25 anni di Sinnos: inizi, traguardi e consigli nell’intervista a Della Passarelli

sinnos_chronicalibriGiulia Siena
ROMA – Sinnos è una casa editrice fatta di persone e per le persone. Il fine di questa onlus, infatti, è creare storie che interpretino la bellezza e la ricchezza di una società multietnica, dalle mille sfaccettature. Per fare questo Sinnos ascolta, incontra, legge e osserva; per fare questo Sinnos – e l’entusiasmo di tutte le persone che fanno Sinnos – non ci mette solamente le capacità, ci mette anche il cuore. Non sto qui a raccontare in cosa si distingue un prodotto editoriale fatto anche con il cuore, sicuramente lo saprete anche voi, lo riconoscete subito: dalle parole, dai tratti delle illustrazioni, dai personaggi e dalle storie. Sinnos fa questo da venticinque anni, lo fa da quando la letteratura per bambini era ancora un sogno, un miraggio di pochi, una nicchia senza grosse pretese. Le cose sono cambiate nel mondo editoriale; Sinnos è cresciuta, quello che ha fatto in passato lo fa anche oggi, ma sempre al meglio. Per sapere come è nata e come è andato quest’ultimo quarto di secolo abbiamo parlato con l’anima di Sinnos Edizioni, Della Passarelli (nella foto in basso), direttore editoriale. Continua

“Una luce per la memoria, una luce per la libertà”: la storia raccontata con immagini e parole

Una luce per la memoria, una luce per la libertà_CAPATTI_chronicalibriGiulia Siena
PARMA “Ormai di tutti coloro che hanno combattuto siamo rimasti in pochi. La vita ha ucciso quelli che non sono morti in guerra. Alla fine restano le nostre giacche e le nostre storie raccontate.” Per questo bisogna ricordare, ripercorrere, raccontare. Per questo, per la libertà e il suo significato, che bisogna tornare in Bielorussia, in quelle terre prima violentate dalla guerra e poi martoriate dall’uomo; tornare per ascoltare le ultime voci, catturare le immagini. Questo hanno fatto il fotografo italiano Sandro Capatti e la giornalista bielorussa Nadzehda Kalinina: sono andati alla ricerca dei superstiti di quella generazione di bielorussi che combatté e respinse gli invasori tedeschi dell’allora Unione Sovietica, ne hanno raccolto le voci, gli sguardi, le rughe, le cicatrici e i ricordi. Continua

Skantinato58 Bibliocafè, un sogno di provincia tra libri e bontà

Skantinato58_chronicalibri intervistaGiulia Siena
FOGGIA – Siamo a Troia, un suggestivo paese dei Monti Dauni, in provincia di Foggia. Siamo qui per raccontarvi un posto che ci piace. Qui, qualche anno fa, Chiara Neri e suo marito Giuseppe Beccia, due giovani coraggiosi sognatori hanno deciso di aprire un luogo che raccogliesse libri, musica, colori e sapori del territorio. Hanno deciso che qui, in un soleggiato locale che si affaccia sulle colline circostanti, potesse nascere Skantinato58 (Via Ritucci ). Oggi Skantinato è ritrovo, luogo di scambio, lettura, location teatrale, spazio per insegnare l’arte della lettura e il piacere del disegno. Entrate a conoscerlo con noi attraverso le parole di Chiara.

 

Che cosa è Skantinato58?

Skantinato 58 Bibliocafè è tante cose insieme. Una biblioteca. Una libreria. Un spazio di aggregazione dove ascoltare della buona musica inedita, assistere ad uno spettacolo teatrale in una dimensione intima, partecipare a dei laboratori per sviluppare abilità e immaginazione. E poi è anche una caffetteria speciale, dove degustare un buon caffè o un tè equosolidali o prodotti a Km zero: dai salumi ai formaggi, dalle birre artigianali al vino, ovviamente.

Come e quando nasce in voi la voglia di creare un luogo di incontro e confronto, un posto in cui la grandezza dei libri si sposa con l’aroma del caffè e delle tante bontà locali?

Ogni progetto nasce da delle propensioni personali. Noi abbiamo unito il nostro amore per la lettura e per le storie belle, da leggere e da raccontare, con il piacere di sorseggiare un buon caffè da soli o in compagnia di un amico. Così abbiamo deciso di mettere a disposizione della comunità una parte di un fondo privato e degli spazi per tradizione di famiglia occupati da prove musicali, feste, riunioni editoriali o di impegno civile e politico. Infine, abbiamo deciso di allestire un angolo bar per sostenere un’altra filosofia di commercio, quello di “altromercato” appunto, e per valorizzare le eccellenze dell’economia del nostro territorio. Ne è nato un contenitore culturale a 360 gradi, dove poter discutere, interrogarsi, crescere.

