L’unica intuizione “geniale” di Celeste centoventitre è la creazione del museo del superfluo, determinata nel suo caso più che altro, probabilmente, dalla sua personale difficoltà a rinunciare alle cose: ma un museo del superfluo, fuor di metafora, è uno stimolo costante a interrogarci su ciò che ha davvero valore per noi, per la cui difesa siamo disposti a lottare. La voglia, il coinvolgimento, la volontà, più che insegnare, si possono contagiare col nostro modo di essere.

 
“La leggerezza perduta” è un bellissimo albo illustrato; quanto contano le immagini in un libro del genere e come si riesce a equilibrare il ruolo della parola e quello dell’illustrazione?
Il lavoro di Alicia Baladan, in questo libro, è straordinario, tanto che non riesco più a pensare la storia slegata dalle illustrazioni di Alicia: sono diventate il mio “immaginario”, come se fossero originariamente l’ambientazione del racconto, e Alicia avesse acceso la luce per illuminarla. Ma Alicia è andata anche ben oltre le parole, ha raccontato altre sfumature della storia, altre storie direi. C’è una tavola, in particolare (ne sono innamorata!), in cui Alicia ha restituito il turbine di oggetti di cui i sudditi si liberano, dopo il proclama di Celeste. Sono a mezz’aria, sospesi tra il volo e la caduta: tra gli altri, ci sono questo fantastico cappello a due piazze, e questo ombrello “da compagnia”, a tre manici, che non compaiono nel testo. Oggetti inutilissimi (un po’ come le macchine munariane) ma meravigliosamente indispensabili, che richiamano, secondo me, anche alla responsabilità sociale di chi crea un oggetto. Aggiungo che, curiosamente, questa storia ha avuto per entrambe, senza che lo sapessimo, il medesimo sottofondo letterario: Dino Buzzati. “Il deserto dei tartari”, per me, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” per Alicia. E infatti i nostri disegni sono pieni di orsi!

 

In che direzione sta andando la letteratura per ragazzi?
Credo che vada formandosi, nella letteratura per ragazzi, una sempre più profonda coscienza della sfida di raccontare il mondo affrontando anche i nodi tematici più spinosi. Con i ragazzi si può, e si deve, parlare di tutto. Questo è molto importante. Viceversa, dovrebbe essere più disponibile ad affrancarsi dai dettami del mercato ma, in questi tempi difficilissimi per l’editoria, temo sia quasi un’utopia.

 

 

ChronicaLibri ha intervistato Alessandro Cortese, autore di “Eden” e “Ad Lucem”

edenAlessia Sità
ROMA – Come ho già detto qualche tempo fa, non sono una grande conoscitrice delle Sacre Scritture, ma devo ammettere che la lettura di “Eden” e “Ad Lucem”, i romanzi di Alessandro Cortese, editi da ArpaNethanno suscitato in me molta curiosità, tanto da persuadermi a rivedere con attenzione il passo della Genesi e non solo. La mia sete di conoscenza, però, non si è placata facilmente. Ecco perché ho sentito la necessità di rivolgere all’autore qualche domanda, per scoprire come comincia la sua esperienza narrativa e come nascono i suoi romanzi e i personaggi che li ‘popolano’.

La tua formazione in ambito scientifico – se non sbaglio sei laureato in Chimica – non ha ‘ostacolato’ la tua passione per la letteratura. Come ti sei approcciato alla scrittura?
Non ricordo un momento della mia vita in cui io non abbia avuto una percezione narrativa della realtà; osservavo le persone, vedendole come personaggi di una storia, e viceversa: leggevo e leggo molto, ma nella mia testa sentivo e sento le voci dei protagonisti in modo diverso. Che poi mi sia laureato in Chimica, suppongo abbia influito ma non come si potrebbe credere: la Scienza mi ha sicuramente aperto la mente, ma amo tutto lo scibile, e morendo avrò il rimpianto di non aver potuto studiare tutto. È vero, però, che i miei studi mi hanno fornito il metodo scientifico, ed applico questo quando mi approccio allo sviluppo dell’intreccio di un nuovo romanzo.
Nei tuoi due romanzi, “Eden” e “Ad Lucem”, hai reinterpretato coraggiosamente la ‘Storia della Creazione’. Cosa ha ispirato le tue opere e come hai deciso di dedicarti alla ricerca religiosa?
Come già detto, amo la Conoscenza più della Scienza: abbiamo il dovere di conoscere e, lungo la strada del sapere, separarsi dalla religione è impossibile. C’è un momento dove ci si immerge nella Scienza, per comprendere le maggiori dinamiche dell’Universo, ma essa viene spesso limitata dall’arroganza di sedicenti scienziati, professori o maestri. Sono costoro, in realtà, dei miopi, perché hanno la pretesa di spiegare qualsiasi cosa e, quindi, anche Dio. Io, da scienziato, so di non sapere e, in base a ciò, so di non poter spiegare molto, figuriamoci Dio! Tuttavia, non poterLo spiegare non significa non effettuare un tentativo di comprendere qualcosa in più su di Esso. Così mi sono spinto oltre la Scienza, com’è giusto fare, ma la mia ricerca non è solo religiosa: è ricerca e basta.
In “Eden” il lettore si sente molto vicino al dramma di Lucifero, che diventa la vera vittima di tutta la storia. Io, infatti, mi sono sentita attratta da questo personaggio, non solo per il suo carisma, emerso tra le righe del tuo romanzo, ma anche per il suo travagliato rapporto con gli altri angeli. Ma qual è il vero intento di Eden? Scardinare le credenze comuni o raccontare semplicemente una storia da un diverso punto di vista, senza altre pretese?
Entrambe le cose. Gli Gnostici, sulle credenze dei quali il mondo di Eden e Ad Lucem è ampiamente modellato, avevano una religiosità che, appunto, scardinava le credenze comuni. Un migliaio d’anni fa, per combattere questi disturbatori della quiete bastava l’inquisizione ed un bel rogo (gli Gnostici ispirarono le eresie dei Bogomili in Romania e dei Catari nel sud della Francia, entrambe spazzate via dalla furia della Chiesa. N.d.A.). Oggi non si può bruciare un autore per quel che dice, c’è una maggiore libertà d’azione e, riproponendo certe tesi, là dove non si riesca proprio a scardinare, si spera almeno di condurre il lettore ad un momento di riflessione; in quella riflessione, altri messaggi possono essere da me inseriti perché vengano ritrovati da chi mi legge. Al di là del pretesto religioso, c’è un evidente aspetto insurrezionalista nelle storie che racconto: istigando alla ribellione del singolo, spero sempre nella capacità di una buona novella a stimolare le altrui coscienze dalla loro stasi. Romanzi come La Fattoria degli Animali o 1984 di Orwell, racconti brevissimi come Mattino Bruno di Pavloff, o ancora Il Processo di Kafka, con me hanno funzionato esattamente così.

