“Il Signor Bovary” di Paolo Zardi: quando Bovary non è più Madame.

Il_signor_bovary_ZardiGiorgia Sbuelz
ROMA – In un’Italia all’inseguimento della chimera del benessere, ecco spuntare l’uomo che sembra avercela fatta: ottimo impiego, bifamiliare nella prima periferia con tanto di barbecue e due posti auto, una moglie solida e ineccepibile che ha conosciuto a venticinque anni, una figlia e un pargolo in arrivo… cosa chiedere di più? Forse una crepa nel noioso intonaco bianco della propria vita stabile come una cattedrale? Forse un fulmine a ciel sereno, una variabile tanto trasgressiva, quanto banale, come un’amante? Ebbene sì.

E pensare che non l’aveva nemmeno cercata. Lui non era come i suoi colleghi che si iscrivevano appositamente ai social network in cerca di anestetizzanti evasioni pilotate a non contaminare i sentimenti e il matrimonio, lui si era ritrovato quella donna fra capo e collo, quasi senza possibilità di scelta.

Accade così, assecondando un’umana debolezza, che l’intera impalcatura delle certezze costruite cominci a vacillare, ed il sogno di una vita invidiabile possa frantumarsi per ogni mossa mal calcolata, proprio come in un duello: una partita a scacchi contro se stessi, contro i propri limiti, dove un errore di tattica è un affondo al proprio ego, sempre più inesistente, sospeso tra i piaceri della carne con l’illusione di risollevarsi dal piattume di una vita preconfezionata, ma che prima o poi, il Signor Bovary lo intuisce già, si finirà per rimpiangere.

Il Signor Bovary di Paolo Zardi è soprattutto un uomo, comune nel suo essere medio-borghese, comune nei suoi processi mentali, ingenuo e subdolo contemporaneamente, miseramente compatibile, come la sua drammatica – eppur tanto comune – amante: non bella, non ricca, non fortunata… tutti i cliché della mediocrità vengono sondati, con un linguaggio secco e causticamente ironico che trascina nel vortice di una storia che sembrerebbe ovvia, nella parabola erotica interpretata dai due amanti, i quali, nel rispetto del loro standard, non mancheranno nemmeno di interrogarsi sul senso dell’amore e della famiglia, ma solo dopo aver dato sfogo alle rispettive perverse fantasie consumandole allo sfinimento nelle stanze dei motel scelti di volta in volta.

Un repentino colpo di scena si abbatte come una scure sulle sorti del protagonista, la musica cambia, e ci si ritrova spediti dritti dritti nell’occhio di quel ciclone avvistato fin dal principio.
Riaffiorano i ricordi, ai quali l’uomo si aggancia come ad un’ancora, così da restituirsi un’identità smarrita nella marea dei turbinosi avvenimenti: “ L’odore del brodo all’asilo, la gonna grigia della sua maestra, la cucina spoglia del suo migliore amico, la sigla del dolce Remì, piccolo come sei, le foto di Carmen Russo su un vecchio numero di Panorama… Un sacchetto di foglie gialle che aveva raccolto per sua madre”. Un guizzo ancora e, balenante, la presa di coscienza: “Gli venne in mente anche il barometro a casa dei suoi nonni. Aveva la stessa forma di quello appeso accanto alla porta della cucina di casa Bovary. Madame Bovary era lui”.

Ottantamila battute in una manciata di capitoli, scanditi da una voce narrante la cui natura si svelerà solo nel finale, per questa avvincente storia di Intermezzi Editore, disponibile in formato eBook. Ottantamila battute che schizzano via spedite come un treno; un racconto lungo che è lo spazio adeguato per sfoderare le doti narrative di Paolo Zardi, capace come pochi di impigliare il lettore alle parole e alle considerazioni, riversate così in un formato ideale per un viaggio in apnea che ti cattura dalla prima riga e ti molla solo all’ultima parola dell’ultimo capitolo.

Guerrilla Plantation, il raccolto che ti cambia la vita. O forse no.

