Intervista a Emanuele Ponturo: “L’uomo isola” ovvero spingersi ogni oltre confine, per amore

Luomo Isola_AVAGLIANO_chronicalibriGiulia Siena
ROMA – Ho già parlato de L’uomo isola, il libro di Emanuele Ponturo pubblicato da Avagliano e arrivato in libreria qualche giorno fa. L’uomo isola ha una storia fatta di attese e incontri – incontri virtuali e poi reali – parole e ricerca. Di senso e di sé. L’uomo isola è una catarsi poetica e, per scoprire a fondo questo libro, ho chiesto all’autore, Emanuele Ponturo, di entrare con noi tra le righe della sua scrittura.

 

Qualche anno fa, nell’intervista per presentare L’odio – Una storia d’amore, ti chiesi quali fossero le tue tre parole preferite. Isola, corpo, notte. Ora quelle parole tornano sotto forma di romanzo: L’uomo isola. Puro caso?
Non è un caso. Ti avevo anticipato un segreto, qualcosa che si muoveva dentro (e intorno) a me, ma che ancora non avevo decifrato a livello razionale, “l’anima” di una storia. Isola, la maledetta, ma anche il luogo in cui approdare e cercare rifugio. Corpo, il corpo della donna matura, e innamorata, ma anche quello della ragazzina sprovveduta. Notte, che tutto avvolge. Continua

“Una luce per la memoria, una luce per la libertà”: la storia raccontata con immagini e parole

Una luce per la memoria, una luce per la libertà_CAPATTI_chronicalibriGiulia Siena
PARMA “Ormai di tutti coloro che hanno combattuto siamo rimasti in pochi. La vita ha ucciso quelli che non sono morti in guerra. Alla fine restano le nostre giacche e le nostre storie raccontate.” Per questo bisogna ricordare, ripercorrere, raccontare. Per questo, per la libertà e il suo significato, che bisogna tornare in Bielorussia, in quelle terre prima violentate dalla guerra e poi martoriate dall’uomo; tornare per ascoltare le ultime voci, catturare le immagini. Questo hanno fatto il fotografo italiano Sandro Capatti e la giornalista bielorussa Nadzehda Kalinina: sono andati alla ricerca dei superstiti di quella generazione di bielorussi che combatté e respinse gli invasori tedeschi dell’allora Unione Sovietica, ne hanno raccolto le voci, gli sguardi, le rughe, le cicatrici e i ricordi. Continua

Arriva “Il paradosso del calabrone”, un romanzo di azione contro l’arroganza

Copertina 2ROMA – Novità editoriale in casa Memori, arriva Il paradosso del calabrone, il romanzo di Stefano Carboni che si preannuncia come il libro dell’estate 2015. Incentrato sulla figura di Luca Magrini – uomo intelligente e brillante che a quarantacinque anni, con una moglie, due figli adolescenti e un lavoro da sceneggiatore, si scopre improvvisamente serial killer – il romanzo è costruito su una tensione narrativa costante.
Ironico, diabolico, deciso: il protagonista de Il paradosso del calabrone è un osservatore attento, uno spietato serial killer. Per lui niente è più intollerabile dell’arroganza e della maleducazione umana ed è per questo che decide di fare un po’ di “pulizia etica”. In un perfetto mix tra il giustiziere sociale e l’esteta, il protagonista della brillante penna di Stefano Carboni, però, non è un assassino seriale come molti altri. Continua

“Causa di forza maggiore” di Chiara Giacobelli vince il Premio Letterario Internazionale Marguerite Yourcenar 2014

chiara_giacobelli_intervista-chronicalibriROMAChiara Giacobelli, con il racconto Causa di forza maggiore si aggiudica il Premio Letterario Internazionale Marguerite Yourcenar (sezione Narrativa) edizione 2014; il Premio che vede ogni anno la partecipazione di centinaia di autori da tutta Italia e non solo, nelle due sezioni Narrativa e Poesia. La giuria, composta da esperti del settore, ha selezionato in un primo momento una rosa di dieci finalisti e successivamente sono stati i finalisti stessi a scegliere il racconto giudicato migliore. La cerimonia di premiazione della XXII edizione del Premio avverrà sabato 31 gennaio presso l’Auditorium «Recagni» della Scuola Sociale Accademia delle Arti a Melegnano, in provincia di Milano.

 

Il racconto di Chiara Giacobelli – giornalista e scrittrice, autrice di “101 cose da fare nelle Marche almeno una volta nella vita” e “1001 monasteri e santuari in Italia da visitare almeno una volta nella vita” (Newton Compton) ; “Furio Scarpelli. Il cinema viene dopo” (Le Mani); “Emilia Romagna. Una visione artistica” (Round Table Bologna) – sarà pubblicato all’interno dell’Antologia ufficiale del Premio (contenente anche gli altri nove racconti finalisti) che verrà consegnata agli autori nel corso della cerimonia di premiazione e sarà poi acquistabile sia in libreria che online. Inoltre, come vincitrice della sezione Narrativa, Chiara Giacobelli avrà la possibilità di pubblicare gratuitamente un libro di una trentina di pagine, stampabile in 100 copie. Il racconto vincitore “Causa di forza maggiore” sarà inoltre pubblicato dalla rivista “Il Club degli Autori” – ente promotore del Premio insieme alla casa editrice Montedit – ed anche in internet sul sito www.club.it.

 

Questa la motivazione per l’assegnazione del premio:
“Il racconto è pervaso da profonda umanità, resa perfettamente dalla scrittura di Chiara Giacobelli, che propone la storia di due figure narrative estreme: da un lato, una donna che “gioca a fare la scrittrice” e, dall’altro lato, un barbone che vive di stenti, come ad enfatizzare la presenza di due mondi agli antipodi. Eppure hanno una cosa in comune: l’inerzia. Seguendo un costante scandaglio dell’animo umano, si giunge al simbolico dono di un libro, con la convinzione che l’uomo ne farà carta straccia, ma non sarà così. Chiara Giacobelli dimostra la sua bravura nel rendere pienamente percepibile la sua intenzione narrativa”.

 

 ChronicaLibri ha voluto fare qualche domanda a Chiara Giacobelli

Complimenti per il risultato ottenuto! Causa di forza maggiore, infatti, vince il prestigioso Premio Letterario Internazionale Marguerite Yourcenar (sezione Narrativa), come nasce questo racconto?
Nasce dall’incontro quasi quotidiano con il barbone descritto nel testo, di cui non so nulla, ma che sin dall’inizio mi ha molto incuriosita. Ho cercato di immaginare la sua storia, mentre ero nel bel mezzo di una brutta malattia dalla quale temevo che non sarei mai riuscita a guarire. Di fatto, mi sembrava fossimo due personaggi agli antipodi eppure assai simili nella disperazione, che con il tempo si era trasformata in inerzia. Il racconto, infatti, verte principalmente sul concetto dell’inerzia umana, lo analizza, lo scandaglia da varie angolature, prova ad andare a fondo per capire come nasce e anche fino a dove può arrivare.