La sfida di Skantinato è anche una sfida sociale: dare vita a una libreria-cafè in provincia. Creare una cosa del genere in un piccolo paese della Puglia da una marcia in più al vostro progetto?

A noi sono sempre piaciute le sfide. Quando siamo venuti a vivere a Troia, ormai quasi 5 anni fa, abbiamo deciso di scommettere sulla sua storia, sulla sua cultura, sulle sue tradizioni. Lo abbiamo fatto per amore, certo, ma soprattutto per la convinzione che la provincia di Foggia abbia un immenso patrimonio artistico-culturale di cui spesso si è inconsapevoli oppure, all’opposto, che si considera per eccessivo campanilismo come sufficiente a se stesso. Noi siamo convinti che fare cultura oggi, in particolare in provincia, non possa prescindere dalla voglia di contaminarsi, di ri-scoprire. E questa è la sfida che con Skantinato 58 portiamo avanti.

skantinatoSecondo voi perché un giovane dovrebbe scommettere sui libri e aprire una libreria oggi?

In questi ultimi mesi spesso ci siamo sentiti dire “Anche io avrei voluto aprire un posto così!” oppure “Avete realizzato uno dei miei sogni!”. Noi abbiamo creduto fino in fondo al nostro sogno. Noi ci siamo dati una possibilità e l’abbiamo voluta condividere con questa terra. C’è ancora tanta gente che ha voglia di ascoltare racconti e sorprendersi. Ci sono tante persone che hanno il desiderio di confrontarsi senza frenesia, senza o semplicemente oltre la cornice di un hashtag e di un mi piace. Noi nel nostro bibliocafè e nella nostra vita ne abbiamo incontrate tante. Per fortuna.

Quali sono i prossimi eventi preparati da Skantinato58 per grandi e piccoli lettori?

In questo mese e fino a marzo continua “Fiabe e Marmellata”, il ciclo di letture ad alta voce per bambini: siamo convinti che lo stimolo alla lettura passi per i più piccoli dall’esempio dei propri genitori e degli adulti in generale. Per questa ragione ormai da ottobre organizziamo ogni due domeniche un pomeriggio dove coppie di genitori, di nonni o di adulti leggono delle storie ai più piccoli e poi si passa tutti insieme ad attività laboratoriali e ad una sana merenda a base di pane locale e marmellata biologica e cioccolata spalmabile, rigorosamente del mercato equo-solidale.
Il 20 febbraio presenteremo “Fulmine” con l’autore Lello Gurrado; una storia intensa, che vede come protagonista un giovane di origine pugliese che va al nord a cercare stabilità ma si ritrova di fronte alle stesse ingiustizie che non accettava nel suo paese. Un ragazzo che non riesce a stare bene se non fa qualcosa per cambiare ciò che di brutto esiste al mondo Un ragazzo a cui ci sentiamo molto vicini. Ma poi ci sarà anche “Contagocce, brevi storie in una stanza”, uno spettacolo multiforme in due atti, che toccherà temi scottanti, puntando il dito contro il comportamento folle di alcune multinazionali responsabili della fame nel mondo e di conflitti armati. Sino a sfociare nel Mediterraneo, il “Mare nostrum” punto di contatto di popoli e culture. Un laboratorio per bambini il 13 febbraio, in cui realizzeremo tante maschere colorate. E ancora il lancio di una web radio in cui si parlerà di libri e di tanto altro.

Tre libri da consigliare ai nostri lettori?

“Bisognerà” di Thiery Lenain e con illustrazioni Olivier Tallec: la storia di un bimbo che osserva il mondo da un’isola lontana, metafora del ventre materno, e vede le sue tante imperfezioni. Lui pensa “Bisognerà cambiarlo e Bisognerà proteggerlo”. E, nonostante tutto, con coraggio deciderà di nascere e di provare a renderlo un posto migliore.
“Binario Zero. Storie da Foglio di Via”. Un libro che raccoglie le storie di quei nuovi poveri e degli esclusi della città di Foggia, che i ragazzi del periodico “FogliodiVia” hanno deciso di non lasciare nella polvere e nell’indifferenza. Infine, “Il desiderio di essere come tutti” di Francesco Piccolo; una storia provocatoria, che insegna a guardarsi dentro e in cui è impossibile, per affinità o opposizione, non rispecchiarsi.

 

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“Enciclopedia della Moglie Modello”: la parodia dello zerbino. Intervista ad Annalisa Aglioti

enciclopedia-della-moglie-modelloGiulia Siena
PARMA
– Abbiamo conosciuto il suo libro, Enciclopedia della Moglie Modello, qualche mese fa. Ora, per capire come è nato e dove arriverà il libro pubblicato da Anteprima Edizioni, abbiamo chiesto a lei, Annalisa Aglioti (nella foto in basso) – la Moglie Modello di Colorado Café – di raccontarci avventure e sventure di una MM alle prese con la vena letteraria.