StampaGiulia Siena
PARMA – “Che strano effetto gli facevano le parole della zia: “E’ proprio un bravo ragazzo!” mentre quelle della nonna gli parevano più appropriate: “Mah, speriamo lo sia diventato, perché da piccolo era proprio un gran lazzarone!”. Paolo è cresciuto; forse anche troppo per essere ancora uno studente universitario, ma Paolo è così: si culla nel suo tranquillo caos fatto di noia, studio (poco), letture (tante), amici (Brizzo), fumo, strambe idee imprenditoriali e una crescente voglia di fare soldi. Per questo Paolo – il protagonista di Guerrilla Plantation, il romanzo di Gianluca Mantelli pubblicato da David and Matthaus – decide che è arrivato il momento di cambiare le cose. Questa è la situazione adatta: il suo piccolo traffico di monete antiche vendute via internet viene di colpo bloccato e la dogana esige un ingente pagamento di tasse. Dove trova i soldi? Come fa a sbloccare la situazione, proprio ora che la sua testa dovrebbe essere impegnata a studiare per l’ennesimo esame di filologia o di linguistica? Arriva, così, una piccola “illuminazione”: perché non sfruttare la malsana passione per la marijuana e fare del suo rifugio di studio, immerso nel verde delle montagne dell’Appennino, la base per la sua casalinga coltivazione di erba? La piantagione cresce, gli affari crescono, l’impresa cresce, tanto che il giro d’affari di Paolo riuscirà a coinvolgere anche Brizzo. Ma gli esami sono lì, la vita continua, le letture trascorrono, l’amore arriva – come una Dea – e scappa, le sessioni passano e la tesi aspetta. Tutto nella quotidianità di Paolo ha un altro ritmo.

 

Guerrilla Plantation è la storia di Paolo, la storia di una passione e la storia di un tentativo. Il tentativo è quello di provare a fare soldi facendo una cosa illegale. Una cosa come tante, del resto. Ma Paolo ci crede, si lascia trascinare, trascina e riesce, in un certo senso, a raggiungere il suo scopo. Guerrilla Plantation, però, è di più. Guerrilla Plantation è la storia di un ragazzo come tanti: annoiato, rallentato e sfiduciato. Per Paolo con questa nuova scommessa arrivano altri stimoli e si aprono nuovi scenari; Paolo per la prima volta non è più lo studente fuoricorso ma è l’uomo che decide di tentare la propria strada – anche se provvisoria – ed è l’uomo che decide di riuscire, comunque e nonostante tutto, nei suoi studi.

Gianluca Mantelli, tra gli altri, ha questo merito; quello di far diventare – attraverso il racconto – uomo un dissennato studente fuoricorso.

 

Vedi QUI la videointervista di ChronicaLibri iTvRome a Gianluca Mantelli, autore di Guerrilla Plantation

Caracalla, l’imperatore che voleva essere Alessandro Magno

CoverFRONTECaracallaMarianna Abbate

ROMA – È faticosa la lettura di questo libro che gli editori chiamano romanzo poetico-storico. È faticosa in primis perché Andrea Foschini è un uomo molto erudito, che ama mostrare la sua erudizione, e poi perché i collegamenti mentali e storici non sono proprio chiarissimi a chi non conosce bene la storia. Ciò nondimeno (colloquialismo che mi perdonerete) non è un brutto libro, Caracalla, o il mito di Alessandro edito da Diamond. Se vogliamo ragionare nella misura banale di bello/brutto. È un libro complesso, che comprensibilmente si esaurisce in circa 100 pagine.

Ma come vi ho già avvisati, non lo si può approcciare impreparati. Perché Foschini adora i voli pindarici, le dietrologie, i segreti, i dico non dico, il forse era così ma forse no, e non è per niente facile disingarbugliare questa matassa. Quindi lettore avvisato…

Io però non lo chiamerei romanzo (anche se la tutela da eventuali accuse scientifiche ha la sua ragion d’essere) gli darei più del saggio storico-poetico. E amplierei certe pagine, così fitte di nomi e di fatti, che meriterebbero un approfondimento ulteriore, immagino sottinteso a carico del lettore.

Molto affascinante l’idea che associa l’imperatore romano al sovrano macedone, uno dei pochi cui la storia si riferisce con l’appellativo di Magno. Intrigante l’ossessione di Caracalla di emulare le sue gesta, ma si sa: chi segue gli altri non arriva mai primo.

Si tratta di un libello gradevole, ma nonostante il suo formto tascabile non lo consiglierei per una lettura veloce in metro, forse più per un lungo viaggio in treno. Con una buona connessione wireless per gli approfondimenti di cui sopra.