Il racconto sarà pubblicato all’interno dell’Antologia ufficiale del Premio e, da vincitrice, potrai pubblicare un nuovo libro. Tante occasioni, quindi, ma secondo te qual è lo stato dei premi letterari in Italia?
A me sembra ottimo, ce ne sono tantissimi organizzati da regioni, enti e associazioni, ovviamente non tutti con la stessa importanza e non tutti in grado di mettere a disposizione premi in denaro o in pubblicazioni. Ma sappiamo bene quanto difficile sia la situazione culturale italiana in questo momento, perciò vedere un simile fervore, una così grande voglia di fare che nasce direttamente dalle persone e dal loro amore per la letteratura è secondo me molto commovente. E’ naturale che poi di tutti coloro che partecipano – e magari vincono – ai premi, solo una piccolissima percentuale riuscirà a farsi notare e magari un giorno ad arrivare a vivere di scrittura, ma ciò non toglie il valore e l’importanza di simili iniziative.

Ti abbiamo conosciuto in veste di scrittrice e giornalista, alle prese con libri di viaggio, saggi sul cinema e dedita a raccontare l’Italia, le sue ricchezze e i suoi paesaggi. Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sto ultimando il mio romanzo d’esordio rappresentata dalla Walkabout Literary Agency di Fiammetta Biancatelli, Ombretta Borgia e Paolo Valentini, che hanno creduto in me e per questo ringrazio di cuore. Ho anche altri libri di varia da scrivere nei prossimi mesi e alcuni progetti giornalistici, ma per il momento il romanzo è la mia priorità. Parzialmente autobiografico, prende spunto dalle mille figuracce che ho fatto nel corso della vita per raccontare un personaggio femminile che da Giacomo Scarpelli, sceneggiatore de “Il Postino”, è stato definito “una buffa Woody Allen in gonnella finalmente non apologetica”. Un viaggio inaspettato in Italia la porterà a vivere una dolce storia d’amore ambientata nel Golfo dei Poeti (e in buona parte all’interno dei Pronto Soccorsi in cui inevitabilmente finirà, per un motivo o per l’altro).

 

“Enciclopedia della Moglie Modello”: la parodia dello zerbino. Intervista ad Annalisa Aglioti

enciclopedia-della-moglie-modelloGiulia Siena
PARMA
– Abbiamo conosciuto il suo libro, Enciclopedia della Moglie Modello, qualche mese fa. Ora, per capire come è nato e dove arriverà il libro pubblicato da Anteprima Edizioni, abbiamo chiesto a lei, Annalisa Aglioti (nella foto in basso) – la Moglie Modello di Colorado Café – di raccontarci avventure e sventure di una MM alle prese con la vena letteraria.

 

 

Annalisa Aglioti torna a vestire i panni della Moglie Modello per l’ironico e irriverente “Enciclopedia della Moglie Modello”. Come nasce questo libro?

L’idea di questo libro nasce da un incontro abbagliante. Sin da piccola, avendo avuto la fortuna di avere conosciuto quattro nonni meravigliosi, sono stata sempre appassionata di tutto l’universo di oggetti che li circondava che a me apparivano magici per il fatto di avere una storia così lunga e lontana. E così negli anni nelle loro case ho sempre curiosato, mi sono sempre innamorata di qualche oggetto, una borsetta, una fotografia, un paio di occhiali, un libro che loro sistematicamente mi regalavano con grande generosità, contenti che qualcuno desse di nuovo importanza a cose che per loro avevano avuto un grande significato in passato e che molti consideravano soltanto “vecchie”. Quanti oggetti ho salvato dalla “furia” di mettere a posto e di buttare di mia madre o delle mie zie! Un giorno, qualche anno fa, mi sono ritrovata tra le mani un volume della vecchia “Enciclopedia della donna” dei fratelli Fabbri che negli anni Sessanta era un vero e proprio must. Si trattava di uno dei tanti libri o riviste che in quegli anni cercavano di delineare il modello di casalinga perfetta in ogni dove, in casa, al mercato, con gli amici, in ufficio o dalla suocera, il cui primario obiettivo doveva sempre essere quello di rendere felice il marito e la famiglia. Il tutto sempre condito da un costante appello alla modernità nella scelta dell’abbigliamento o degli elettrodomestici come si addiceva ad una donna del pieno boom economico. Sono rimasta abbagliata dall’effetto comico che aveva rileggere alcuni passi e alcune vignette dove ti spiegavano ad esempio come conversare e con chi durante un viaggio in treno facendo distinzione se l’interlocutore fosse sposato o meno o come disporre gli invitati durante una cena in casa. E qui la cosa divertente è che durante questa eventuale cena viene indicata la presenza di una “ragazza carina” da mettere accanto al padrone di casa, ossia al marito, ragazza che nessuna di noi naturalmente oggi si sognerebbe di invitare a casa. E così ho letto quell’Enciclopedia tutta di un fiato e ho deciso di farne una parodia dopo cinquantanni, riportandola ai tempi e agli usi di oggi, come se una signorina di quell’epoca si trovasse a vivere nel 2014.

Per questo libro, il tuo famoso personaggio televisivo, pieno di sagacia e ironia, si arricchisce di un apparato storico: la moglie anni Sessanta. Accoppiata vincente?

Per me è vincente perché sono divertita moltissimo a scrivere questo libro e mi diverto durante ogni presentazione che faccio in giro per l’Italia dove incontro sempre tante donne che si immedesimano e ridono con gusto. Spero che sia vincente anche per le lettrici, che se ne innamorino e che lo leggano e spero soprattutto di essere riuscita a far arrivare lo spirito autoironico con il quale l’ho scritto: una sorta di manuale di confidenze segrete ed umoristiche tra donne che sorridano leggendolo insieme o regalandoselo l’un l’altra

 

AnnalisaAglioti_intervistaL’enciclopedia è piena di consigli e dritte per far si che da semplice moglie si diventi Moglie Modello. Ma la tua MM è anche un po’ zerbino. Funziona sempre?

La moglie modello è davvero zerbino, è addirittura devota a Santa Zerbina, patrona di tutte le mogli modello alla quale è dedicata un’intera voce del libro. Ma naturalmente il senso del libro è tutto da leggere al contrario. Descrivendo tutto ciò che serve a noi donne per diventare il sogno di ogni uomo, ossia un elettrodomestico con il perizoma, in realtà cerco di scardinare attraverso l’ironia tutte quelle aspettative multitasking da cui noi donne siamo ancora condizionate in tantissime delle nostre scelte e che molti uomini e molte famiglie ancora vorrebbero. Il libro poi, sempre al livello comico, descrive quella che io definisco come la Sindrome della Coiona, ossia quel meccanismo di dipendenza affettiva da un uomo che non ci ama e non ci stima che ci porta ad assumere una serie di comportamenti perfetti e zerbinanti pur di conquistarlo e non di non restare sole. Da sempre l’ironia è un grande veicolo per esorcizzare e superare luoghi comuni e pregiudizi e spero nel mio piccolo di essere riuscita anche io orientare la mia scrittura in questa direzione.

Remissiva, silenziosa, servile e, a tratti, trasparente, la Moglie Modello è quello che vorrebbero certi uomini o quello a cui  aspirano alcune donne?

