La Natura che si crea tra le sillabe di Antonia Pozzi

Nel prato azzurro del cieloGiulio Gasperini
AOSTA – La poesia di Antonia Pozzi è passata attraverso un percorso critico feroce. Dalle prime violazioni del padre stesso a una critica letteraria che l’ha sempre trattata come una voce minore e addirittura trascurabile. Ma Antonia Pozzi è vivace potenza di parola e di suono, ha la capacità di dar vita a scene, rappresentazioni umane e naturali gravide di vita, di pulsazioni, di vibrazioni creatrici. Come quelle che si trovano nella nuova pubblicazione di Motta Junior, che ChronicaLibri recensisce in anteprima: Nel prato azzurro del cielo vede protagoniste le poesie di Antonia Pozzi e le splendide illustrazioni, leggere come acqua, di Gioia Marchegiani. Continua

Il tocco abarico del dubbio che ci fa conoscere.

Il tocco abarico del dubbioGiulio Gasperini
AOSTA – Il dubbio è il punto di partenza per ogni (affannosa) ricerca e disamina del sé o dell’altrui. Non si può prescindere dal dubbio: segue lo scandalo, la pietra-di-inciampo, e serve inderogabilmente per la nostra liberazione. Angela Caccia, già dal titolo, Il tocco abarico del dubbio, dedica tutta la sua nuova silloge, edita da FaraEditore, a definire quel momento abarico in cui, tolti dalla nostra realtà dal dubbio indagatore, siamo proiettati in un altrove a tratti sconosciuto, e pertanto spaventoso, ma anche emozionante e propulsore di nuove scoperte e identificazioni. Quel luogo remoto dove le potenzialità dell’umana natura sono spinte fino all’estremo, dove ogni possibilità si concreta in atto e, ancor prima, in presa di coscienza. Continua

Luigi Fontanella: “L’adolescenza e la notte” per ripercorrere il tempo attraverso la poesia

passigli_L'adolescenza e la notteGiulia Siena
PARMA – La poesia di Luigi Fontanella, finalista al Premio Viareggio-Rèpaci 2015 con L’adolescenza e la notte è carica di memoria, dolcezza e malinconia. Il libro, pubblicato da Passigli nella collana di Poesia fondata da Mario Luzi, racchiude il concetto di adolescenza e quello di notte, due “figure” diverse e affini. Tra queste pagine la poesia si fa cammino condotto nei territori della memoria e tentativo di avvicinarsi a ciò che sfugge. “Il ritrovamento del tempo, però, è sempre incompleto, – come spiega Palo Lagazzi nella prefazione – tanto da diventare una tensione lirica e di grande struggimento”. Continua

Lo stato (disastroso) della poesia contemporanea.