23991285_alessandro-cortese-eden-ad-lucem-da-roma-pescara-una-settimana-di-perdute-genti-0La ‘presunta storia d’amore’ che mi sembra di aver intravisto fra Eva e Lucifero, mi ha fatto giungere alla conclusione che tu abbia quasi voluto insinuare che il ‘seme del tradimento’ sia insito nella donna, sin dalle origini. E’ così?
Assolutamente no. Ho ben esposto nei miei seminari, tenuti durante le presentazioni di Eden e Ad Lucem, quanto importante sia la figura della donna in ogni mito e credenza. Nella Bibbia, Eva è controparte femminile di Dio, definita madre di tutti i viventi (Genesi: 3.20) e forza creatrice al pari di Yahweh. La nostra interpretazione della religione glissa decisamente su quest’aspetto, fa di Eva il capro espiatorio del peccato originale e nega il Culto della Madre privandoci, con esso, del nostro naturale legame con la Terra (rappresentata, appunto, dalla Donna). Cabalisticamente, la Terra è Malkuth, la base della nostra esistenza: qui siamo intrappolati perché schiavi della pulsioni carnali; ma, in quanto base, da Malkuth si innalza l’Albero Sefirotale della Conoscenza (l’Albero del Bene e del Male, N.d.A.): risalire l’Albero è l’unica strada per ricongiungerci al Tutto, cioè a Dio, ma negando il Culto della Madre, negando il nostro legame con la Terra (con Malkuth) e negando la forza divina, magica e creatrice di Eva, impediamo a noi stessi la risalita. La religione cattolica, come le altre grandi religioni monoteiste, tutte spesso portatrici di un messaggio terribilmente misogino, in quest’ottica non ci riavvicina a Dio ma ci allontana da Esso. In Eden e Ad Lucem, in entrambi i romanzi ma in modo diverso, il personaggio di Lucifero nasce attraverso il suo rapporto con Eva, ristabilendo in un certo qual modo quel legame madre/figlio che Eva ha con tutto il Creato.
In “Ad Lucem”, Lucifero si trasforma completamente in Satana, diventa un “dittatore”, l’emblema della “ribellione”. Cosa rappresenta per te l’Angelo della Luce?
Una forza furiosamente anarchica, incapace di scendere a compromessi. Non ha interesse nel potere, non ha interesse nell’amore, non ha interesse in ciò che non riguarda direttamente la Fine: è l’alfiere della distruzione ed il latore della rinascita, perché soltanto attraverso la morte si ha la resurrezione e la vita. Lucifero si fa portatore di un messaggio, chiedendo a chiunque di ricominciare da capo. È un leader, capace di farsi carico di responsabilità che nessuno vuol prendersi: crede ciecamente nella sua idea, così gli altri possono scegliere di ascoltarlo come un Profeta o accettarlo come Avversario (Satana, nel Corano Shaiṭān, vuol dire proprio Avversario). In questa cornice, il termine dittatore è decisamente appropriato: quando uno solo si fa carico del destino di tutti, è facile cadere nei totalitarismi.
Lillith ed Eva, scontro fra due archetipi femminili. Entrambe rappresentano il simbolo delle passioni carnali? In che cosa differiscono?
Non solo le passioni carnali ma, in modo più ampio, l’archetipo femminile racchiude pure la passione della carne. Nella mia narrativa, Eva è allegoricamente la donna spesso rinchiusa tra le mura domestiche: è madre, moglie e figlia, ruoli che le danno un enorme carico di responsabilità, in particolar modo avendo accanto Adamo che le usa violenza, ed un Padre/padrone che le impone delle scelte. È la donna sottomessa, perché crede che la via giusta da seguire sia l’ubbidienza ma, come abbiamo fin troppe volte sentito alla tv e letto sui giornali, quando chi ti sta accanto non ti ama, o ti ama in un modo malsano e malato, non ribellarsi vuol dire dare a costui la possibilità di osare di più, fino all’irreparabile. Lilith, al contrario, è la ribelle, quella pronta a rinnegare tutto e tutti, persino il Padre e il Paradiso, pur di rimanere fedele a sé stessa, alle proprie scelte, pur di mantenere integra la propria dignità d’individuo libero e pensante. Tuttavia, la sua forza non esclude la femminilità ma la esalta.
Qual è la differenza fra il legame Lucifero- Eva e Lucifero-Lillith?
