“Senza paura”, storia di una passione che può cambiare la vita

SENZA PAURA_Pagano_CHRONICALIBRIGiulia Siena
PARMA – “Essere senza paura è un’altra cosa. Quello è uno stato di grazia, ma per incontrarlo bisogna avere fegato sul serio. Bisogna avere la forza di essere se stessi fino in fondo. Fino alle estreme conseguenze”. Flavio Pagano, autore di Senza paura, romanzo edito da Giunti, parte da una considerazione sul coraggio per raccontare la storia di Bruno e con essa – a grandi linee – quella di Ciro Esposito, il tifoso ferito allo Stadio Olimpico di Roma il 3 maggio 2014 e morto 52 giorni dopo. Il romanzo, acclamato dalla critica (Premio Selezione Bancarella Sport, 2015) e premiato dal successo di pubblico,  è la storia di vite segnate, cambiate e strappate via da una passione semplice quanto ancestrale, quella per il calcio.  Continua

Le parole di un bambino tra Marocco e Francia

Un anno con i francesiGiulio Gasperini
AOSTA – Un anno con i francesi di Fouad Laroui, edito da Del Vecchio Editore è un romanzo delizioso. E quest’aggettivo non è scelto a caso, perché è un’opera di narrativa veramente aggraziata e misurata, dove nulla è lasciato al caso e dove non c’è niente di superfluo, eccessivo o accessorio. Dalla costruzione allo sviluppo dei personaggi, tutto viene presentato al lettore con una facilità disarmante, con una leggerezza che pare spontanea ma è frutto di una sapiente capacità di narrare e di far vivere i personaggi.
Il punto di vista, geniale, è quello di un bambino marocchino che dalla più remota campagna arriva a studiare al più prestigioso liceo francese del Marocco, il Liceo Lyautey. Qui incontra un’umanità ricca e vivace, una pletora di studenti, professori, convittori e collaboratori che si muovono attraverso tutto lo spettro delle umane manifestazioni e declinazioni. Continua

“Ovunque tu sarai” ci sarà posto per la vita. Il romanzo di Fioly Bocca

ovunque-tu-sarai_BOCCAGiulia Siena
PARMA – Anita ha più di trent’anni ma è rimasta la ragazza esile e discreta di quando, molti anni prima, arrivò a Torino dalle valli delle Dolomiti per rincorrere il sogno di scoprire nuovi talenti letterari. Con il tempo il suo cercare scrittori è diventato un lavoro meccanico e per nulla stimolante, così come la sua vita sentimentale: una storia con Tancredi che dura ormai da tredici anni. Una vita normale – o quasi – noiosa e un po’ banale che si ritrova ad analizzare in un nebbioso pomeriggio di gennaio.
Da questo momento comincia Ovunque tu sarai, il romanzo di Fioly Bocca pubblicato da Giunti Editore. Continua

“Per me scomparso è il mondo”: ontologia della contemporaneità

Per me scompraso è il mondoLuca Vaudagnotto
AOSTA – Ontologia della contemporaneità. Abbiamo scelto un titolo altisonante, impegnativo, com’è il romanzo di cui andiamo a parlare, a ben guardare: altisonante per le intenzioni, per ciò di cui vuole narrare, impegnativo per le scelte stilistiche che sfidano il lettore. Ma procediamo con ordine. Per me scomparso il mondo, di Emiliano Ereddia, edito da Corrimano Edizioni per la collana Sedicigiugno, è un libro difficile da raccontare, non tanto per la trama, esile e assai ridotta: è la storia di una rockstar e del suo gruppo di bravi che si ritrovano compromessi in una difficile situazione legale e di immagine che coinvolge una minorenne, il tutto condito da abuso di sostanze di ogni tipo (“drogalcol”) e violenza di ogni sorta, fisica e verbale; una sorta di Pulp Fiction letteraria, insomma, con evidenti richiami alle più celebri pellicole tarantiniane. Continua