Le mucche non leggono MontaleGiulio Gasperini
AOSTA – Il saggio di Giulio Maffii, Le mucche non leggono Montale, edito da Marco Saya Edizioni (2015), inizia provocatoriamente dall’altrettanto provocatoria affermazione di Montale: “La poesia è l’arte tecnicamente alla portata di tutti”. Era il 1975 e Montale lesse il suo discorso, dal titolo “È ancora possibile la poesia?”, di fronte all’Accademia di Svezia ritirando il Premio Nobel. Da questa evidenza (una penna e un foglio sono alla portata di tutti) inizia l’invettiva di Maffii contro la pletora di presunti poeti e poetucoli che intasano il mercato editoriale, scegliendo le case editrici self-publishing, organizzando presentazioni a uso e consumo di parenti e amici e trovando un valido alleato anche nelle infinite possibilità di evidenza che i social network consentono.
Ma la poesia, per Maffii, non è soltanto tecnica, come molti potrebbero erroneamente pensare: “La forma è un elemento basilare ma non è tutto”. Perché il poeta ha fondamentale bisogno anche di un IO poetico che sappia giocare con le parole, le sappia consegnare nuovi significanti che non sono i soliti, che sappia lanciare uno sguardo inedito su argomenti magari inflazionati da precedenti scrittori e poeti. Non si tratta soltanto di un’abilità tecnica nel mettere in fila suoni e rime; si tratta anche di dare un contenuto che sia originale e non eternamente banale.
In un paese, come l’Italia, dove tanti (quasi tutti) scrivono ma pochi (quasi nessuno) legge, secondo Maffii si annida l’altro grande problema della poesia contemporanea: il poeta dovrebbe prima di tutto leggere gli altri, perché non si può scrivere nuova poesia se non si conosce che cosa, di poesia, è già stato scritto, principalmente da scrittori ben più ispirati. Altrimenti rimane un poeta inutile. Totalmente inutile: “Il rifiuto a leggere non può portare che a un disastro sociale che vedrà i poteri forti usare l’ignoranza come centro di comando”.
A far da contrappeso a questa vis polemica (e persino apocalittica), Giulio Maffii inserisce capitoli di breve critica su alcuni grandi poeti e poetesse del passato, magari ad oggi dimenticati. Ad esempio, parla di Majakovskij, citando i dodici punti (in “A piena voce”) “una sorta di mini compendio ad uso di chi ‘voglia diventare poeta… pur avendo cognizione che la poesia è una delle attività produttive più difficoltose”. Oppure ricordando le scelte di Margherita Guidacci, che si è sempre rifiutata di sottostare a determinate regole “di mercato” e culturali ed è stata condannata a un lungo e intenso abbandono poetico. Oppure, ancora, lo scrittore Cernuda, appartenente alla stessa “Generación del 27” di Federico García Lorca, che è rimasto poeticamente soffocato dal successo dei suoi compagni, pur meritando un ruolo di primo piano nella ricerca poetica spagnola.
Il discorso di Maffii procede in maniera semplice e diretta, senza mezzi termini né risparmiandosi critiche a un sistema dal quale pare difficilissimo uscire. Come soluzione, la proposta di modelli poetici raffinati e completi. Come a dire che soltanto riconsegnandosi alla vera poesia ci si può salvare da quella pessima (e abbondante).

Voci oltre e altre cose storte: suoni e parole

Voci oltre e altre cose storteGiulio Gasperini
AOSTA – Immergersi nella poesia di Fernanda Ferraresso è un’occasione imperdibile. Per quella successione di suoni, richiami, echi che le parole scelte riescono a produrre, trasportandoti in un ambiente che si scontorna senza confini certi e sicuri. Voci oltre e altre cose storte, edito nel 2015 da Terra d’ulivi edizioni nella collana rime&rami, è una raccolta corposa e complessa di liriche, che accompagna il lettore in un viaggio multiforme e vario, dalle tante declinazioni e diramazioni.
Come il titolo stesso suggerisce, l’attenzione è subito catturata dal gioco di significati e significanti che si squaderna nelle liriche. Questo gioco ritmico e fonico dà forma a una sostanza molteplice, che comprende principalmente tematiche sociali (“e in molti posti / dove abbattono gli alberi per lasciarci più poveri”) varie. La parola viene presentata “senza una veste / ovvero / nudismo della parola”: “costruire parole senza accorgersi / che dentro e intorno esplodono / non sono muri o case le parole”. Parola che spesso è anche difficile, faticosa da ritrovare, disagevole nella ricerca e nella rappresentazione di una fisica tutta creata e teorizzata in poesia: “dentro i cinque sensi rivòltati / contro la mia testarda intolleranza di perderti / frantuma i miei cieli i miei gesti corruttibili / inventati un silenzio che mi accerchi e dilaghi / dentro e oltre di me cancella la gravità che ci costringe / disegna distanze che si nutrano d’infinito”.
La poesia è un dialogo, con un immaginario “tu” che in ogni occorrenza assume un valore diverso, profondo, una ricerca costante, un volto sempre nuovo e diverso: “lascia che prendano spazio / tutto quello che è in te così che poi / sulla linea principale della mano / quella che corre da nord a sud il nostro mistero comune / ci sia un luogo / uno dove vivere entrambi”. Il desiderio sottaciuto è quello di riuscire a costruire stimolanti altrove, luoghi lontani dall’attualità dove si riesca a far nascere e crescere qualche seme buono: “e una corrente ci porta lontano lontano lontano / dove abitiamo tutti e tutti ci riconosciamo solo toccandoci / solo dandoci una mano”. Ma il “tu”, spesso, diventa anche “altro-io” con cui relazionarsi e confrontarsi, colmando mancanze e ridonando significati profondi: “mi manco sempre un poco / mi manca sempre un poco di quell’altra me”.
C’è anche una continua ricerca nel sé stesso più intimo e profondo; una ricerca che alla poesia e alla sua parola deve molto perché arma indispensabile per tracciare una rotta sicura, anche nella condizione della più assoluta solitudine: “così a lungo un deserto che ho misurato in me / in cui sono andata sempre / sola e solo per andare avanti”.
La narrazione di questa lunga avventura poetica parte da un’origine, potente e feroce, che è quella geografica dell’Africa: “annuso ancora l’aria e / calda violenta / mi riporta l’africa / da cui nasco”. Da lì, un cammino, lungo e faticoso (“otto grani di miglio / otto grani per segnare migliaia di impronte / lasciate sulle strade che ho percorso e / s’intrecciano si biforcano si tagliano e / dentro ci sono / case animali ci sono persone suoni”), che fa rendere l’uomo cosciente di sé e delle sue potenzialità infinite, oltre che delle sue esperienze intense e imprescindibili: “quello che ognuno porta in sé raccolto da storie perdute / anche se non valuta la propria vita in semi da un altrove”.