Indubbiamente credo che da qualche parte si annidi ancora il desiderio e la fantasia di tanti uomini di avere accanto una donna tipo la moglie modello che non abbia una sua identità autonoma al di là del matrimonio e della famiglia. Alcuni non accettano di avere accanto una compagna che abbia una forte personalità, un senso critico personale nel modo di guardare il mondo e una libertà mentale che le permette di seguire, oltre alla famiglia e alla coppia, un suo percorso di vita e di crescita personale nel lavoro, nelle amicizie, nei suoi interessi nel tempo libero. La nostra grande fortuna che non dobbiamo mai dare per scontata visto che è il risultato di tante battaglie culturali fatte dalle nostre mamma e dalle nostre nonne con il femminismo, è che nella maggior parte dei casi, nel nostro paese,almeno sulla carta, siamo libere di scegliere che strada prendere, che lavoro fare o non fare, e soprattutto che tipo di uomo avere accanto. Sta a noi non sprecare questa libertà, non farci condizionare psicologicamente e non farci mai, per nessun motivo, diventare vittime di un rapporto e di un uomo.
E se questa Enciclopedia della Moglie Modello avesse un seguito?

Magari, perché no? Ci penserò! Al momento non potrei scriverlo perché oltre che nella promozione del libro sono impegnata sul set di un bellissimo e poetico film, si chiama “Basta poco” ed è diretto da Andrea Muzzi e Riccardo Paoletti. Sono molto entusiasta perché la storia è veramente divertente e delicata e ci sono degli attori meravigliosi come Ninni Bruschetta, Paolo Hendel, Daniela Poggi, Marco Messeri e lo stesso Muzzi con Max Galligani. Per adesso allora continuo a promuovere questa Enciclopedia con eventi e spettacoli in tutta Italia e soprattutto sui social network dove ho avuto la fortuna di incontrare voi che ringrazio per l’attenzione e l’interesse. Il mio sogno è che diventi un best seller anche perché il libro è dedicato alla mia amata nonna Isabella che purtroppo da gennaio non c’è più. Il libro doveva contenere una dedica a lei ma purtroppo per una distrazione non è stata stampata. E allora spero in una ristampa proprio per poter reinserire questa dedica “Alla mia nonna modello Isabella, alla quale non ho mai sentito dire: adesso non posso ho da fare”

Intervista: Aldo Putignano, fare libri è una necessità, una vocazione e un talento.

Aldo_Putignano_intervista_chronicalibriGiulia Siena
MODENA – Ci siamo incontrati tante volte, io e Aldo Putignano. Ogni volta io ero alla ricerca di nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie; lui era dall’altra parte, a suggerirmi nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie. Ogni volta che incontro Aldo Putignano lo riconosco dalla sua schiettezza, dalla determinazione e della passione. E questa volta ci siamo incontrati a Modena, in occasione del Bukfestival 2014. Ma questa volta non mi sono fermata a cercare nuovi libri, scrittori emergenti e buone storie. No, questa volta, ho voluto fermarmi di più e chiedergli chi è, che fa e perché lo fa; poi, per capire insieme a lui qual è la direzione che sta prendendo il libro. Perché chiederlo a lui? Perché Aldo Putignano, oltre a essere editore di Homo Scrivens, è anche uno scrittore dalla penna intelligente, sagace e divertente, con il libro “Social zoo”, infatti, ha vinto il Premio Carver 2013.

 
Homo Scrivens nasce nel 2002, casa editrice dal 2012. Raccontaci questa storia.
Siamo nati nel 2002 come Compagni di Scrittura, un gruppo di scrittori prestati all’editoria. Abbiamo unito le nostre forze per parlare al pubblico e agli operatori del settore per proporre anche eventi culturali. Il contesto nel quale ci siamo mossi è quello del Sud di Italia, territorio che vive molto di riflesso su molti argomenti tutt’oggi quasi filtrati dal giudizio delle grandi industrie culturali dislocate altrove. Così dopo dieci anni e numerose collaborazioni, anche con case editrici napoletane, abbiamo deciso di fare il grande passo e provare a dare a questa nostra passione una nuova stabilità in grado di portare avanti i tanti autori che nel frattempo erano cresciuti e meritavano uno spazio ulteriore.

 

Questo spazio è diventato Homo Scrivens, una casa editrice attiva e lungimirante. Cosa pubblicate e quali sono i libri oggi in catalogo?
In due anni siamo vicini ai settanta volumi, una produzione già di per se abbastanza ampia che da grande spazio alla narrativa. Quest’ultima nella collana Dieci, prende il nome dalla scelta di pubblicare solo dieci libri l’anno; accanto, con risultati molti importanti, c’è la collana Scout, dedicata agli scrittori emergenti ed esordienti. Per il prossimo anno tre dei libri che pubblicheremo nella collana Dieci sono autori che hanno già pubblicato con Scout, segno di una attenzione significativa del mercato verso i giovani. Inoltre, la collana Polimeri dedicata alla scrittura collettiva e collana nata con il libro “Enciclopedia degli scrittori inesistenti”. Poi una collana dedicata alle Arti per dare spazio a quei diversi generi che il mercato ha spesso “maltrattato”: poesia, teatro, critica letteraria; una sezione che vuole essere un segnale di apertura verso le arti.

 

Molti libri targati Homo Scrivens hanno ottenuto risultati importanti; tra questi, sicuramente, c’è “Social Zoo”, il libro di cui sei autore e che si è aggiudicato il Premio Carver 2013.
Il Premio Carver è un premio speciale ed è stata per me una gratificazione enorme, anche perché non pensavo di cimentarmi. Mi sono, quindi, sorpreso a vincere e sono stato felicemente sorpreso di vedere come in Italia ci siano premi letterari per i quali il marchio editoriale non è importante; c’è, invece, una lettura attenta e magari si cerca di premiare e non di penalizzare la voglia di ricerca, la sperimentazione e le idee innovative degli autori.

 

La sperimentazione e le idee innovative degli autori sono alla base di Homo Scrivens che, tra le altre cose, si è sempre schierata contro l’editoria a pagamento. Una scelta normale che diventa quasi coraggiosa nel panorama delle piccole e medie case editrici.
Il motivo quasi naturale di questa scelta è che noi siamo scrittori, l’editoria viene dopo e l’editoria è un passaggio che ci serve a portare avanti altri scrittori. Comunque penso che nessun editore dovrebbe essere imprenditore con i soldi degli altri, dovrebbe poter rischiare, metterci la faccia e investire in quel che crede. Per questo non ci sentiamo colleghi di queste persone, di chi vuole lucrare sull’entusiasmo di giovani e meno giovani. Dall’altra parte chi scrive per pubblicare a pagamento, anche se ingenuamente, è complice di questo sistema poiché pensa che non si possa fare altrimenti, pensa che pubblicare pagando sia l’unico modo o comunque una scoricatoia. Io chiedo a chi ci legge di evitare queste scorciatoie e confrontarsi con i professionisti perché la scelta di pubblicare pagando è una scelta che non paga.

 

Sul sito di Homo Scrivens campeggia la scritta “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, il bando di un concorso letterario. Titolo un po’ provocatorio, non pensi?
Il Concorso è indotto dalla Biblioteca Nazionale di Napoli rivolto a giovanissimi alla prima pubblicazione, al primo incontro con il mondo della scrittura. Il titolo, “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, è stato scelto un po’ come “provocazione” perché spesso ci vengono proposti dei testi scritti di getto e poi inviati, senza nemmono rileggerli. Questi testi si presentano come una cascata di parole, quasi come se la scrittura – per esempio quella dei social network – sia solamente un canale per esprimersi in maniera immediata, senza la meditazione del messaggio. La seconda parte del titolo “… scrivere male fa peggio” vuole essere un invito a riappropiarsi delle possibilità della scrittura che è un’arte nobile, che ti permette di conoscerti, di leggerti e quindi un invito a passare a una comunicazione più profonda e più vera.