“L’inizio di tutte le cose”: la dittatura dolce della maternità

l'inizio di tutte le coseLuca Vaudagnotto
AOSTA – È vero che la maternità è l’inizio di tutte le cose, ma proprio tutte, oltre stereotipi e pregiudizi, oltre un’idea edulcorata e scontata: questo sembra essere l’obiettivo, se ce ne fosse uno, di Ilaria Bernardini, che con la sua raccolta di racconti L’inizio di tutte le cose, edita da Indiana Editore, ci conduce dentro una maternità diversa.
Questi nove racconti danno voce a donne in gravidanza, durante il parto o nei primi mesi di vita del loro bambino: accanto alle preoccupazioni e alle aspettative ordinarie, però, troviamo esperienze difficili, particolari, al limite della follia. Incontriamo donne sole, donne nevrotiche, donne che non riescono ad accettare il rifiuto del loro bambino e cercano strade alternative, donne che si fanno del male, donne che si perdono e non sanno più dove sono; donne alle prese con un forte erotismo, donne che sfidano i luoghi comuni del bene e del male, donne che odiano e che non hanno paura di apparire malvagie, che ne sono consapevoli e se ne prendono la responsabilità. Continua

“Non ti preoccupare” se arriva un terremoto a Teheran

Non ti preoccupareGiulio Gasperini
AOSTA – Il terremoto che colpisce Teheran non è soltanto un evento fisico, geologico; nel romanzo Non ti preoccupare della scrittrice Mahsa Mohebali (edito in Italia da Ponte33) è metafora di un cambiamento repentino e devastante che sta per colpire la società iraniana, in un momento storico sospeso pericolosamente tra tradizione e innovazione, tra passato e futuro, tra potere e società civile, tra adulti e giovani alla ricerca di un nuovo orizzonte.
Arriva il terremoto, dunque, a Teheran, e le scene sono quelle consuete, del panico che ti spinge in strada e dello smarrimento che ti fa stipare la macchina all’inverosimile di oggetti decidendo di partire per chissà dove, come se stare in città fosse più pericoloso che rifugiarsi nelle campagne. Continua

“La strega di Baratti” e un mistero lungo i secoli

La Strega di BarattiGiulio Gasperini
AOSTA – A Baratti, località a strapiombo sul mare nel parco archeologico di Populonia, in provincia di Livorno, fu rivenuta dagli archeologi dell’Università dell’Aquila, in mezzo ad altre tombe di epoca medioevale, una sepoltura anomala ed enigmatica, tra le più famose d’Italia: quella denominata S64, che custodiva la “strega” di Baratti. Stelio Montomoli, in La strega di Baratti edito da Ouverture Edizioni, tenta la strada dell’invenzione narrativa per spiegarci chi sia stata, questa presunta strega, e quale sia stata la storia che l’ha condotta in quella tomba così inquietante.
Ma perché strega? Perché condannata a una sepoltura così crudele? Le risposte, purtroppo, non ce ne sono; ci sono soltanto ipotesi e illazioni. Continua

“Lhotar e il risveglio del Murskull”: l’avventura di un elfo e una fata intrappolati sulla Terra

Lhotar-e-il-risveglio-del-MarskullGiorgia Sbuelz
ROMA – Agrilard è una mondo dove ancora viene praticata la magia. Lhotar ed Ellywick – protagonisti di Lhotar e il risveglio del Murskull, il libro di Gionata  Scapin edito da Marcianum Press – sono un elfo e una fata che, a causa dell’incantesimo di uno stregone, sono stati scaraventati nella terra degli umani, dove ci si è dimenticati della magia e dove le creature fatate sono state relegate a pure invenzioni fantastiche.  Lhotar ed Ellywick scortati da Matthias, un giovane archeologo che ha promesso di proteggerli, seguono una pista per ritornare a casa, non senza destare le attenzioni di Stephen, un magnate privo scrupoli ed ex capo di Matthias, che intende catturare le due creature per poterne trarre il massimo profitto.

La notizia del ritrovamento di quello che sembra essere proprio un uovo di drago, accende le speranze dell’elfo sulla reale possibilità di un ritorno ad Agrilard, tuttavia procede nelle sue indagini brancolando nel buio.

 