La primitiva parola poetica di “Foresta tacita”

Foresta tacita_libriperduti_chronicalibriGiulia Siena
PARMA – La parola di Pino D’Alfonso in Foresta tacita è una parola poetica primitiva, pura, asciutta e sincera che emerge scavando lo spazio attorno a sé. Il bianco, tutt’attorno, indica il nuovo orientamento, uno spazio di manovra che è di nuovo libero e aperto, senza ostacoli né impedimenti ma con soltanto nuove direzioni e significati da esplorare. La disposizione sulla carta è infatti la prima evidenza che stupisce nella silloge poetica edita da qualche settimana da La Biblioteca dei Libri Perduti come coronamento di una ricerca artistica che Pino D’Alfonso aveva già cominciato e predisposto nella sua globalità.

 

Artista eclettico e sperimentatore anche di opere sinergiche tra arte e poesia, con la serie di “Poem for ambients” esposte alla Stazione Centrale di Milano nel 1980, Pino D’Alfonso fa calare in un mondo in cui veramente la poesia attinge alla sua fonte primordiale, a quella passione inarrestabile per il significante, per il gioco di suoni lettere e sillabe, per il rincorrersi di immagini legate dalla metrica e dalle figure retoriche spavalde e sfrontate: “Vetrate / infrante / infreddolito / pontile”. Audaci architetture, costruzioni che rompono il limes della pagina e si rincorrono in altri campi, sotto altri cieli.
Gli argomenti sono vari, nella poesia di D’Alfonso, ma tutte vertono su un argomento centrale, l’amore. Ma anche una natura che si scontorna in fenomeni, effetti, cause e conseguenze di accidenti inevitabili. E anche l’umanità, in ogni sua declinazione. Proprio perché la poesia ha respiro lungo e ampio, mai arginato in nessun limite, conteso da nessun confine: “Talvolta / ti rintraccio / rincorrendoti / dentro / l’oroscopo / che un tempo / in fiore fu / anche tuo”. C’è il tempo, nella poesia di D’Alfonso: c’è il suo scorrere, il suo trasmutarsi e convertirsi in qualcosa di altro, pur non perdendo l’essenza propria, le peculiarità profonde, come nello splendido componimento che apre la sezione “Foglie in Rua dos Douradores”, dove la via abitata da Fernando Pessoa – nella persona di Bernardo Soares – posta anche in epigrafe all’intero volume, significa proprio questo spazio che contiene ma che trattiene anche nell’ansia di una fuga, di una (quanto impossibile non si sa).

 “Freddolosi / stendardi / autunnale / colore / ai tramonti… / vivacità / appassite… / assedio / di bandiere / ai sogni… / mediterranee / adolescenze / Foglie / in Rua dos Douradores”.