Anteprima: Leggi su ChronicaLibri il terzo capitolo de “Il Rintocco”, il nuovo libro di Irene Vella

Irene VellaROMA – Continuiamo la nostra esclusiva con il terzo capitolo del nuovissimo romanzo di Irene Vella, Il Rintocco. In questo capitolo la protagonista affronta coraggiosamente le sue paure, lasciandosi andare ai ricordi e alle emozioni ancora tutte da vivere.
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Terre di Mezzo: Mari Accardi e “Il posto più strano dove mi sono innamorata”

il posto piu strano dove mi sono innamorata_chronicalibriGiulia Siena
ROMA
– All’inizio erano Tanya e Big Jim contro Barbie e Ken; poi la goffaggine di Irma contro l’eleganza delle Billeci. Con il tempo arrivarono gli amori sbagliati, le fughe, gli studi e i tanti lavori impossibili. Tutto, nella vita di Irma – la protagonista de Il posto più strano dove mi sono innamorata, il primo libro di Mari Accardi pubblicato da Terre di Mezzo Editore – era un contrasto, un continuo fuggire altrove per avere di più o avere cose diverse. Forse perché Irma, sin dall’inizio, aveva ascoltato suo padre ripetere “Cu niesci arriniesci”: se dalla vita vuoi qualcosa, devi andare via dal posto in cui sei nato. Così Irma si lasciò convincere e dopo aver sancito la sua inadeguatezza per Palermo arrivò a Torino. Da studentessa fuori sede alle prese con la solitudine e la paure Irma – ormai donna – inciampa in amori sbagliati e lavori impossibili. La nostra eroina siciliana viene licenziata da ogni posto di lavoro perché “troppo lenta”; passa, così, da cucinare per una mensa a cancellare foto pornografiche in un sito di annunci. Ed è in questo periodo che conosce Paolo, il decoratore di interni che non ricorda di aver mai baciato, ma con il quale vive ed è fidanzata da mesi. Forse la loro non è una vera storia d’amore, forse perché il loro è stato un incontro troppo normale, mentre, “A quanto pare, secondo un sondaggio di non so quale agenzia, gli amori più importanti nascono in circostanze o in luoghi anomali. E sono quelli che in percentuale durano di più”. Allora Irma è pronta a cambiare di nuovo, per l’ennesima volta, lei cambia rotta: viene licenziata, sale su una mongolfiera e poi vola a Praga con la convinzione di poter prendere in giro il tempo, fermarlo per giocarci e poi rientrare nella sua normalità anonima e viverlo. Perché il tempo, anche se scorre, rimane lì, attaccato a quella linea del telefono che lega Irma ai suoi genitori, alla sua isola, alla sua Palermo… richiamo perenne (quasi un rimpianto) che si accompagna e scontra con la sua certezza di sempre: fuggire.

 

Il posto più strano dove mi sono innamorata è un romanzo breve, intenso e immediato che raccoglie l’essenza di questo periodo incerto. La sua Irma è la giovane donna che vedi allo specchio o che incontri per strada, sul bus o in fila dal medico: tanto forte e determinata quanto nostalgica e indecisa; una donna che rincorre i sogni lontani convinta di cercare un posto nel mondo, un posto che forse non ha pensato di avere già. Una donna, Irma, che attraversa le situazioni e risorge dalle sue sconfitte.

Fiordamalfi: romanzo sul profumo della terra dei limoni.

downloadMarianna Abbate

ROMA – Flavia Amabile è nata a Salerno. L’amore per la sua terra si sente in ogni riga del suo romanzo, in ogni parola. Fiordamalfi, pubblicato da La Lepre, trasmette quella sensazione di vivere in una cartolina che prova chiunque sia mai andato a visitare quella terra. Come se fosse sempre primavera.

Un posto fuori dal tempo, dove le donne fanno assaggiare i paccheri per verificare a cottura e non si scompongono quando gli uomini fanno i “saputi” in cucina. È da questo che si capisce che Flavia Amabile non vive più lì. Questa nostalgia un po’ sacra e un po’ pura ha ben poco a che vedere con la vita reale, somiglia a quei romanzi sulla Toscana che gli americani amano tanto.

Che non abiti più lì si capisce anche dal protagonista. Mi verrebbe da sospettare che sia quasi l’alter ego dell’autrice: un uomo che prende il coraggio a due mani e dalle pretenziose passerelle milanesi si trasferisce ad Amalfi a coltivare i limoni. Con il figlio di due anni, lasciando tutto com’è.

Sono belli anche i personaggi in secondo piano, la popolazione locale: il postino, l’autista spericolato, i paesani. Personaggi che hanno un’intelligenza diversa, che ragionano in modo totalmente distinto dal professionista di città.

E poi c’è il sottofondo di giallo: la lotta per tenere il figlio e gli impicci antichi di un padre che si è fatto fregare.