Fondamentalmente nessuna: Lucifero ama entrambe allo stesso modo perché sono la stessa donna; o meglio, Eva e Lilith sono la stessa donna che, in momenti diversi, ha fatto scelte diverse. Quindi, Eva è Lilith, se piuttosto che accettare Adamo ed il diktat venuto dal Cielo avesse rifiutato l’uno e l’altro. Da questo punto di vista, mi è piaciuto seguire le vite delle due, andate avanti su binari paralleli, utilizzando l’espediente narrativo alla Sliding Doors. Narrativamente, l’interazione tra Lucifero ed Eva e tra Lucifero e Lilith permette di mettere in evidenza quanta differenza ci sia tra l’Angelo della Luce che i lettori hanno conosciuto in Eden, e quello che si appresta a diventare Imperator del Doloroso Regno: nel primo dei miei romanzi, Lucifero si lascia consapevolmente distruggere dall’amore; in Ad Lucem fa scelte differenti, perché il martirio, la caduta e l’Abisso lo hanno cambiato profondamente. Raccontare il Diavolo significa spiegare il Diavolo, e questa spiegazione necessita di Eva e di Lilith per essere completa.
Hai avuto qualche difficoltà durante la stesura dei due romanzi? Qualche dubbio su cosa e come raccontare la storia dell’eterno scontro fra Yahweh e Lucifero?
C’è sempre un momento in cui ti chiedi: “E adesso?” Ma proprio in quell’attimo capisco perché faccio lo scrittore: le storie mi meravigliano! Quando ciò che racconto sfugge al controllo razionale della mia penna, quando non so più cosa scrivere, è la storia stessa ad andare dove deve andare. La magia è quando, davanti ai miei occhi, scrivo senza sapere niente di tutto quello che succederà l’attimo dopo, la riga dopo, la pagina dopo. Così le mie storie meravigliano chi le legge, ma il primo ad esserne meravigliato sono io, e so di essere una persona molto fortunata, perché le storie continuano a cercarmi per farsi raccontare da me. Gli scrittori sono antenne: stanno semplicemente in ascolto senza inventarsi niente.
Qual è il tuo rapporto con la Religione?
Conflittuale, per quel che riguarda le religioni tradizionali (tutte le religioni). Sicuramente profondo e molto personale, se parliamo di religione in modo più ampio. Non ho mai creduto che basti una croce sopra un tetto per fare di una semplice casa “la casa di Dio”, e non ho mai creduto che ci siano uomini che parlino o scrivano per bocca o per mano di Dio; d’altro canto, potrei dire lo stesso del Diavolo.
Credo che, nel fare qualcosa di terribilmente sbagliato, sia più facile dare la colpa al Diavolo piuttosto che a noi stessi, ed è più facile peccare se la domenica seguente, andando a messa e confessandosi, il Signore Iddio ci perdonerà. Fin quando avremo un Dio che ci perdona ed un Demonio cui dare la colpa, quindi, non miglioreremo mai come razza umana, perché queste figure nel nostro immaginario collettivo sono funzionali al nostro opportunismo e ci de-responsabilizzano, fornendoci sempre delle ottime scuse per fare, non fare o fare in un modo piuttosto che in un altro. La religione, nella mia modesta visione delle cose, dovrebbe essere prima di tutto spiritualità personale, una costante sfida a migliorarci, per farci come Dio, per elevarci, ma è più semplice pensare al Signore come ad un buontempone con la barba bianca piuttosto che ad un modello cui anelare. Neanch’io sono bravo in questo, devo essere sincero, ma almeno evito di prendermi in giro, di prendere in giro e di farmi prendere in giro.
Hai nuovi progetti in cantiere?
Ho progetti per molti anni a venire! La mia collaborazione con Arpanet (editore di Eden e Ad Lucem) è più solida che mai, dopo il discreto successo di Eden e la pubblicazione di Ad Lucem il Dicembre scorso; con loro avrò il piacere di portare a termine la saga di Lucifero, se le condizioni soddisferanno sia me che l’editore. A Settembre, poi, sarò in libreria con il mio primo romanzo storico: Polimnia – La vera storia dei 300, in cui racconterò delle guerre persiane e, chiaramente, di Sparta e di re Leonida, sebbene il libro si concentrerà anche su molti altri aspetti di quell’evento, primo fra tutti la storia della Persia, da re Cambise a Dario il Grande, fino a Serse. Con Polimnia, ho il piacere, la fortuna e l’onore di poter lavorare con Saecula, editore vicentino che si occupa esclusivamente di storia (romanzo e saggistica), iniziando una collaborazione che sono certo durerà a lungo.