 

Quali sono i tre libri targati Homo Scrivens che Aldo Putignano ci consiglia per la primavera?
Consiglio un nuovissimo romanzo che uscirà nei prossimi giorni tra i nuovi titoli della collana Dieci, “Aria di neve”, un giallo consigliato da Marco Malvaldi e scritto da Serena Venditto, già autrice de “Le intolleranze elementari”, piccola rivelazione dello scorso anno. Poi vi suggerisco di leggere è la spy story “Ragazzi straordinari” di Giancarlo Marino che con una scrittura molto molto forte descrive la storia di cinque ragazzi in una città immaginaria molto simile alla Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino. In ultimo – anche se la scelta è ampia – segnalo “Tutto andrà nel migliore dei modi” di Rosalia Catapano, prequel ideale di “Solo Nina”, quest’ultimo libro rivelazione che ha avuto importanti riscontri per noi che abbiamo piccoli numeri.

 

Per Aldo Putignano fare libri è…
Essenzialmente è una necessità, oltre che una vocazione, perché non riesco a pensare diversamente. Vivo fra i libri e sono abituato a questo mondo che mi sono un po’ costruito addosso.

 

Fabio Piacenti presenta “La giustizia di Icaro”

la giustizia di icaro
Al suo esordio letterario con “La giustizia di Icaro” (Vertigo Edizioni), Fabio Piacenti dimostra ironia, sensibilità, attenzione ai dettagli e, soprattutto, una particolare attitudine a cogliere e a descrivere le tante sfumature dell’animo umano. Chronicalibri lo ha intervistato.
Fabio Piacenti, sociologo e presidente dell’Istituto di ricerca socio-economica Eures. Come nasce la sua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura mi ha sempre accompagnato, per le sue specifiche potenzialità espressive. Scrivo per lavoro, per raccontare o spiegare questioni e fenomeni economici, statistici, sociali. La narrativa e la poesia appartengono ad un’altra sfera espressiva – anche sotto il profilo linguistico – di cui avvertivo una forte spinta negli anni della formazione universitaria, quando tuttavia non riuscivo a darle un indirizzo compiuto.
È stata necessaria una lunga maturazione per dare concretezza alle spinte della scrittura giovanile; ma oggi più che mai, in un tempo in cui sempre più i cinguettii, gli sms e gli emoticon surrogano l’articolazione dei sentimenti e del pensiero, la passione per la scrittura, la ricerca della parola, si rinnova e si rafforza come unica forma espressiva ancora capace di restituire centralità all’infinita ricchezza delle gradazioni e dei dettagli che rendono unico e per questo riconoscibile ciascun individuo.

“La giustizia di Icaro” è il suo primo romanzo. Un titolo singolare, a cui accenna nel libro parlando della necessità di “rinnovare il volo di Icaro” come antitesi alla condizione di vivere “aggrappati alla meschina consapevolezza di averne previsto la caduta”. Da cosa scaturisce la scelta di questo titolo?
La scelta del titolo, che nel corso della stesura del romanzo ho più volte modificato, nasce dall’esigenza di condensare i significati di una storia complessa in cui giustizia e vendetta, conservazione e desiderio di cambiamento, ribellione e rinuncia si sovrappongono e si alternano, affidando al volo di Icaro, al suo richiamo ancestrale al bisogno di liberazione, la speranza della rottura di una trama già scritta.
La giustizia di Icaro è quindi la chiave dell’identità di chi cerca, attraverso il compimento della propria esistenza, di “contaminare l’intero senso del mondo”; è una ricerca di significato, è la scoperta di una rivendicazione che diviene emergenza; è la scelta irreversibile della parte in cui stare, anche laddove tale posizione comporti il rischio di un estremo sacrificio.

La storia si sviluppa seguendo e svelando il sottile meccanismo del potere visto da una particolare prospettiva, quella del sistema televisivo. Quanto le vicende dell’attualità politica hanno influito sulla tematica?
Più che di attualità parlerei di un presente politico, nel senso di una perdurante oscurità che sta investendo ormai da diversi decenni il nostro Paese. Una dimensione in cui sempre più spesso la classe dirigente, più che uno specchio del corpo sociale, ne rappresenta il volto e l’anima peggiore. Il libro racconta le complicità e i compromessi dell’agire politico, del potere che conserva se stesso premiando “l’antropologia dell’uomo in vendita”, cioè dell’uomo che gli appetiti personali rendono massimamente funzionale alla conservazione del potere: questo meccanismo trova nella figura del “Presidente della Televisione di Stato” una rappresentazione ideal-tipica in cui si condensano la brama del dominio, l’appropriazione indecente della cosa pubblica ed il richiamo al sistema dei media come strumento capace di mascherare la mediocrità del potere. Sotto questo aspetto il richiamo al presente dell’Italia è innegabile.

Il protagonista è appena riuscito a realizzare il suo sogno: diventare il Presidente della televisione pubblica. Una vera e propria rincorsa alla poltrona, fatta di “baciamano, compromessi, tradimenti”. Un personaggio onestamente difficile da difendere, a cui è possibile trovare delle giustificazioni?
Se la trama del romanzo, così come l’esplorazione dell’anima dei suoi protagonisti, spingono il lettore ad una naturale empatia verso le sue più positive figure (Caterina, la Professoressa, il magistrato Luigi, il giovane commesso in prova), l’immediata riprovazione suscitata dalla figura del Presidente lascia in più occasioni spazio ad una faticosa sospensione del giudizio morale, almeno da parte della sua diretta antagonista Caterina; tale scelta consente di lasciare aperta la riflessione sulle motivazioni profonde del comportamento, dove la ricerca ossessiva dell’affermazione personale, la meschinità o l’assenza di rispetto verso il prossimo sembrano dettati da una necessità bio-psichica vasta e profonda.
Il valore vincolante del libero arbitrio, la responsabilità individuale per le conseguenze del proprio agire restano integri, ma l’assoluta mancanza di autostima, la condizione psicologica e materiale di “eterno secondo” del Presidente, contro cui si accorge di dover convivere anche una volta acquisita la posizione di “primus” (la poltrona del Presidente della Televisione di Stato) rendono quasi prevedibili i suoi comportamenti, non giustificandoli ma spiegandone al lettore una componente forte dell’origine. La riflessione di Luigi il Magistrato sulla genesi del male che cammina sulle gambe degli uomini, e sul tentativo vano di sconfiggerlo (l’impossibilità di “alzare il calice della vittoria”), esprime anche attraverso un linguaggio intenzionalmente involuto e confuso, la complessità di tale enigma.