La manutenzione delle maschere e il teatro della società

La manutenzione delle maschereGiulio Gasperini
AOSTA – La poesia ha un ruolo civile e sociale che le appartiene nel profondo. La cultura è politica, perché si occupa anche del “bene comune” e della società, della sua costituzione e anche della sua formazione. Le poesie di Arben Dedja, contenute nella raccolta “La manutenzione delle maschere” (Kolibris edizioni), rispondono a queste esigenze profonde. La poesia fiorisce da un’interiorizzazione e da una prospettiva di soggettività, che però si carica di un valore di testimonianza, di confessione e persino di resistenza di fronte alla tragicità di un mondo dove fingere pare diventata la legge fondante. Le maschere di Dedja sono tutti i travestimenti che le persone continuano a indossare, per svariate ragioni; e le stesse maschere hanno comunque bisogno, periodicamente, di una messa a punto, di un’aggiustatina: per non finire per apparire palesemente maschere, ma per continuare a illudere che la società sia effettivamente quella caricatura che invece si intuisce. Il poeta, in tutta questa situazione, è l’elemento “eversivo”, il disturbo, la pietra dello scandalo che fa aprire gli occhi e osservare con beffardo distacco e malcelato scontento: “Mentre il cittadino R. s’incamminava verso il patibolo / con un bianco foulard intorno alla testa / legato sotto il mento come / le nonne di Tirana” (“Maximilien Robenspierre”).
La poesia di Arben Dedja affonda le sue radici in un atteggiamento ironico e caustico, che prende come primo riferimento la quotidianità (nella società). Ma una quotidianità tutt’altro che scontata, banale; è quotidianità che ferisce, che fa male, che declina la violenza più subdola e ambigua: quella, ovvero, degli oggetti, delle situazioni che dovrebbero farti sentire al sicuro e al riparo e che invece infieriscono e imperversano feroci: “Lo trovarono nel bagno tutto muffa / in quel 25 aprile 1911 / suicida in una specie di harakiri con il rasoio da barba / […] / perché proprio così vince la quotidiana banalità del radersi” (“Emilio Salgari”).
La quotidianità spesso è anche l’arma che scardina e demolisce la storia (particolarmente, quella albanese, come nel brevissimo racconto “Aquila bicipite”) e i suoi miti, in una grottesca presentazione della politica e dei suoi meccanismi deliranti di onnipotenza: “”Quando nel mezzo / di una lunga frase fece una pausa / e respirò profondamente si sentì / il tic-tac / dei tagliaunghie (invenzione cinese)” (“Il disorso del Leader”).
La lingua di Dedja è affilata, come la lama del bisturi che utilizza per la sua professione di chirurgo. È una lingua di cui lui si è appropriato venendo da un’altra lingua materna (“Ma non ci capivamo bene: lui nel suo dialetto / io con la mia lingua letteraria” in “Ispezione chirurhica”). E attraverso questo veicolo, che si dimostra qui più che altrove potente, Dedja costruisce una poesia che sa disaminare e analizzare, scomporre e anatomizzare un’individualità e una società che altrimenti parrebbere semplici errori di funzionamento (“Nuda sopra il tavolo della cucina / freddo il sesso / senza peluria sotto le ascelle. / I seni appena sbocciati / non grossi come quelli della nonna” in “Autopsia di una bambola”): perché sul freddo tavolo del chirurgo ciascun essere umano è uguale all’altro.

Premio Nazionale “Poesia senza confine 2015”, c’è tempo fino al 28 febbraio

concorsiletterari_chronicalibriANCONA – L’Associazione Culturale La Guglia, in collaborazione con i Comuni di Agugliano e Polverigi, con il patrocinio della Regione Marche e della Provincia di Ancona, promuove anche per quest’anno il Premio Nazionale Poesia senza confine. Giunto alla dodicesima edizione, il concorso Poesia senza confine intende sottolineare l’apertura sempre maggiore dell’evento a tutto il territorio, regionale, nazionale e internazionale per contribuire a valorizzare le espressioni artistiche e culturali più diverse e originali con l’intento di favorire una “contaminazione” tra generi, pensieri e riflessioni originali e offrire alla cittadinanza contenuti poetici sempre più innovativi e di qualità. Il tema anche per l’edizione 2015 sarà libero e riservato poesie inedite di massimo 35 versi con tre diversi regolamenti: quello “riservato ai poeti dialettali”, quello “aperto a tutti i poeti che scrivono in lingua” e, infine, il bando “riservato agli studenti marchigiani”.