 

Dall’Inferno alle Termopili,
Alessandro Cortese

 

“Scongela l’arrosto”, Chronicalibri intervista Giovanni Battista Odone

Luigi Scarcelli
PARMA
– Passioni, famiglia, quotidiano e legami sono alcuni degli ingredienti di “Scongela l’arrosto”, il libro di Giovanni Battista Odone pubblicato da Lupo Editore. Dopo aver recensito il romanzo Chronicalibri ha intervistato l’autore per scoprire come comincia un’esperienza narrativa come “Scongela l’arrosto”.

 

“Scongela l’arrosto” è la tua prima esperienza narrativa; come è nato questo libro?

Il libro è nato da una mia proiezione nel futuro: ho immaginato come, subendo passivamente i più banali accidenti della vita, senza tener conto dei possibili accadimenti tragici, sarei potuto diventare a distanza di vent’anni. Un esercizio utile per riflettere sul proprio presente: giocare con l’ipotesi del proprio futuro.

 

Famiglia, umori, amori e cambiamenti: perché hai scelto questo tipo di storia?

Perché in un epoca in cui ci raccontano che siamo soli, individui persi alla ricerca di relazioni, dimentichiamo troppo facilmente che ciò che siamo e diventiamo discende ancora ed inevitabilmente dal nucleo famigliare in cui cresciamo: una microsocietà che ci segnerà per sempre, nei ricordi come nella personalità.

 

Ci sono momenti o persone della tua vita che hanno ispirato “Scongela l’arrosto”?

Guardando adesso al periodo in cui scrissi questo romanzo, posso dire che fu un momento di accelerazione della mia personale crescita. Devo ammettere che la vicenda narrata, misto di fantasia e realtà, è punteggiata di episodi, persone ed oggetti che restano nella mia memoria come compagni di viaggio.

Il tuo è un romanzo incentrato su alcune tematiche forti, tra queste la famiglia. Allora sorge quasi spontanea la domanda: secondo te la creazione di una famiglia è la fine della passione di una coppia o solo una fase di maturità che spesso viene gestita inconsapevolmente?

La famiglia è come tu decidi che sia. Diventa come tu vuoi che diventi. Certo, non tutti gli accadimenti della vita dipendono dalla tua volontà, ma il raccolto di domani dipenda dalla semina di oggi. Per chi decide di intraprendere un “viaggio nella famiglia” sarebbe fondamentale chiedersi se la semina che si vuole sia la fine della passione, una fase di maturità gestita inconsapevolmente, o qualcosa di più gioioso.

 

Giulio e Lara hanno due caratteri completamente diversi, i classici due opposti che si attraggono. Ma l’attrazione può durare?

L’attrazione è un crinale da percorrere godendo del panorama: di tanto in tanto si scivola giù. Ma è così avvincente risalire verso il crinale dell’attrazione per la donna che ami, che vale la fatica e lo sforzo tornare su. Per godere nuovamente, ancora una volta, del panorama.

 

Personaggio cruciale del libro è Sara, figlia di Lara e Giulio, che nel romanzo assume diversi ruoli. Come hai costruito questo personaggio e cosa rappresenta, è una semplice spettatrice, una complice o una vittima?

Sara era nata come un contorno: un’appendice della strana coppia di adulti. Solo successivamente è diventata voce narrante e punto di vista preponderante nella vicenda. Tragicamente si trova a scoprire il vero volto del padre, capendo come questo è uscito sconfitto dal rapporto con la donna della sua vita, senza nemmeno avere la forza di abbandonare la partita.

 

C’è un autore che pensi abbia influenzato il tuo modo di scrivere o a cui ti sei ispirato?

Come ho raccontato al mio Prof. Di Italiano dei tempi del Liceo, i toni del mio romanzo volevano essere ispirati da Raymond Carver, con la tragicità di gesti semplici o avvenimenti monotoni: ma la passione per il racconto della vita mi ha fatto aggiungere in diversi brani qualche colore in più.

“L’horror è un contenitore che può più di altri toccare corde essenziali dell’animo umano”: ChronicaLibri intervista Claudio Vergnani

Michael Dialley
AOSTA – Un viaggio particolare in un’Italia popolata da zombie: questo il contesto del nuovo romanzo di Claudio Vergnani, “I vivi, i morti e gli altri”, uscito da poco per la Gargoyle Books.
Tinte fosche, luoghi misteriosi e rumori sinistri provocati da quelli che sembravano morti, sono invece gli ingredienti che tengono il lettore vigile e attento a tutti i dettagli.
ChronicaLibri ha intervistato l’autore per cercare di capire cosa c’è dietro questo romanzo e per dar voce a chi ha dato la luce a quest’avvincente storia.

 

Ha scritto una saga di vampiri, prima de “I vivi, i morti e gli altri”: che cosa l’ha avvicinata agli zombie? Come mai ha incentrato il nuovo romanzo su queste creature?
Né i vampiri né gli zombi hanno molta importanza per me: mi servivano solo per creare uno sfondo horror conosciuto dove poter raccontare soprattutto altro.