Tra i tanti spunti sociali e psicologici che il libro offre, emerge anche la dimensione dell’essere genitore con modalità e risvolti molto diversi…
In un romanzo che si sviluppa proprio a partire dal profilo biografico di tutti i suoi attori, la genitorialità detiene un ruolo primario. Una genitorialità agita o subita in forme molto diverse dai protagonisti del romanzo, a partire dalla maternità mancata di Caterina in cui si annida la sua rinuncia a cercare una via di realizzazione nella sfera privata; c’è la paternità del Capitano, piena, intensa e immortale, ma sacrificata al dominio degli eventi esterni; c’è la maternità della Professoressa, che spiega l’intero significato e ciclo dell’esistenza: una maternità in cui la dimensione affettiva, la conoscenza e la scoperta quotidiana, la trasmissione di significati e di valori, la spinta a “contaminare l’intero senso del mondo” sono i fondamenti necessari del rapporto madre-figlio. C’è infine la genitorialità del Presidente, la figura di un padre “anaffettivo e non di rado violento” che non lo ha mai stimato, che lo ha reso per sempre insicuro; una paternità rudimentale che il Presidente replica verso i suoi stessi figli – mai centrali nel suo percorso di vita -, i quali ormai adolescenti lo ricambiano con rassegnato distacco e disconoscimento critico.
In sintesi, il modo in cui è agita la genitorialità connota nettamente l’identità dei protagonisti del romanzo, assumendo addirittura un valore predittivo in relazione a ciò che saranno capaci di essere.

Il romanzo è ricco di descrizioni, immagini, sogni veri e a occhi aperti. Qual è stata, se c’è stata, la difficoltà maggiore che ha incontrato nella sua stesura?
La difficoltà principale è stata forse quella di trovare un equilibrio tra lo sviluppo della trama – caratterizzata da un impianto semplice e lineare -, la presenza forte, a tratti invasiva, di una “voce narrante” e l’esigenza costante di perfezionare il profilo psicologico e caratteriale dei personaggi. Una seconda difficoltà è stata quella di riuscire a coinvolgere il lettore nei primi capitoli, visto che questi sono quasi interamente dedicati alla costruzione dei profilo dei due principali protagonisti. Una terza difficoltà è stata infine quella di dare al tempo “esterno” in cui si sviluppa il romanzo, cioè ad un aspetto marginale nel disegno dell’autore, una dimensione e una sequenza corretta e univocamente inquadrabile dal lettore. Insomma, trattandosi di una prima esperienza e di una trama sviluppata “in corso d’opera” e più volte modificata, il rischio è stato quello di non riuscire a restituire uniformità e coerenza a tutte le componenti del tessuto narrativo.

La storia si chiude senza vincitori né vinti. E’ possibile ricavarne, comunque, un messaggio positivo?
Il messaggio positivo è nell’ultima pagina del romanzo, nella possibilità degli individui di essere attori di un cambiamento, di rompere i singoli tasselli di un sistema di potere per sua natura in costante equilibrio.
Se è vero che la capacità di rigenerazione del potere politico-burocratico (impersonata dal Presidente) che opprime chi vi è escluso, è vista come una “legge sociale” che il nostro tempo tende a riproporre senza soluzione di continuità, il messaggio positivo è nella possibilità reale di rompere, di tagliare almeno alcuni fili di questa trama: si tratta di una chance che la volontà, la determinazione e talvolta il sacrificio delle “mosche bianche” disseminate nel presente (Caterina, Luigi, Francesco, lo stesso Capitano), possono realizzare.
Il messaggio positivo è in un volo di Icaro, che comunque faticoso e aleatorio, non sempre e non necessariamente deve concludersi con la sua caduta.

Dopo questo primo approccio alla narrativa, sta già lavorando a qualche nuovo progetto?
Si, sto lavorando a tre diversi progetti che spero di portare a compimento con intervalli annuali: il primo è una raccolta di racconti brevi, ispirata all’impianto dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il secondo è un romanzo familiare che attraversa la storia dell’Italia del Novecento, intrecciando le vicende e le fortune private, le biografie individuali, le trasformazioni (politiche, economiche, sociali, culturali) del “secolo breve”; una saga in cui le sciagure prodotte dall’età della catastrofe (la prima metà del secolo) non saranno mai interamente compensate dall’ascesa sociale conseguita nell’età dell’oro; in cui il passaggio tra le generazioni è segnato da un’ombra antica che ne determina i destini, da uno sguardo all’indietro che consegna il futuro alla continuità, a dispetto della lotta per la liberazione di cui la madre è icona e attiva protagonista. Il terzo progetto in corso d’opera è un romanzo che racconta le vicende di un uomo nella cui vita irrompono insieme l’impoverimento e la disgregazione familiare e che, costretto a rinunciare a tutti i precedenti riferimenti materiali e affettivi, inciampa per caso in una scoperta che riscriverà la sua vita, offrendogli la possibilità di modificare il suo destino e quello di molti altri uomini.

Intervista a Chiara Giacobelli, autrice del libro-guida dal cuore solidale: “Emilia Romagna. Una visione artistica”

Emilia-Romagna-una-visione-artisticaBOLOGNA“Emilia Romagna. Una visione artistica”, il libro di Chiara Giacobelli dedicato a una delle regioni più affascinanti della nostra Penisola, è un viaggio attraverso la voce, i ricordi e le emozioni di 16 personaggi di rilievo. Averardo Orta, Fabio Alberto Roversi Monaco, Francesco Amante, Andrea Merlini, Maurizio Marchesini, Michele Poggipolini, Renato Villalta, Fabio Bonifacci, Giuseppe Giacobazzi, Ivano Marescotti, Licia Angeli, Claudio Spadoni, Ivan Simonini, Beppe Carletti, Liliana Cosi e Maria Antonietta Venturi Casadei: sono loro gli imprenditori, attori, cantanti, chef, sportivi e creativi che hanno raccontato l’Emilia Romagna attraverso le proprie storie, le proprie esperienze e i propri ricordi. E’ nato, così, un libro che è un itinerario turistico che parte da Bologna, cuore pulsante di una regione ricca e misteriosa, schietta e coinvolgente, per poi proseguire a Ravenna, nelle valli del Comacchio, Rimini, Cesena, Modena, Reggio Emilia e nei piccoli centri in cui si conservano intatte le bellezze e le suggestioni naturalistiche. Il viaggio, però, comincia con uno scopo importante: il volume, presentato a Bologna nei giorni scorsi e in libreria da poco meno di 24 ore, è nato per dare un sostegno concreto al progetto “Melograno” dell’associazione Acacia, per la riabilitazione di giovani con gravi difficoltà psicomotorie.
Abbiamo intervistato l’autrice, Chiara Giacobelli, per farci raccontare “Emilia Romagna. Una visione artistica. Per la prima volta raccontata da 16 personaggi di rilievo”.