Il ritorno alle origini, alla natura, alla vita bucolica è un leitmotiv che troveremo spesso in libreria. Le nostre vite frenetiche hanno bisogno di staccare, di riposarsi. Per questo consiglio questo romanzo: non provoca un completo distacco dalla realtà, ma ci aiuta ad accettarla. Scappare in campagna non significa risolvere i problemi, che ci inseguiranno in capo al mondo. È una concretezza femminile, quella di Flavia Amabile, che ci trasporta in un mondo sognante, rimanendo con i piedi per terra. Con un vasetto di marmellata di limoni in mano.

“Una buona stella”: il romanzo di Francesco De Giorgi

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ROMA – “Se il mondo fosse più giusto, le parole ritroverebbero il loro significato. La parola libertà non sarebbe usata al posto della virgola dai politicanti che la limitano; la parola vita non sarebbe usata impropriamente rispetto a chi da anni soffre in un letto di ospedale; la parola amore non sarebbe usata come contrario della parola solitudine; e amicizia non sarebbe da pronunciare sempre e comunque, ma in alcuni casi esclusivamente particolari.”

In un mondo fatto di ingiustizie, di archetipi sociali e di pregiudizi radicati in mentalità provinciali, non sempre vi è la possibilità di riscattarsi. Una buona stella, il romanzo scritto da Francesco De Giorgi e pubblicato da Lupo Editore, è una riflessione costante sull’esistenza umana, qualunque essa sia.
Franco Quadriglia è un cinquantenne di Gallipoli insoddisfatto e infelice. La sua è una vita fatta di routine e sufficienza. Gli unici attimi di felicità nel torpore dei suoi giorni sembrano essere offerti dalla presenza di Carmela, la donna che ha sempre amato e che non ha mai avuto. E proprio quando il grigiore della sua esistenza sembra ormai destinato a sommergerlo e a soffocarlo definitivamente, arriva Stella. Una bellissima ragazza albanese, dall’aspetto etereo ma dal passato infernale. La giovane è vittima del racket della prostituzione, i cui segni non sono solo scolpiti nella sua anima, ma sono tangibili soprattutto sul suo corpo. Fra solitudini, malvagità e incomprensioni, fra i due si instaura un rapporto speciale, forse preludio di salvezza. Purtroppo, però, non sempre l’incontro ‘con una buona stella’ porta a un ‘lieto fine’. Spesso si vive solo elemosinando attimi di fugace felicità.

 

Francesco De Giorgi racconta la storia di due anime perdute che, nonostante tutto, tentano faticosamente di rialzarsi dopo i violenti colpi assestati dalla vita. Con uno stile asciutto e lineare, le sue pagine guidano il lettore alla scoperta di un mondo sommerso dall’indifferenza e lo travolgono – fino alla fine – nel desolato turbinio degli eventi dei protagonisti, sempre in attesa di qualcosa o forse di qualcuno.

“La vendetta veste Prada. Il ritorno del diavolo”: l’attesissimo sequel del celebre romanzo di Lauren Weiseberger

la-vendetta-veste-prada-350_oggetto_editoriale_w300Alessia Sità

ROMA –  “In fondo al cuore Andy lo sa: nessuna volta le spalle a Miranda Priestly e sopravvive indenne”.
Se avete amato il “Diavolo veste Prada”, non potrete fare a meno di leggere l’attesissimo seguito firmato – ancora una volta – dalla brillante penna di Lauren Weiseberger e pubblicato in Italia da Piemme.
Sono trascorsi ben dieci lunghi anni da quando Andrea Sachs, conosciuta anche come Andy, ha deciso di abbandonare la promettente carriera come assistente della terribile Miranda Priestly, la famosa direttrice di “Runway”. Arrivata alla soglia dei 32 anni, Andy è ormai una donna indipendente e di successo. Adesso dirige “The Plunge”, una patinata rivista di moda specializzata in matrimoni. Al suo fianco c’è la sua arci-migliore amica e socia Emily, l’ex dispotica assistente di Miranda, tornata più combattiva e magra di prima. Sebbene il passato sia solo un ricordo, nella mente di Andrea continuano a riaffiorare ancora incubi notturni, legati ai terribili momenti vissuti accanto alla mefistofelica Priestly. E solo l’idea di partecipare a eventi mondani, che rischiano di diventare un faccia a faccia con il diavolo, la fa impallidire. Nonostante qualche ansia di troppo e qualche piccolo timore profetico, la vita di Andy è completamente cambiata. Il suo matrimonio con Max, uno degli scapoli più ambiti della Grande Mela, è ormai alle porte. Quello che sembra essere un momento magico, però, sta per essere stravolto da un imprevisto. Tutte le certezze di Andrea stanno per crollare. La tanto temuta Miranda è pronta a tornare e la sua vendetta non si lascerà attendere troppo. La diabolica direttrice, infatti, sta per assestare un nuovo durissimo colpo alla vita delle sue ex assistenti.
Abbandonato il ‘glamour’ che ha contraddistinto “Il Diavolo veste Prada”,  con il suo sequel Lauren Weiseberger ha tentato  di ripetere il successo del passato. Ancora una volta, la sua scrittura brillante e divertente ha saputo conquistare molte lettrici, che inevitabilmente hanno potuto riconoscersi, almeno in parte, nella nuova frenetica vita di Andrea, divisa fra matrimonio, maternità, lavoro, famiglia, eventi e incontri inattesi.