“Ritengo che l’horror sia un contenitore che, se usato adeguatamente, può più di altri toccare corde essenziali dell’animo umano”: queste le parole che ha usato in un’intervista per definire il genere horror.

 

Nel suo nuovo romanzo emerge la fragilità del protagonista, Oprandi, che viene quasi schiacciato dalla realtà, dalla società composta da cannibali: è questo, forse, un ritratto dell’uomo odierno e del mondo reale, trasposto ed enfatizzato poi nella realtà horror?
Di solito sfuggo le metafore. Spesso sono banali o ambigue. Ma certamente Oprandi si muove in un mondo che è solo un passo avanti al nostro, e infatti lo interpreta lucidamente in tutta la sua miseria, ignoranza, ingiustizia e pericolosità. Paradossalmente, pur essendo un uomo con tutte le carte in regola per crollare definitivamente, l’essere un figlio di questi nostri tempi gli sarà d’aiuto per non smarrire definitivamente sé stesso nel momento della catastrofe e dell’orrore.

 

Crede che il genere horror possa essere uno strumento utile alle persone per evadere, visto il periodo storico nel quale viviamo oggi?
È difficile da dire. Potrebbe sembrare di sì, ma i risultati delle vendite tendono a dire il contrario. Forse i tempi senza speranza in cui viviamo spingono maggiormente il lettore verso il fantasy, dove i buoni soffrono ma poi vincono, i cattivi vengono umiliati e sconfitti, e mille creature soprannaturali ma perbene ispirano al lettore la possibilità di un mondo magari ancora sconosciuto, ma decisamente migliore e più giusto di quello reale.

 

Una persona mi ha detto “leggi e rilassa la mente”, ed effettivamente la lettura ha, su di me, quest’effetto; a lei in che modo la lettura aiuta? Perché consiglierebbe alle persone di leggere un buon libro?
Me l’avesse domandato anche solo due anni fa mi sarei detto d’accordo, e avrei spiegato il perché. Oggi, le confesso, non lo so più. Qui in Italia la maggioranza dei lettori non legge, si limita a scorrere con gli occhi un insieme di parole che altri hanno scelto per loro. Non acquistano un libro, acquistano un autore, per pigrizia, per abitudine, per sentirsi rassicurati. Forse un giorno la gente tornerà a leggere, e allora, chi lo sa, potrò rispondere diversamente alla sua domanda, se le parrà ancora d’attualità.

 

I lettori, ormai, la conoscono nel genere horror: in quale altro genere le piacerebbe impegnarsi? Sta già lavorando a qualche altro progetto?
È uscito in questi giorni un thriller, Per ironia della morte, dove cerco ancora una volta di inserirmi in un genere, con amore e rispetto delle sue strutture classiche, e per poterlo poi rinnovare dall’interno con il mio stile considerato drammatico, profondo e ironico nello stesso tempo.

 

Come scrittore, quali sono le tre parole che preferisce?
Me ne basta una: quella giusta, schietta e sincera che arriva dritta al cuore e alla mente di un lettore attento e intelligente. Quella parola è tutto. Perché, come dico sempre, un romanzo è solo un’opera parziale, al quale solo un lettore attento e ricettivo può dare il soffio della vita, portandolo con sé nel suo mondo, arricchendolo con la sua partecipazione, le sue considerazioni e, perché no, con il suo amore. A mio parere è tutto qui, tutto quanto qui.

Come nasce un romanzo-favola : ChrL intervista Hélène Battaglia

ROMA -Hélène Battaglia è una giornalista di moda, blogger e, da qualche mese, anche scrittrice. Infatti, Hélène somiglia molto a Hope, la protagonista del suo primo libro,  “Appuntamento al Ritz”. Il romanzo, pubblicato da Dalai Editore, ha le sfumature della favola. Per conoscere i retroscena del libro e la sua autrice, ChronicaLibri ha intervistato Hélène Battaglia.

 