 

 

Come nasce il progetto “Emilia Romagna. Una visione artistica”?
Il progetto è nato perché volevo organizzare un’attività di beneficenza in collaborazione con Round Table, service che da anni si occupa di aiutare chi ne ha bisogno attraverso iniziative valide e concrete. In particolare, Round Table Bologna è stata fondatrice del Telefono Azzurro, oltre ad aver portato avanti molti progetti no profit negli anni. In questo caso ci interessava realizzare un prodotto editoriale che fosse accattivante e piacevole per tutti, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla provenienza, dall’estrazione sociale. Abbiamo così pensato a una guida turistica dell’Emilia Romagna, regione che ha decisamente tanto da offrire, raccontata tuttavia in maniera inedita ed emotiva, attraverso i ricordi di 16 personaggi considerabili ciascuno un’eccellenza nel proprio settore. Fanno da corredo delle bellissime immagini prestate da fotografi molto bravi.
chiara_giacobelli_intervista chronicalibriQuesto libro, oltre a raccontare le bellezze di Bologna, delle valli e delle coste della regione, è legato a un bellissimo progetto di solidarietà. Come mai questa scelta?
Personalmente svolgo diverse attività di beneficenza nel corso dell’anno, ma avendo tante proposte cerco sempre di privilegiare quelle concrete, in cui posso sapere dove vanno esattamente – a chi e per che cosa – i fondi che riusciamo a raccogliere. In questo caso mi fidavo di Round Table per la lunga esperienza alle spalle, per la serietà e la professionalità riconosciute; inoltre ho avuto modo di conoscere e apprezzare l’associazione Acacia, nello specifico il progetto Melograno, che si basa su una serie di attività psicomotorie in acqua per ragazzi con gravi problemi a seguito di eventi traumatici, come può essere un coma. Credo inoltre che il periodo natalizio sia probabilmente il migliore per pensare a un piccolo regalo in grado di fare del bene anche a chi è meno fortunato di noi.
In questo libro 16 personaggi di rilievo raccontano l’Emilia Romagna; sono imprenditori, artisti, donne e uomini di cultura. In cosa e come hanno arricchito questa guida?
Questa guida è a tutti gli effetti un lavoro di squadra: oltre al mio contributo e a quello di Round Table, giocano un ruolo fondamentale le immagini messe a disposizione dai fotografi e soprattutto gli spunti, le suggestioni, i ricordi, i consigli dei 16 personaggi che raccontano un’Emilia Romagna inedita, emotiva, artistica. Abbiamo parlato di luoghi legati alla musica e musicisti celebri con Beppe Carletti dei Nomadi, abbiamo scoperto le passeggiate più ambite dai motociclisti e i musei storici delle auto con Michele Poggipolini, abbiamo fatto una mappatura degli angoli cinematografici della regione con lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, e ancora abbiamo parlato di danza con l’ex Prima Ballerina della Scala Liliana Cosi, di sport con il Presidente della Virtus Renato Villalta, di arte con il Presidente di Arte Fiera e del MAR di Ravenna Claudio Spadoni, di pittura con Maria Antonietta Venturi Casadei, di luoghi legati al divertimento con Giuseppe Giacobazzi e così via toccando tutti gli ambiti, senza dimenticare l’eno-gastronomia, che ha un ruolo importante in tutte le interviste, specialmente in quella dello Chef Andrea Merlini.
I tuoi libri sono spesso viaggi, dopo “Emilia Romagna. Una visione artistica” hai qualche altro itinerario in cantiere?
A primavera ho in uscita due libri sulle Marche, uno su alcune dimore storiche e itinerari del Pesarese, un’altra su vini e territorio. Ma mi piacerebbe scrivere presto qualcosa sulla Toscana, la regione italiana che più amo.

 

 

Intervista: con Paola Liotta “si parla di vita e si parla perciò di amore”

copertina paola liotta_copertina aurora.qxdROMA“… Ed era colma di felicità”, pubblicato da Armando Siciliano Editore, è un viaggio nel mondo di Rosalba. Rosalba, la protagonista, è giovane, determinata e romantica; la sua vita è stata segnata dal dolore ma il suo presente è caratterizzato dalla forza e dalla bellezza. Il suo mondo è fatto di amore, studio, affetto e sfide quotidiane; le sue giornate sono dedicate a tutto il bello che offre la vita, anche quando la vita sembra essere beffarda. Ma come nasce un romanzo di questo tipo? Ne abbiamo parlato con l’autrice, Paola Liotta (nella foto in basso).

 

 “… Ed era colma di felicità”: Paola, come nasce questo libro?
La scrittura è per me ricerca e disvelamento assieme, quasi un ‘dove’ ideale in cui saldare i confini tra vissuto e desiderata in unico empito creativo. Il personaggio di Rosalba nasce da ciò, fino alla sua trasposizione sulla carta. Tessere dall’esterno una geometria delle passioni e delle inquietudini di Rosalba mi sarebbe stato impossibile, è una mia creatura, perciò ne esterno il percorso e le tensioni che la animano. Dandole la parola, le garantisco la pienezza di esistere anche per coloro che leggeranno il romanzo e, magari, ne saranno conquistati. Dalla sua grazia innanzitutto. Quindi, prima di dirti del mio romanzo, ti dirò com’è nata lei. Rosalba vive e si sostanzia di quelle passioni e energie, le mie, le sue, da cui sboccia pure un nuovo personaggio, una sorta di coprotagonista o alter ego in carica, che è Rosalba Due. Detta anche la Due, questa voce, nata in un momento di estrema sofferenza per la giovane, sottolineerà con crudezza e spirito salace le distonie intorno, sino alla felice reductio ad unum, nell’epilogo. Nel romanzo ho voluto rappresentare la carica vitale di Rosalba, che si barcamena tra vicissitudini e traversie di vario genere, tra cui il lutto, la perdita e la malattia, sempre cogliendone il risvolto positivo. Ne uscirà rinnovata, in pace con se stessa e con quel passato con cui, talvolta, non si vuole saldare il conto.

Come mai la scelta di questo titolo così poetico e “promettente”?
Per il titolo mi sono ispirata a Jean Giono, un autore che io amo molto, ed è l’ultima frase del suo romanzo più conosciuto, “L’ussaro sul tetto”: “ed era colmo di felicità”. Lì si riferisce al patriota Angelo Pardi. Dinanzi ad Angelo si stagliano le Alpi e, oltre, l’Italia, dunque il giovane si avvia verso l’avventura risorgimentale. Così per me è iniziato, in una sorta di epifania improvvisa, il romanzo. Anche perché “L’ussaro”, guarda caso, è caro non solo a Pietro Citati, che ne rivaluta la “radiosa perfezione classica”, di contro a chi lo ha ritenuto un pastiche stendhaliano, ma anche alla mia Rosalba, che, sulla scorta di Giono, si recherà in Francia e avrà ulteriore conferma del suo talento. E della propria volontà di mettersi in gioco.

 

Rosalba è una giovane studiosa che ama il bello nell’arte, nella natura e nella vita, nonostante la sofferenza per la perdita prematura della madre e le difficoltà che incontrerà lungo la storia. È giovane, impulsiva e passionale; viene descritta, poi, come una creatura quasi “ascetica”, e sempre capace di carpire il lato positivo delle cose. In che modo hai lavorato per plasmare i tuoi personaggi?

Ogni personaggio ha le sue ragioni, anche disparate o impervie che siano. Come ogni scrittura. È venuto da sé chiarire il personaggio di Rosalba nelle sue note dominanti. Si parla di vita, si parla perciò di amore: abbandono totale alla felice alchimia dei sensi, alla bellezza dell’amicizia, alle effusioni per i propri cari, ma anche virtuosa, certosina sperimentazione del disinganno, a più livelli. Non ho mai incontrato uno come Ruggero, ma mi è parso divertente dargli voce. I personaggi sono stati descritti non tanto per farne degli stereotipi, da contrapporre alla presunta perfezione di Rosalba, quanto per far risaltare la sua passione illimitata per la vita. Nella storia con Ruggero, nel recupero della figura materna, persa prematuramente, nei problemi di salute di questa giovane donna ho voluto incarnare la forza con cui aderiamo alla realtà, soprattutto nelle difficoltà. Rosalba è una donna indipendente, non tollera restrizioni al proprio modo di vedere la vita. Dalle avversità, dai conflitti risorge ancora più forte, come purificata. La sua pervicacia, il suo entusiasmo sono contagiosi e incondizionati, e sono un po’ anche i miei. Dunque, ogni personaggio man mano si è rivelato lungo i sentieri naturali per cui la storia si dipanava.