 

Si potrà partecipare al Premio Nazionale Poesia senza confine fino al 28 febbraio 2015.

Tutte le poesie devono pervenire via mail ainfo@associazionelaguglia.it; oppure per posta a Associazione La Guglia onlus, Casella postale 55, 60020 Agugliano (farà fede il timbro postale o la data di spedizione dell’e-mail).

“Le regole della rosa” in una poesia naturale.

Le regole della rosaGiulio Gasperini
AOSTA – La poesia di Emilio Paolo Taormina è una poesia del silenzio: i suoi sono componimenti brevi, schegge di immagini che esplodono in una manciata di parole e rompono la superficie, come fa un sasso con l’acqua di un lago. In “Le regole della rosa”, edito da Edizioni del Foglio Clandestino nel 2014, la poesia di Taormina si concreta in tanti frammenti di scenari, in brevissimi nuclei di significati e significanti che spesso partono e gemmano da un’esplosione naturale, da una componente vegetale o animale, o anche solo cosmico-astrale, che rischia di configurarsi come correlativo oggettivo di un interiore e non espresso sentimento.
I rumori si placano nella poesia di Taormina, lasciando spazio all’occhio che si spinge in profondità, fino a cercare di cogliere i significati più profondi e complessi: “All’alba / la luna è una / medusa / un tamburo / senza suoni”. Anche quando vengono evocati aderiscono alle immagini, saldandosi assieme e creando un’evocazione unica: “Per le scogliere / all’alba / i gridi / dei gabbiani / sono grigi / affilati / come lame”. Più che suoni sono messaggi, si concretano in immagini estreme, audaci e feroci: “In questo freddo / di neve / i tocchi / delle campane / sono freddi / come coltelli”. La bocca si secca, le parole sono vuote, prive di significato, il vocabolario perde la sua funzione e non rimane che rimanere muti: “Le parole / dei marinai / seccano al sole / odorano / di alga e di sale”.
È la Natura il metro di tutto, è lei che dà cadenze e ritmi, è lei che dà il valore e che amministra i ruoli. Può essere persino la misura di una solitudine umana: “È cresciuta / l’erba / sul viottolo / che porta a casa / nessuno / viene più / a cercarmi”. La Natura diventa persino ricordo, fragile reliquia dell’illusione del tempo che inesorabile trascorre e accelera: “Resta appena / l’aroma dei limoni”. È persino vettore di emozioni tra il poeta e il tu di riferimento, figura non definita e sfumata che è musa e destinataria delle sue parole: “Il cielo del mattino / azzurro cenere / sorge / dai tuoi occhi”. Fino ad arrivare al massimo di uno straordinario panismo, un’identificazione totale tra umano e naturale: “Tu sei donna / e stella marina”. È la Natura l’entità suprema contro la quale ci si trova a combattere per salvare ogni singolo aspetto del noi; ma è anche una battaglia già persa, una sconfitta irrimediabile: “Giocheremo / con la sabbia / e le foglie morte / del giardino”. Perché la Natura è anche ferina, animata da uno spirito selvaggio che non rinuncia alla vita, non depone mai le armi senza lottare all’ultimo respiro: “La volpe / azzannata dai cani / è venuta a morire / sotto il noce / nella bocca serrata / ha dell’ultima lotta / un respiro gelato / è sempre difficile / capire / dove finisce la vita / e inizia la morte”.
Ma l’uomo, ovviamente, la Natura la ferisce, la strazia, la viola: “Sacchetti / di plastica / lattine / accartocciate / una bottiglia / su una panchina / il silenzio / è una piaga / dolorosa”. L’uomo cerca di trasformare la Natura in un suo possesso, in uno strumento e arma per alimentare le sue bassissime pretese: “Ho seminato / semi di ortica / sul tuo corpo / in modo / che nessuno / possa abbracciarti”. Ma ogni uomo torna nella Natura, a compimento del suo naturale destino: “Ora siamo / polvere di rose / cenere di radice / anche una piuma / rema l’aria / varca la porta / del tempo”. Nello stesso modo, alla fine, in cui si consuma la poesia, destinata a estinguersi: “Il vento storce / la pioggia / scudiscia gli ulivi / mansueti / dentro di me / un fuoco / brucia / parole e versi / come quaderni / sulla brace”.