 

Oltre la battaglia: “Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse” di Alessandro Cortese.

PolimniaGiorgia Sbuelz
ROMA
– Non soltanto le vicende del prode re spartano Leonida, ma in questo romanzo storico, Polimnia. Di 300 Spartani, una Grecia e dei Persiani di Serse, l’autore, Alessandro Cortese, porta alla ribalta i fatti e il punto di vista di ciascun popolo coinvolto nelle Guerre Persiane.

Lo fa attingendo alla sapiente fonte storica di Erodoto e miscelando con cura ai ritratti dei protagonisti l’invenzione letteraria: vengono delineate così le gesta di coloro che hanno animato la storia dell’Ellade e del Vicino Oriente negli ultimi decenni del V secolo a.C., lasciando emergere figure apparentemente secondarie, che ricoprono invece ruoli di effettiva importanza nei contesti storici, e qui narrativi.
Chi fosse la gente di Sparta viene chiarito fin dal principio, attraverso le parole dell’uomo che un tempo ne fu re, Demarato. Quest’ultimo, una volta deposto, era divenuto consigliere di Serse e così ammonisce il sovrano persiano:
“Schiera pure milioni di guerrieri ma non troverai nei Persiani ciò che anima e tempra i Lacedemoni. Parlo d’una fede incrollabile in un dio ben più grande di Zeus: è la Legge. E per quanto il tuo esercito spaventi i nemici con la sua sola leggenda, non spaventerai Sparta. Perché la Legge non permette loro di aver paura.”
Viene messa in luce la fine strategia di Serse, in un viaggio a ritroso, esplorando la sete di potere che sempre infiammò gli animi degli Shāh di Persia a partire dalla cieca follia di Cambise, per procedere poi nella bramosia espansionistica di Dario, senza tralasciare gli intrighi di corte architettati in atmosfere magiche, aspetto caratterizzante dei palazzi reali orientali assieme ai bagni di sangue.
E poi gli eroi. Attonita la folla accoglie la sfida lanciata dal re Leonida: avrebbe condotto un esercito formato dalla sua sola guardia personale fino al passo delle Termopili e, da lì, avrebbe bloccato l’avanzata persiana. Trecento uomini in tutto, trecento guerrieri accompagnati dai loro Iloti, col compito di riscattare l’onore dei Lacedemoni, offuscato dal rifiuto di Sparta di scendere in campo contro Dario nella battaglia di Maratona, dieci anni prima.
Il coraggio dell’esercito spartano attira altri valorosi combattenti provenienti dal territorio greco: lo scopo è difendere le proprie case dalla minaccia persiana, ed entrare così nella leggenda.
A sorreggere gli scudi e le lance non sono solo gli uomini, ma anche le loro storie di ardore e di attaccamento alla propria terra: i fratelli Alfeo e Marone, il gigante Dienece, il tebano Leontiade il tespiese Demofilo e l’indovino Megistia. Uomini consapevoli del sacrificio a cui vanno incontro e capaci di accettarlo con onore, difendendo quel sentimento proprio dei territori dell’Ellade: la libertà.
La regina Gorgò non è da meno, devota quanto fiera, con la sua fermezza rappresenta l’essenza stessa di Sparta. Leonida ne porta con sé il ricordo nei giorni di battaglia, la immagina vicina ad accompagnarlo nel momento del trapasso. Cade il re spartano, ma non la Grecia. I sogni vanagloriosi di Serse s’infrangeranno sulle acque di Salamina, e si spegneranno a Platea.