 

Paola Liotta_ed era colma di felicitàSpesso, però, Rosalba si lascia soggiogare da un fidanzato bugiardo e da un ambiente accademico spietato. Non è forse troppo ingenua la nostra eroina?
Sì, ma questa ingenuità di Rosalba è ben compensata dal doppio, Rosalba Due, e dal suo piglio garibaldino. I continui richiami della Due non hanno una valenza conflittuale, piuttosto servono ad attenuare l’attitudine alla riflessione di Rosalba e il suo sperticato ottimismo. Ella ha dalla propria parte una buona dose di cocciutaggine e di intraprendenza. L’apparente passività del suo personaggio, riservato e pensoso, è segnata dalla fine capacità di intuire il cuore degli altri, da una straripante bontà, che si risolvono sempre in sincera adesione alla vita. Come non pensare, un momento, allo stendhaliano “Dove diavolo avete vissuto finora? Siete un ciottolo non levigato dall’attrito”? Rosalba questo attrito lo ricerca e vi si butta a capofitto; anzi non si sottrae a nessuna intemperia le si opponga. Nella sofferenza acuta della separazione da Ruggero è germogliata la Due, con il suo limpido sguardo sul reale. Da ciò la caratterizzazione del personaggio trae linfa vitale. E la narrazione si fa dicotomica e brillante, facendo dilagare questa tostissima doppia voce, e le sue accorte manovre dissacratorie, finanche a Parigi, dove la Due vorrà chiamarsi, con un pizzico di civetteria d’altri tempi, Chérie.

 

 E del personaggio di Ruggero, questo uomo affascinante ma anche bugiardo e irresoluto – alle volte quasi nocivo per la protagonista – cosa puoi dirci?
Non ho mai incontrato un Ruggero in carne e ossa, piuttosto l’infliggergli certe caratteristiche che mi infastidiscono in chiunque – uomo o donna che sia – mi ha permesso di delineare il suo amore per Rosalba in tutte le variabili, dall’attaccamento all’amicizia all’attrazione, sentimenti molto importanti nel manifestarsi dei miei personaggi. Ruggero è molto sensibile al fascino femminile; alla bellezza aggraziata di Rosalba lui non può resistere, senza per questo sentirsi fino in fondo legato a lei. È un dato oggettivo del personaggio, altrettanto la sua natura collerica e possessiva. La sua visione dell’amore, molto pratica e libera, viene spesso a collidere con quella di Rosalba, a tratti un po’ edulcorata. Da qui, le rampogne della Due. Ma Rosalba ama in modo appassionato e totale non solo Ruggero, ama così anche la vita. E la fiducia di Rosalba in Ruggero deve continuamente fare i conti con la natura precaria del loro legame, come lo è ogni tipo di legame inteso quale libera elezione dei propri sentimenti.

 

Il fulcro di “… ed era colma di felicità” è la presa di coscienza di Rosalba attraverso la scrittura. Scrivere una lettera a Ruggero per ripercorrere i propri sentimenti e capire la strada da intraprendere è un modo per guardare con lucidità e distacco le cose. Per te che ruolo ha la scrittura?

Credo che il vivere con generosità la vita, come Rosalba, porti a un innato desiderio del confronto, della ricerca di sé nell’altro e della diversità come spunto di arricchimento. La scrittura permette e questo scambio e questo arricchimento, una scrittura che si sostanzi di letture e di profondo rispetto per la bellezza della vita. Come per Rosalba, anche per me “la letteratura io me la cucio addosso, me la rivivo, per trovarci delle chiavi di lettura con cui inquadrare il magma bruciante nel quale siamo immersi, dispersi, come frammentati”. Così, dopo due sillogi poetiche, “Del vento, e di dolci parole leggere”, del 2009, “Di Aretusa e altri versi”, del 2011, sono approdata al romanzo, un genere che è nelle mie corde da sempre. Credo che la scrittura abbia enormi potenzialità disvelatrici del reale, e che possa coniugare in sé queste formidabili possibilità espressive, e nella poesia e nella prosa. Come è connaturato al romanzo, nella sua natura polifonica – e penso a Diderot, a Sterne, a Virginia Woolf, al nostro Sciascia, per esempio – la contaminatio assortita e coraggiosa di vari aspetti del reale, in varie fogge.
La prosa può cogliere, come è della poesia più alta, “l’immensità dell’attimo”. Consentendoci davvero – così dice Rosalba, del foglio su cui appunta a brani la lettera per Ruggero – uno “spiraglio d’infinito”.

Le tre parole che preferisci
Risponderò con Rosalba, come lei, e con parole sue:
Speranza: “si intrufola a tratti nella frase più limpida e innocente, sbattendo piccole ali d’oro orlate di verde, troncando una parola in un sottinteso, conferendo magici tintinnii a una risata incoerente su piccoli denti bianchi voraci tra la rosea morbidezza della lingua caricando l’aria di un profumo denso d’estate”. Primavera, e passione: “lo osserva con occhi tersi di primavera, dicendosi che ora è primavera, ossia la promessa del sole e la speranza dopo il freddo, nivale inverno poetico e del cuore. Si ritrova impavida, felice, come quando si è sotto l’effetto di una grande passione e non ci si potrebbe sottrarre ad essa neanche volendolo”. Vita: “Si lascia travolgere da colori, voci e suoni che non la lasciano mai insensibile come non le è indifferente l’occhiata seducente di Dario su di sé o la voce di Fausto ancora in testa perché entrambe ben identificabili, fonte di piacevoli emozioni, di quel suo amore sconfinato per la vita”.

 

Interviste: Cristina Bellemo, la forza delle storie

leggerezzaGiulia Siena
ROMA  
– Parlare con Cristina Bellemo è entrare nelle sue storie, capire che la scrittura è un esercizio necessario, continuo e costante che regala emozioni.  Le emozioni e le suggestioni dell’autrice hanno dato vita a “La leggerezza perduta” (Topipittori), un racconto per spiegare e dare il giusto peso alle parole, anche quelle più complicate e temute.

 

 

 

Che cosa sono le storie per Cristina Bellemo?
Le storie, per me, sono una ragione di vita. La vita è racconto. Credo che il nostro quotidiano, le relazioni con noi stessi e con gli altri siano intessuti di storie: storie che ascoltiamo, storie che narriamo, storie che ci cambiano, ci insegnano, ci trasformano, ci avvicinano, ci danno gioia e piacere, attribuiscono valore sacro ed esemplare alle esperienze, ci fanno crescere e ci attrezzano per affrontare ciò che ci accade. Leniscono la nostra solitudine. Le storie mi donano emozioni, mi fanno sentire viva: mi piace moltissimo raccontarle, perché possano contagiare le emozioni intense che io stessa ho vissuto; ma adoro anche ascoltarle, incontrarle, imbattermi in esse in maniera imprevista. Mi incantano, mi catturano. Se uno ha una buona storia da narrarmi, sono “in suo potere”. Sono sempre alla ricerca di storie, al punto che talvolta me ne devo difendere: impormi una pausa, allentare la tensione, fare in me un vuoto salutare, “le pulizie di primavera del cuore”, per tornare ad essere accogliente e capace di sorpresa e di meraviglia.