Yahya Hassan: la poesia violenta di un’identità.

foto-20Giulio Gasperini
AOSTA – È stata la raccolta poetica più venduta in Danimarca. Accanto ai nomi di Karen Blixen, di Søren Kierkegaard, di Hans Christian Andersen, Yahya Hassan ha imposto anche il suo, che campeggia deciso, bianco su fondo nero, sulla copertina della sua silloge (Rizzoli, 2014); che non ha titolo, tranne, appunto, il suo nome. Yahya Hassan è un palestinese, classe 1995, apolide. Il suo passaporto, adesso, è danese. Ma la sua storia è quella di un ragazzo in cerca di un’identità. Una ricerca feroce e tremenda, che lo ha portato in tante comunità adolescenti (“E quanti tutti sono stati picchiati e mandati nelle stanze / si beve il caffè”), separato dai genitori e dai fratelli, in una ribellione continua a una cultura di origine che oramai era lontana e a una cultura di arrivo che lo rifiutava e non lo accettava: “A scuola non si può parlare in arabo / a casa non si può parlare danese”.
Violando qualsiasi regola della netiquette, le poesie di Yahya sono tutti scritte in maiuscolo, quasi fossero gridate dalle pagine bianche. E quello di Yahya Hassan è proprio un grido, feroce, furioso: è una protesta indocile, cruda. L’umanità viene scarnificata, ridotta all’essenziale; e l’essenziale è violenza, spesso gratuita ma in ogni caso pare imprescindibile, irrimediabile. Yahya non si fa problemi nel raccontare aspetti cruenti e mortificanti: tra le righe è però evidente il disagio, il rischio dell’annichilimento, l’ostilità verso un modo precostituito e completamente attrezzato nel difendersi contro un nemico inesistente. Il conflitto con il padre (“Cinque figli in fila e il padre con la mazza”), l’ostilità verso una nuova madre con nuovi fratelli e sorelle (“Ma sua moglie dice / che non devo toccare i suoi figli”), diventa ben presto exemplum di un’ostilità rivolta all’autorità, che comanda e bastone, che impone e obbliga, piuttosto che cercare di comprendere ed armonizzare: “Altri educatori / spaccano il vetro e mi danno una ripassata”.
La lucidità di questo diciannovenne è incredibile, sbalorditiva: “E tu dici che vorresti / non fossimo mai nati”. Meglio di qualsiasi trattato di sociologia o antropologia riesce a coinvolgere il lettore, a trascinarlo in una serie di teorizzazioni (sotto forma di poesia, ovviamente) che riguardano la nostra epoca, i nostri nuovi anni Dieci. L’integrazione fallita, il rifiuto di un modello di meticciato, l’inesistente disponibilità all’accoglienza: “È così che si muove il traffico / fatto in un autobus fermo al rosso al Digterparken / un gruppo di negri scende a Søren Frichs Vej / oltre il ponte – un altro ghetto”; e, di conseguenza, il riaffermarsi di modelli autocratici e razzisti, l’incapacità di gestire l’alterità (“Lo psichiatra controlla a tutti la testa e il culo / e le bocche vengono riempite di psicofarmaci”), l’individuazione di un capro espiatorio che sia “l’altro”, il “diverso”, la minoranza debole e scarsamente difendibile: “13 anni e ricercato salgo su un treno per la Danimarca”.
Spesso, però, come si evince da queste poesie, è la stessa minoranza che non può fare a meno di sentirsi tale: circondata dall’odio, dal disagio dell’incontro, dall’ostilità più o meno aperta rischia di diventare referente di (e a) sé stessa. E di nuovo si richiude in forme ancora più crudeli di esclusione e precarietà: “Sono sonno senza sogni / come una spia in isolamento volontario”.