 

 

Annalisa Aglioti torna a vestire i panni della Moglie Modello per l’ironico e irriverente “Enciclopedia della Moglie Modello”. Come nasce questo libro?

L’idea di questo libro nasce da un incontro abbagliante. Sin da piccola, avendo avuto la fortuna di avere conosciuto quattro nonni meravigliosi, sono stata sempre appassionata di tutto l’universo di oggetti che li circondava che a me apparivano magici per il fatto di avere una storia così lunga e lontana. E così negli anni nelle loro case ho sempre curiosato, mi sono sempre innamorata di qualche oggetto, una borsetta, una fotografia, un paio di occhiali, un libro che loro sistematicamente mi regalavano con grande generosità, contenti che qualcuno desse di nuovo importanza a cose che per loro avevano avuto un grande significato in passato e che molti consideravano soltanto “vecchie”. Quanti oggetti ho salvato dalla “furia” di mettere a posto e di buttare di mia madre o delle mie zie! Un giorno, qualche anno fa, mi sono ritrovata tra le mani un volume della vecchia “Enciclopedia della donna” dei fratelli Fabbri che negli anni Sessanta era un vero e proprio must. Si trattava di uno dei tanti libri o riviste che in quegli anni cercavano di delineare il modello di casalinga perfetta in ogni dove, in casa, al mercato, con gli amici, in ufficio o dalla suocera, il cui primario obiettivo doveva sempre essere quello di rendere felice il marito e la famiglia. Il tutto sempre condito da un costante appello alla modernità nella scelta dell’abbigliamento o degli elettrodomestici come si addiceva ad una donna del pieno boom economico. Sono rimasta abbagliata dall’effetto comico che aveva rileggere alcuni passi e alcune vignette dove ti spiegavano ad esempio come conversare e con chi durante un viaggio in treno facendo distinzione se l’interlocutore fosse sposato o meno o come disporre gli invitati durante una cena in casa. E qui la cosa divertente è che durante questa eventuale cena viene indicata la presenza di una “ragazza carina” da mettere accanto al padrone di casa, ossia al marito, ragazza che nessuna di noi naturalmente oggi si sognerebbe di invitare a casa. E così ho letto quell’Enciclopedia tutta di un fiato e ho deciso di farne una parodia dopo cinquantanni, riportandola ai tempi e agli usi di oggi, come se una signorina di quell’epoca si trovasse a vivere nel 2014.

Per questo libro, il tuo famoso personaggio televisivo, pieno di sagacia e ironia, si arricchisce di un apparato storico: la moglie anni Sessanta. Accoppiata vincente?

Per me è vincente perché sono divertita moltissimo a scrivere questo libro e mi diverto durante ogni presentazione che faccio in giro per l’Italia dove incontro sempre tante donne che si immedesimano e ridono con gusto. Spero che sia vincente anche per le lettrici, che se ne innamorino e che lo leggano e spero soprattutto di essere riuscita a far arrivare lo spirito autoironico con il quale l’ho scritto: una sorta di manuale di confidenze segrete ed umoristiche tra donne che sorridano leggendolo insieme o regalandoselo l’un l’altra

 

AnnalisaAglioti_intervistaL’enciclopedia è piena di consigli e dritte per far si che da semplice moglie si diventi Moglie Modello. Ma la tua MM è anche un po’ zerbino. Funziona sempre?

La moglie modello è davvero zerbino, è addirittura devota a Santa Zerbina, patrona di tutte le mogli modello alla quale è dedicata un’intera voce del libro. Ma naturalmente il senso del libro è tutto da leggere al contrario. Descrivendo tutto ciò che serve a noi donne per diventare il sogno di ogni uomo, ossia un elettrodomestico con il perizoma, in realtà cerco di scardinare attraverso l’ironia tutte quelle aspettative multitasking da cui noi donne siamo ancora condizionate in tantissime delle nostre scelte e che molti uomini e molte famiglie ancora vorrebbero. Il libro poi, sempre al livello comico, descrive quella che io definisco come la Sindrome della Coiona, ossia quel meccanismo di dipendenza affettiva da un uomo che non ci ama e non ci stima che ci porta ad assumere una serie di comportamenti perfetti e zerbinanti pur di conquistarlo e non di non restare sole. Da sempre l’ironia è un grande veicolo per esorcizzare e superare luoghi comuni e pregiudizi e spero nel mio piccolo di essere riuscita anche io orientare la mia scrittura in questa direzione.

Remissiva, silenziosa, servile e, a tratti, trasparente, la Moglie Modello è quello che vorrebbero certi uomini o quello a cui  aspirano alcune donne?