 
Alessandro Cortese, in quest’opera pubblicata da Edizioni Saecula, narra i fatti storici e quello che immagina li abbia accompagnati. Descrive i sentimenti vissuti dai protagonisti, le debolezze come gli slanci, ora dei greci ora dei persiani.
L’autore offre una voce a quegli uomini che hanno fatto la storia, riuscendo ad animarli con competenza e passione. Il risultato è un romanzo corale, preciso nella ricostruzione degli scenari dell’epoca quanto emozionante nei risvolti narrativi.

“La giostra del piacere” e il gioco delle vite. Un grande romanzo

La-giostra-del-piacere-recensione_chrLGiulia Siena
ROMA
– “Più si frequentava place d’Arezzo, più ci si convinceva di aver a che fare con un mistero. Il nome stesso della piazza aveva dell’incredibile, perché era dedicata al monaco benedettino Guido d’Arezzo, inventore del sistema di notazione musicale che aveva messo fine alla confusione della trasmissione orale, ‘Chi esegue senza capire è un animale’ diceva. In musica, Guido d’Arezzo è stato un uccisore di pappagalli”. Come uno strano scherzo del destino, pappagalli e cocorite sono arrivate fino al centro di Bruxelles, trasformando questa piazza dedicata al monaco musicista nel loro nuovo habitat. Tra le fronde degli alberi i pappagalli – protagonisti e spettatori inconsapevoli di un gioco di sguardi – parlano nella propria lingua, mentre nelle stanze dei palazzi che si affacciano su quel maestoso nido belga, si consumano vite, passioni, lotte e amori. Infatti, i misteriosi pappagalli giunti fino a li grazie a un console brasiliano, non sono i soli privilegiati abitanti di questo prestigioso angolo di città, con loro, a parlare un’altra lingua e con diverse movenze e provenienze, ci sono gli abitanti di Place d’Arezzo. Gli abitanti, facoltosi, annoiati, istrionici, problematici ed enigmatici borghesi, vengono interrotti, sorpresi, spaventati e attratti da una lettera gialla, un biglietto che ricevono molti di loro. “Questo biglietto solo per dirti che ti amo. Firmato: tu sai chi”. Comincia così  La giostra del piacere (Edizioni e/o), il nuovo, grande lavoro narrativo di Eric – Emmanuel Schmitt. Da questo messaggio d’amore si scatena una storia in cui vivono tante storie: c’è Baptiste Monier, famoso scrittore di best seller – quasi alter ego dell’autore – sua moglie Joséphine e la loro nuova amica Isabelle; c’è la controversa Faustina; il potente Zachary Bidermann e sua moglie Rose; il banchiere de Couvigny; i giovani Albane e Quentin; il gallerista snob Wim; la fioraia Xavière che tradisce suo marito  con la docile  Séverin; ci sono i tormentati e curiosi Tom e Nathan, entrambi attratti dal giardiniere Hippolyte, padre di Isis e innamorato di Patricia.

In questa giostra di personaggi, il piacere è un sentimento estremo, cercato, rifiutato, mal gestito perché ogni storia, ogni legame tra i personaggi  ha dietro più storie, più sentimenti, più vicende. E in questa fitto ricamo di psicologie, azioni e reazioni, il piacere è solo uno dei sentimenti. Mano mano che il libro va avanti, che i personaggi si lasciano conoscere, emergono nuove sensazioni, nuovi stati d’animo; emerge, così, la magistralità di Schmitt nel delineare sensibiltà e stati d’animo. Emerge, così, che dietro a personaggi forti, scaltri, potenti e allo stesso tempo indecisi, c’è una felice ingenuità che in disparte, silenziosamente, tesse una trama avvincente fino all’ultimo pagina. Ed è qui che torna lo scrittore di “Oscar e la dama in rosa” (2002); qui riaffiora la grande capacità narrativa di Eric-Emmanuel Schmitt, lo scrittore che mette i propri personaggi sulla giostra del piacere, ma lascia alla semplicità muovere il complicato movimento. La giostra del piacere – come tutta la produzione narrativa e drammaturgica dello scrittore belga – descrive e analizza i comportamenti umani, indaga nel vissuto e nella psicologia dei personaggi e va a scandagliare ruoli, comportamenti, reazioni e attrazioni di questo popolosissimo “catalogo umano”.

 

“Quella notte c’erano tanti umani quanti volatili. L’atmosfera sembrava esplosiva. Si sentiva nell’aria che sarebbe successo qualcosa”.