La svolta arriva da Margarete, una brillante quanto affascinante ricercatrice che si ritrova coinvolta nella storia. Decifrando delle enigmatiche incisioni nascoste in una grotta ad Amburgo che gli avi di Margarete custodiscono da secoli, Lhotar e gli altri raccolgono nuovi indizi per continuare la ricerca, sebbene nell’impresa venga per sbaglio rievocata un’ entità malvagia così spaventosa e potente da poter annientare persino un drago, l’essere magico più temibile che sia mai esistito. Il Murskull, questo è il suo nome, si è cibato per secoli di ogni briciolo di fonte incantata che ancora lega la Terra agli altri mondi, e lo fa con ferocia indomita, presentandosi sotto forma di vortice dalle mille fauci che sradica e fagocita ogni cosa o creatura al suo passaggio. Far ritorno ad Agrilard, seminare Stephen e i suoi scagnozzi, bloccare il Murskull prima che divori il pianeta, come fare senza l’aiuto di un drago? Ma i draghi esistono ancora? Le iscrizioni sulle pareti della grotta conducono i nostri al castello di Urquhart, sul lago Ness in Scozia e qui, attuando una serie di espedienti, si mettono in contatto con Tanzeum Sath di Myr Ness, l’ultimo drago nero esistente sulla Terra. Attirare la benevolenza di un drago dal cuore avvizzito pare un’impresa impossibile. Nel corso dei secoli, la vetusta creatura ha maturato una sequela di esperienze sul genere umano che ha sedimentato in lui una serie di amare convinzioni sul fatto che per la specie terrestre dominante non ci sia redenzione; così infatti si rivolge a Matthias quando il gruppo riesce a scovare la sua tana:

“Voi umani avete perso ogni relazione con il mondo trascendentale. Nei secoli della vostra storia non avete dato la benché minima possibilità alle entità degli spiriti di penetrare nelle vostre coscienze e di prosperare nell’equilibrio del mondo. […] A tal punto da invidiare, odiare, condannare, massacrare, sterminare qualunque altra specie erudita di capacità superiori alle vostre”.

 

Lhotar e il risveglio del Murskull  è un romanzo che segue le linee classiche della narrativa fantasy. L’autore, Gionata Scapin, dosa con equilibrio momenti d’azione e colpi di scena a riflessioni su mondi perduti e scenari passati. Ci parla dei draghi e della loro lingua, il draconiano, fa spostare i protagonisti di metropoli in metropoli fra inseguimenti e sparatorie, mentre rivisita il mito del mostro di Loch Ness e ci fa intenerire con una fata dalla luce azzurrognola capace di commoventi slanci altruistici. Sequenze adrenaliniche si snodano da un capo all’altro del globo e conducono ad un finale che lascia presagire dell’altro… il sospetto è che le avventure di Lhotar non termineranno qui.

“Cade la terra”: abbandono di luoghi e storie.

Cade la terraGiulio Gasperini
AOSTA – Esiste, da qualche parte, un paese sempre in bilico, costruito su una frana che di volta in volta sacrifica case, costringe all’evacuazione e all’abbandono, spopola e costringe a una precarietà esistenziale (oltre che abitativa). Poi, esiste una narratrice, Estella, che decide di rimanere, da viva, in quel paese che di vivi non ne conosce più; semplicemente per raccontare le storie che altrimenti andrebbero perse. Carmen Pellegrino ha una passione sconfinata per i luoghi abbandonati e in questo Cade la terra edito nel 2015 da Giunti Editore dà vita a una società persa, alle sue storie dimenticate, a dei destini che troppo tardi vorrebbero essere cambiati.
Alento è una città che non esiste, ma che potrebbe; di paesi abbandonati, infatti, ne esistono centinaia, anche in Italia: da Craco, in Basilicata, a Vagli, in provincia di Lucca. Tutti paesi dove la caduta può diventare metafora di una condizione umana perennemente precaria ma dove sono comunque accadute delle storie, dove hanno vissuto persone, dove si sono intrecciati destini. Ma nessuno li racconta. Diventano paesaggi da cartolina, da escursione nella più sicura avventura; nessuno, probabilmente, si ferma di fronte a una porta, a una finestra oramai cieca, chiedendosi chi abitasse, lì dentro. Un po’ come visitare il quartiere di Varosia, a Cipro, evacuato in tutta fretta e lasciato così, esattamente così, intatto anche nella disposizione delle stoviglie sui tavoli familiari.
Carmen Pellegrino è cultrice dell’abbandonologia, inesistente ma sempre più importante disciplina che ci mette in relazione con l’abbandono, nelle tante forme nel contemporaneo assume, spesso più ambigue perché meno evidenti. Nel suo “Cade la terra” riesce a costruire un mondo che tanto ricorda la Macondo di Gabriel García Márquez ma meno esotica, più poetica, e più affine alla nostra sensibilità. Estella è una tiranna, perché da viva costringe i morti a tornare a raccontare i loro destini furiosi, le loro storie crudeli, le loro esistenze infime. Niente di glorioso né di eroico, soltanto apparenti sconfitte. Come fosse l’ennesima violazione delle loro vite. Ma nell’atto di Estella è nascosto un gesto di pietà: non crudele voyeur, né sadica dittatura memoriale, ma un tentativo di riconsegnare loro un nuovo destino, un finale migliore, come se potesse mai esistere una degna ricompensa, o un onesto risarcimento.
I personaggi di Carmen Pellegrino sono curati in ogni loro sfumatura, sono tratteggiati con la magia di una favola, di una storia che scontorna tempi e luoghi e che fluisce con la delicatezza e la finezza di un antico racconto. Pellegrino tratteggia i contorni e dona sostanza e consistenza a un’umanità ricchissima di sfumature e declinazioni, di donne e uomini che “si abituarono all’instabilità del suolo sopra il quale si svolgeva la loro vita come a un’ineluttabilità contro cui non potevano far niente”.