Hélène Battaglia, da giornalista a scrittrice: “Appuntamento al Ritz” è il tuo primo libro, come è nato?
“Appuntamento al Ritz” è un sogno diventato infine realtà dopo qualche anno di attesa, archiviato in un file sul mio desktop. Da ragazzina sognavo di fare la giornalista. E da giornalista ho sempre sognato di esordire, un giorno, come scrittrice. Devo ammettere che questo passaggio si è fatto in modo del tutto naturale. E poi è arrivato quel famoso giorno in cui ho sentito che era giunto per me l’ora di uscire allo scoperto con il mio primo romanzo. Sono cose che non capitano per caso. Sono più che mai convinta che ognuno di noi debba seguire il proprio istinto e lanciarsi. Prima o poi. L’ho fatto e ne sono orgogliosa. CARPE DIEM.
Il tuo romanzo ha tutti gli ingredienti della favola, ma qual è la ricetta perfetta per un libro che coinvolga il lettore?
Per me, non esiste una ricetta perfetta. Ogni autore ha la sua. « Appuntamento al Ritz » contiene molto sogno e cosi l’ho voluto. Ho sempre amato le favole dall’HAPPY END. Essere riuscita a scriverne una moderna, mi rende assai felice. Non mi definirei di quel tipo di autori dalla scrittura strategica. Non seguo nessun trend. Scrivo con il cuore e le mie storie sono l’unico frutto della mia fantasia e del mio vissuto mixati in modo armonico, credo.
Hope, la protagonista del tuo libro è la versione 2.0 dell’eroina di Truman Capote?
Anche se sono molto lusingata dal paragone, Hope non è Holly. Hope è unica. Un elegante cigno in mezzo alle anatre. Il mio desiderio più grande è che Hope possa un giorno diventare un nuovo modello di femminilità al quale le nuovi generazioni possano aspirare. Una ragazza sincera, romantica, ambiziosa e coraggiosa. Naturalmente bella e sofisticata. Colta e in gamba. Come vorrei tornassero ad essere le ragazze di oggi.
L’ultima pagina del tuo libro ora la attende Vienna e un Natale speciale in compagnia di persone speciali…ma questa è un’altra storia”. Appuntamento al Ritz avrà un seguito?
Se ci sarà un sequel? Certo la favola continua. Non poteva essere altrimenti. La spumeggiante e dolcissima Hope ed i suoi amici torneranno, tra pochi mesi ormai, per nuove strepitose ed intriganti avventure. Non mancate!
Entri il libreria: quali sono i tre libri che scegli?
Bella domanda che mi fai. Ti daro’ i titoli dei tre romanzi che non vedo l’ora di divorare appena ultimata la stesura di questo mio secondo romanzo. Nei mesi in cui scrivo sono infatti e per scelta, in totale astinenza di lettura. Morte a Pemberley di P.D James, L’occhio dello Zar di Sam Eastland e Il tradimento del templare di Franco Cuomo.

 

Quali sono le tre parole che preferisci?
Speranza- amore- sogno.

 

 

ChronicaLibri intervista Corinna Bajocco

Stefano Billi
Roma – ChronicaLibri ha intervistato Corinna Bajocco, autrice del libro “New York. Viaggio nella Grande Mela”. Pubblicato da Polaris, il libro non è solo una guida, è anche l’inizio di un grande viaggio nella metropoli statunitense.

 

 

Come è nato il desiderio di scrivere un libro su New York? 

Dico sempre che la più bella delle routine è comunque sempre una routine. Io per ragioni varie che spaziano dallo studio al lavoro, già da almeno un ventennio ero una aficionada della Grande Mela e la mia vita era scandita da frequenti andirivieni.  Così che mi ero quasi abituata alla città, sembrava non stupirmi più. Poi una mattina, dopo il solito caffè di Starbucks, mi trovo ad osservare una scena di vita comune seduta su una panchina di uno dei tanti community garden dell’East Village e tutto mi è sembrato, ex abrupto, nuovo e diverso. Quel giorno è nata la mia personale e privata New York, quella costruita attorno a me, ai miei avanti e indietro, ai miei amici, alle mie letture, ai libri di altri, alle mie aspettative, al cibo che mi piace mangiare, agli incontri inaspettati, ai volti curiosi,  ai profumi e alle lingue che, pur non essendo genuinamente newyorchesi, per me sono New York. E ho iniziato a pensarla e a scriverla. Qualche mese dopo ero a Firenze a discutere il libro con il mio editore, perché i desideri abbiamo il dovere di realizzarli.

 

Perché un lettore di Chronica Libri dovrebbe assolutamente visitare New York? 

Perché chiunque dovrebbe visitare New York almeno una volta nella vita. Perché con un viaggio se ne fanno in realtà mille. Perché  ad ogni angolo lo attenderebbe una suggestione di pagine che ha amato, di film che ha visto, di piccole scenografie naturali che ha immaginato. Perché il cibo è divino. Perché è incredibilmente veloce, e in continuo cambiamento. Perché è diversa da come ce la immaginiamo prima di arrivare. Perché è marcia, fradicia e affascinante. Perché se fai colazione nell’Upper West, magari mangi seduto allo stesso tavolo di John Berendt, o Yoko Ono.  Perché restituisce la curiosità nelle cose, che un po’ è morta in quest’altra parte del pianeta.

 

Secondo Lei, New York è ancora l’emblema del sogno americano, o sta perdendo la sua magia col tempo?

New York è il posto dove nascono le opportunità.  Certo, c’è la crisi finanziaria. Certo devi lavorare su ritmi tiratissimi che nulla hanno a che fare con la ciclicità del tempo letto alla maniera mediterranea. Certo devi fare il callo ad alcune rigidità dell’uomo americano, e anche ad un po’ di spocchia. Ma se davvero c’è un desiderio da realizzare, quello è il posto dove provarci. Ancora.

 

Qual’è l’aspetto di New York che più l’affascina?

New York è una metropoli, una megalopoli, Gotham. E, come è stato detto di Lei in passato, non una città perfetta, ma un perfetto esempio di città. Eppure questa sua dimensione, dal di dentro, non si percepisce. New York è una trama di villaggi che si intersecano, di lingue che si fondono, di tradizioni che si mescolano e tutto pare tranne che quella proiezione verticale luccicante che affolla l’immaginario del Vecchio Mondo. Di New York mi affascina questa ambivalenza, e le sue crepe. Quelle rughe che se osservate bene sotto ci trovi una città stratificata e meravigliosa.