 

Cosa significa scrivere per bambini nel 2013?
I ragazzi, oggi, hanno la possibilità di utilizzare molti media, tutti straordinariamente accattivanti. E, accanto a questo, hanno vite molto “piene”: li vogliamo pianisti, calciatori, ballerini, poliglotti, violinisti, cantanti… e possibilmente geni. Quegli interstizi “vuoti” preziosissimi, indispensabili per prendere consapevolezza di sé, per dare forma alla propria identità sono sempre più rari. I libri, la letteratura, devono puntare sulle loro caratteristiche peculiari, inimitabili, irraggiungibili dalle altre forme di comunicazione e di narrazione, che li rendono affascinanti, ne sono convinta, esattamente come lo erano per i bambini vent’anni, o cinquant’anni fa. Prime fra tutte, la qualità e la bellezza, che poi sono strettamente interdipendenti. Anzi, forse sono proprio la stessa cosa.

 

“La leggerezza perduta” è un racconto in cui ogni parola trova la sua naturale posizione all’interno del testo poiché l’andamento del racconto coincide, quasi in maniera perfetta, con l’intensità del messaggio che si vuole trasmettere. Come è nato questo libro?
Questa storia nasce da una domanda bambina. Quando, qualche anno fa, ha cominciato a ricorrere la parola “crisi”, i bambini mi hanno chiesto cosa significasse, probabilmente anche intimoriti dall’atteggiamento degli adulti, a loro volta spaventati (e, dunque, ben poco rassicuranti) dagli scenari che questa parola prefigurava. Ho riflettuto, innanzitutto, sul valore, e sul peso, che le parole che noi adulti buttiamo in mezzo, come macigni, spesso con superficialità, hanno per i bambini. E mi sono interrogata su come raccontare la crisi ai bambini attraverso la metafora di una storia: ecco, più che un messaggio da trasmettere, cercavo proprio una storia da raccontare. La prima chiave di interpretazione che mi è venuta in mente è stata quella più facile: distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo. Tra le cose leggere e le cose pesanti. Ma questo punto di vista, anziché circoscrivere, definire lo scenario, lo spalancava infinitamente. Fatti salvi i bisogni primari, i diritti fondamentali di ogni persona, la discriminazione tra ciò che è indispensabile e ciò di cui possiamo anche fare a meno ha molto a che fare con la nostra singolarità, con la nostra identità. Non esiste (meno male!) un elenco valido per tutti di ciò che è da conservare e di ciò che è da buttare via: questo sarebbe stato un approccio un po’ presuntuoso e moralistico.

 

In questo libro tutto gravita attorno a quello di cui ci circondiamo: oggetti inutili, azioni sbagliate e pensieri poco piacevoli. Quanto è difficile spiegare ai bambini cosa è il superfluo?
Credo che sia più difficile dialogare sul superfluo con gli adulti, stimolarli a interrogarsi: gli adulti manovratori, e prime vittime, del mercato, che ci crea subdolamente bisogni, necessità addirittura, che non sapevamo nemmeno di avere, che ci vuole perennemente insoddisfatti, che ci insinua la sensazione stabile di inadeguatezza. I bambini hanno dalla loro, fortunatamente, la purezza e l’autenticità che fanno magari considerare un oggetto senza apparente valore meravigliosamente indispensabile, semplicemente perché bello o perché legato a un vissuto importante e specialmente significativo.

 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl grande merito del tuo libro è quello di insegnare al lettore che, se si vuole, si può. E la dimostrazione è la volontà di un re sbadato e pigro che, pur di mantenere quello che ha di più glorioso, la leggerezza del suo regno, si arma di pazienza e voglia di fare. La voglia, il coinvolgimento e la volontà, si possono insegnare?
Nella mia idea re Celeste non è così… eroico! Il fatto che, per qualche momento, si riscuota dalla sua distrazione per assumersi, una volta tanto, i doveri legati al suo ruolo ha più della casualità e della svagatezza, o forse della preoccupazione per se stesso e per la propria incolumità, che della progettualità e della generosità nel servizio. Mi sembrano più “eroici”, nel loro piccolo, i sudditi che, nonostante la loro semplicità e la poca dimestichezza con i ragionamenti filosofici, in maniera molto pratica accettano di mettersi in gioco con molta serietà e disponibilità, arrivando persino al punto di poter rinunciare anche a ciò che hanno di più caro, e vitale, per salvare il castello. L’unica intuizione “geniale” di Celeste centoventitre è la creazione del museo del superfluo, determinata nel suo caso più che altro, probabilmente, dalla sua personale difficoltà a rinunciare alle cose: ma un museo del superfluo, fuor di metafora, è uno stimolo costante a interrogarci su ciò che ha davvero valore per noi, per la cui difesa siamo disposti a lottare. La voglia, il coinvolgimento, la volontà, più che insegnare, si possono contagiare col nostro modo di essere.

 
“La leggerezza perduta” è un bellissimo albo illustrato; quanto contano le immagini in un libro del genere e come si riesce a equilibrare il ruolo della parola e quello dell’illustrazione?
Il lavoro di Alicia Baladan, in questo libro, è straordinario, tanto che non riesco più a pensare la storia slegata dalle illustrazioni di Alicia: sono diventate il mio “immaginario”, come se fossero originariamente l’ambientazione del racconto, e Alicia avesse acceso la luce per illuminarla. Ma Alicia è andata anche ben oltre le parole, ha raccontato altre sfumature della storia, altre storie direi. C’è una tavola, in particolare (ne sono innamorata!), in cui Alicia ha restituito il turbine di oggetti di cui i sudditi si liberano, dopo il proclama di Celeste. Sono a mezz’aria, sospesi tra il volo e la caduta: tra gli altri, ci sono questo fantastico cappello a due piazze, e questo ombrello “da compagnia”, a tre manici, che non compaiono nel testo. Oggetti inutilissimi (un po’ come le macchine munariane) ma meravigliosamente indispensabili, che richiamano, secondo me, anche alla responsabilità sociale di chi crea un oggetto. Aggiungo che, curiosamente, questa storia ha avuto per entrambe, senza che lo sapessimo, il medesimo sottofondo letterario: Dino Buzzati. “Il deserto dei tartari”, per me, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” per Alicia. E infatti i nostri disegni sono pieni di orsi!

 

In che direzione sta andando la letteratura per ragazzi?
Credo che vada formandosi, nella letteratura per ragazzi, una sempre più profonda coscienza della sfida di raccontare il mondo affrontando anche i nodi tematici più spinosi. Con i ragazzi si può, e si deve, parlare di tutto. Questo è molto importante. Viceversa, dovrebbe essere più disponibile ad affrancarsi dai dettami del mercato ma, in questi tempi difficilissimi per l’editoria, temo sia quasi un’utopia.