“Chiudi gli occhi e guarda”, l’ultima estate da bambino

Chiudi gli occhi e guarda_neo_chronicalibriGiulia Siena
PARMA – “I preparativi per andare al Mare sono più belli dell’essere al Mare. La prima volta a Marina Ligure con la mamma, in quel luglio del ’79, è stata indimenticabile: da allora “Mare” lo scrivo sempre maiuscolo, e i professori precisini ci s’incazzino pure. Ma il meglio è prima: sognare, immaginare, contare i giorni, fare i bagagli”. Siamo nel 1979 e per Corradino, il protagonista di Chiudi gli occhi e guarda (NEO. Edizioni), questo è l’anno delle esplorazioni. Nato dalla penna di Nicola Pezzoli, Corradino è un dodicenne alla scoperta del mondo e delle sue paure attraverso un viaggio che lo porterà al tanto anelato Mare.

 

Detto così, questo potrebbe risultare un libro qualsiasi: un buon racconto della vita di un ragazzino della provincia italiana sul finire degli anni Settanta; le scoperte, gli amori, gli sfottò, i baci e i giochi che lo faranno diventare grande…ma così non è, o per lo meno non è solo questo. Chiudi gli occhi e guarda è molto più di quello che dice il titolo e che all’apparenza la mia introduzione potrebbe far intuire. Nicola Pezzoli – già autore di Quattro soli a motore (2012) – con questo romanzo ci trascina nella vita di Corradino regalandoci i suoi occhi, per guardare alla stessa maniera. Siamo con lui, con il protagonista e la madre, quel mattino dell’8 luglio a bordo di una 127 beige percorrendo la Milano-Serravalle per giungere, stanchi e un po’ assonnati, a Marina Ligure. Entriamo con loro nella casa degli zii e conosciamo lo zio cieco. Zio Dilvo, dopo le affettuose telefonate alla mamma, ora è dinanzi a noi con i suoi occhi aperti e spenti; un essere umano che per trent’anni ha guardato al mondo e poi, all’improvviso, è caduto in un buio in cui ripercorre il ricordo della vista, con la gioia e l’allegria di chi sa che, nonostante la vista, riesce a vedere ancora benissimo. Il Mare (quello con la emme maiuscola) passa quasi in secondo piano: le storie, le parole, gli incontri e i racconti dello zio Dilvo aprono, per Corradino, un mondo nuovo, un mondo fatto di insegnamenti, curiosità e bellezza. Siamo con lui mentre cresce, mentre si alza con alcuni sogni e torna a letto, la sera, con qualche nuova consapevolezza. A confondere il già confuso adolescente, arriva, poi, Ilaria, cugina grande e fascinosa che, dopo aver catturato i sensi  e i pensieri del bambino, va via portando con sé gli zii.

Per Corradino comincia, così, l’estate vera, quella fatta di Mare e salsedine, amici e giochi, un’estate diversa, l’estate che aveva aspettato da anni ma che ora, dopo che lo zio Dilvo aveva svuotato della sua voce le stanze di casa, appariva a Corradino anche un po’ inutile.

Le paure e le esperienze del bambino si susseguono e rincorrono fino alla fine del libro, quando l’inverno, a sorpresa, porta via non soltanto l’estate.

 

Nicola Pezzoli ha una penna felice e diretta che rende Chiudi gli occhi e guarda non solo il racconto di un’adolescenza, ma anche un libro scanzonato e dolce, irriverente e immediato. Quello che questo libro ha di diverso da un semplice e buon romanzo è tutto merito dell’autore: è il modo di raccontare.