 

Perché i lettori di Chronica Libri dovrebbero leggere il suo libro?

Ci sono pagine e pagine scritte su New York, e tutte decisamente più autorevoli delle mie. Forse bisognerebbe leggere piuttosto quelle. Però un giorno, un autentico newyorchese di nome Adam Yauch, che era il leader di una band straordinaria (i Beastie Boys), stava bevendo qualcosa in un bar di Brooklyn casualmente seduto al bancone vicino a me. Lo costrinsi ad una breve conversazione, ed ai miei racconti.  Senza conoscerlo, ovviamente. Una mezz’ora dopo mi disse che ero una ficcanaso. Ecco, se a qualcuno dovesse far piacere  leggere una specie di guida turistica scritta da una ficcanaso, allora la mia è quella giusta. E poi sono una appassionata di letteratura, nel libro ne troverete tanta, raccontata proprio negli angoli dove è nata. Infine, se c’è una partenza in programma, prima di fare le valigie, forse fra le mie pagine scoprirete la voglia di un viaggio non preconfezionato.

Irene Vella: da amiche a stronzamiche con il sorriso

Giulia Siena
ROMA
Irene Vella è un’esplosione di vitalità, colore, idee e linguaggio. La sua ottima inventiva ha dato vita a “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, un manuale di sopravvivenza alle stronzamiche. Ma questo libro pubblicato da Laurana è molto di più: è un racconto divertente, amaro, disilluso e speranzoso sui rapporti umani e l’affetto. Ecco a voi l’intervista di ChronicaLibri alla vulcanica autrice.

 

 

Da “Sex and the Cake” a “Credevo fosse un’amica e invece era una stronza”, come mai sei uscita dalla cucina per affrontare a muso duro le stronze?
Diciamo la verità: è che forse in cucina non ci sono mai entrata 🙂 di quel libro io ho curato le storie, mentre la parte dedicata alle torte è stata affidata ad una cake designer, quindi potrei direi che ho fatto da assaggiatrice. Ma è stato proprio dopo aver finito di scrivere quel libro che ho sentito forte il richiamo delle stronzamiche, e di mettere nero su bianco le mie esperienze e quelle di mia figlia, nella speranza che un manuale di difesa potesse servire alle altre per evitare di ripetere i nostri errori.

 

Le stronzamiche sono parte di noi, ci seguono fin dall’infanzia ed è proprio durante questo delicato periodo di vita che possono prendere il sopravvento. Tu scrivi questo “manuale di difesa” anche per tutelare i propri figli, raccontaci un po’.
Diciamo che l’idea mi è venuta proprio perchè ne ho incontrate talmente tante che il libro si è praticamente scritto da solo, e poi ogni volta che parlavo di questa mia idea a qualche amica (quelle vere però) mi rispondeva così: “ ma dai un libro sulle stronzamiche, spettacolo. Vuoi che ti racconti della mia? Successivamente è capitato che fosse la mia bimba a cadere nelle mani delle piccole stronzamiche ed allora è scattata la voglia di riscatto che si è tradotta in questo libro. Riprendendo un paragrafo “Ma la verità (proprio quella vera vera eh) è che la voglia di scrivere questo piccolo manuale di sopravvivenza mi è venuta quando, ho visto mia figlia, oggi dodicenne, cadere nelle mani di piccole stronzamiche. Sì, perché questo genere femminile, esiste anche in miniatura, è dentro di loro, è più forte di loro, non importa quanto amore ti professeranno, ad un certo punto la voglia di sparlare di te con il gruppo delle seguaci sarà troppo forte, e si mostreranno per quello che realmente sono. Delle api regine in cerca del consenso della folla, sia esso composto da seienni o da dodicenni; il palco è il loro regno, lo scherno il loro strumento, la maldicenza la loro arma.” Ma la vendetta è arrivata, e riprendendo una recensione fatta dall’amica scrittrice Lucia Giulia Picchio “Un regolamento di conti in piena regola e un monito a tutte le stronzamiche ( e le loro mamme) in circolazione: prima di fare le stronze accertatevi che la vostra vittima non abbia una mamma che faccia la scrittrice. Potreste trasformarvi ( in senso metaforico, s’intende) nel prossimo cadavere che vedremo scorrere, sedute sull’orlo dal fiume, con il suo prossimo libro in mano.”

 

Stronzamiche a scuola, in famiglia, in palestra, a lavoro, tra le altre mamme a scuola e in fila al supermercato sotto forma di curate vecchiette stronze. Quali sono le stronzamiche peggiori?
Le stronzamiche peggiori sono di sicuro quelle che tu credevi fossero amiche, e invece erano stronze. Sone le buone rassicuranti, come si dice in toscano “Le acque chete” che sono poi quelle che rompono i ponti, insomma le gatte morte. Quelle che in tutti i laghi e in tutti i luoghi vorranno fotterti quello che è tuo, fidanzato, amici, lavoro, all togheter now.
Ma come si vince l’impulso di strangolare le stronzamiche sul lavoro?
Magari proprio non vincendolo e lasciandosi andare, perchè bisogna essere per forza buone? Se ci accorgiamo che l’amica è una stronza possiamo sempre batterla, diventando stronze di rimando. E ricordatevi sempre il detto delle nonne: non c’è niente di più pericoloso di un buono quando diventa cattivo, lei non si aspetterà una vostra reazione, così voi l’avrete fottuta su tutti i piani.
5. Si può combattere una stronzamica con le sue stesse armi?
Certo che sì, ma il problema è che noi buone e coglione rimaniamo tali anche quando ci vendichiamo, e alla fine siamo pure capaci di essere dispiaciute della nostra vittoria, quindi direi che per vincere davvero meglio isolarle, le peggiori nemiche delle stronzamiche sono loro stesse, basterà lasciarle da sole per un po’ e si autodistruggeranno, come nei migliori film di JAMES Bond.

Donne buone, solari e spontanee si nasce, stronze si può diventare. Come diventare furbe e non farsi fregare?
Secondo me è una questione di sopravvivenza, arriva un certo punto nella vita in cui dopo innumerevoli batoste per forza di cose le antenne antistronze si alzeranno da sole, il rischio però sarà quello di lasciarsi prendere la mano e fare una selezione all’ingresso talmente forte da rimanere sole. Il consiglio? Rimanere se stesse, sempre, le stronzamiche vinceranno una battaglia, noi buone coglione vinceremo la guerra della vita. Tanto come dice la legge di Murphy “ se qualcosa può andare male, lo farà”, ma io sono profondamente convinta del fatto che un’anima pura vince sempre, quindi è solo questione di tempo.

Tutte le stronze vengono per nuocere?
Assolutamente no. Altrimenti io questo libro non l’avrei mai scritto. Diciamo che ci sono dolori che mi sarei e avrei voluto risparmiare a mia figlia, ma cosa sarebbe la vita senza un po’ di stronzamiche? A volte servono a capire quanto si tenga al proprio uomo, al proprio lavoro e alle vere amicizie, quindi riscriverei il detto “una stronza al giorno leva il medico di torno” (ora magari non proprio al giorno, ma una ogni tanto può fare anche bene alla proprio autostima, più riuscirai a schiacciarle, più sarai gratificata:)

Con tutto questo pullulare di persone false, come si fa a riconoscere la vera amicizia e fidarsi degli altri senza cadere nelle trappole tese dalle stronzamiche?
Ti rispondo con uno status che ho messo qualche giorno fa su facebook, proprio dopo essere stata con alcune di quelle che reputo le amiche di tutta una vita, quelle buone. “Le vere amiche sono quelle che prima truccano te, e poi si preparano loro, sono quelle che ti fanno provare milioni di vestiti, poi ti guardano e ti dicono la verità “questo è più figo, ma quello ti fa più secca”, sono quelle che non hanno paura di ascoltare, ma non hanno nemmeno paura di dire quello che pensano, perché le vere amiche fanno questo, dicono in faccia quello che pensano. Le vere amiche non hanno bisogno di tante parole, né di tanti sorrisi, spesso il silenzio parla per loro, così come i loro occhi che sono un libro aperto. Le vere amiche a volte abitano lontano e non si sentono per settimane, mesi, ma tu sai che basterà alzare un telefono, e se sarà necessario, loro si precipiteranno da te. Le vere amiche sono tesori preziosi, e sono convinta che siano gli altri amori della nostra vita. Una vita senza amiche è come una giornata senza sole, triste e buia.”

Progetti futuri?
Sto lavorando al prossimo libro, che avrà come soggetto mio figlio Gabriele detto lo gnomo, in versione naturalmente ironica, cinica e pungente, con un titolo che nulla avrà da invidiare a questo.
Poi approfitto di questa intervista per dire che sto cercando collaborazioni (naturalmente retribuite) e per dare vita ad una rubrica visto le innumerevoli richieste di aiuto e di ringraziamenti da parte di tutte le ragazzine vessate dalle bulle, vorrei parlare delle donne, per ridere sorridere e riflettere tutte insieme.
Le tre parole che preferisci?
Adoro, stronza e ti amo.
La prima è un consenso totale, quando mi piace da morire una cosa, una persona, un modo di essere io “Adoro”, e si capisce che mi prende da dentro.
Per la seconda, Come diceva Funari “ se una è stronza non glie poi dì sciocchina, gli hai da dì stronza”, la trova una parola quasi onomatopeica e tanto liberatoria, quando mi arrabbio è l’insulto che uso di più perchè efficace ed immediato.
La terza: Far capire a chi ti sta vicino che lo ami mi dà gioia, io con la mia famiglia sono così, ai miei figli glielo dico in continuazione, tipo “mi passi l’acqua, te l’ho detto oggi che ti amo?” loro scoppiano a ridere e mi dicono “dai mamma bastaaa”, ma io so che sono felici.
Non smetterò mai di farli sentire amati, penso che un bambino amato sia un bambino felice, e diventerà un adulto capace di dare amore e di innamorarsi. L’altro giorno mia figlia ridendo mi ha detto “mamma babbo ma la smettete di baciarvi di nascosto in cucina? Sembrate due fidanzatini”, ma era felice perchè sa che ci amiamo.
C’è un ‘altra parola che mi piace dire, è Lui, diminutivo di Luigi, il mio maritino mister, la metà della mia mela.
“Luiiiiii te l’ho detto quanto ti amo oggi?”.

 

Irene Vella è anche su FB.