Indubbiamente credo che da qualche parte si annidi ancora il desiderio e la fantasia di tanti uomini di avere accanto una donna tipo la moglie modello che non abbia una sua identità autonoma al di là del matrimonio e della famiglia. Alcuni non accettano di avere accanto una compagna che abbia una forte personalità, un senso critico personale nel modo di guardare il mondo e una libertà mentale che le permette di seguire, oltre alla famiglia e alla coppia, un suo percorso di vita e di crescita personale nel lavoro, nelle amicizie, nei suoi interessi nel tempo libero. La nostra grande fortuna che non dobbiamo mai dare per scontata visto che è il risultato di tante battaglie culturali fatte dalle nostre mamma e dalle nostre nonne con il femminismo, è che nella maggior parte dei casi, nel nostro paese,almeno sulla carta, siamo libere di scegliere che strada prendere, che lavoro fare o non fare, e soprattutto che tipo di uomo avere accanto. Sta a noi non sprecare questa libertà, non farci condizionare psicologicamente e non farci mai, per nessun motivo, diventare vittime di un rapporto e di un uomo.
E se questa Enciclopedia della Moglie Modello avesse un seguito?

Magari, perché no? Ci penserò! Al momento non potrei scriverlo perché oltre che nella promozione del libro sono impegnata sul set di un bellissimo e poetico film, si chiama “Basta poco” ed è diretto da Andrea Muzzi e Riccardo Paoletti. Sono molto entusiasta perché la storia è veramente divertente e delicata e ci sono degli attori meravigliosi come Ninni Bruschetta, Paolo Hendel, Daniela Poggi, Marco Messeri e lo stesso Muzzi con Max Galligani. Per adesso allora continuo a promuovere questa Enciclopedia con eventi e spettacoli in tutta Italia e soprattutto sui social network dove ho avuto la fortuna di incontrare voi che ringrazio per l’attenzione e l’interesse. Il mio sogno è che diventi un best seller anche perché il libro è dedicato alla mia amata nonna Isabella che purtroppo da gennaio non c’è più. Il libro doveva contenere una dedica a lei ma purtroppo per una distrazione non è stata stampata. E allora spero in una ristampa proprio per poter reinserire questa dedica “Alla mia nonna modello Isabella, alla quale non ho mai sentito dire: adesso non posso ho da fare”

Un’avventura chiamata Calabuig, il nuovo marchio della narrativa di qualità

LOGO CALABUIGGiulia Siena
MILANO 
Calabuig è un nuovo marchio nato dall’esperienza e dalla passione di un gruppo di professionisti che non ha mai smesso di credere nella qualità e nella dignità del mestiere di editore. Calabuig è una scommessa, una nuova avventura che punta a portare in Italia libri che accendano nel lettore più attento l’attenzione e il gusto della lettura. Calabuig – così come il nome suggerisce – è un’isola felice, un altrove in cui i libri sono svago e piacere. Ma questa nuova realtà editoriale prima di tutto nasce con una missione precisa, che è insieme una promessa ai lettori: rilanciare la narrativa all’insegna di garanzia e indipendenza. Per scoprire questo nuovo mondo fatto di dedizione e qualità delle pubblicazioni e delle storie, abbiamo intervistato Mariarosa Bricchi (nella foto in basso), direttore editoriale della neonata casa editrice.

 

Come nasce Calabuig?
Calabuig nasce dall’esperienza di Jaca Book, la casa editrice che in quasi cinquant’anni di attività ha pubblicato oltre 4.000 titoli che vanno dalla saggistica alla filosofia, dalle scienza sociali alla storia delle religioni. In questa lunga esperienza, però, la narrativa ha sempre trovato troppo poco spazio: da qui la necessità di intraprendere una nuova avventura, Calabuig, un marchio editoriale nuovo che vuole rilanciare la narrativa all’insegna di garanzia e indipendenza fatta da persone che stanno provando a scegliere per il mondo delle storie belle e di qualità.

Perché il nome Calabuig?
Calabuig è stata una parola evocativa e bizzarra. Calabuig è anche il titolo di un film degli anni Cinquanta diretto da Luis Garcia Berlanga con la sceneggiatura di Ennio Flaiano; la storia si svolge a Calabuig, un paesino della costa Catalana vissuto dal protagonista come un altrove, un paradiso e un’evasione dai problemi quotidiani; un po’ come i libri.
“Il romanzo luminoso” di Mario Levrero e “La signora Melograno” di Goli Taraghi sono appena approdati in libreria e sono i primi due titoli di questo nuovo marchio editoriale. Che libri dobbiamo aspettarci di leggere?
Goli Taraghi, con la quale saremo in giro per l’Italia a presentare “La signora Melograno”, è la “grande signora” della letteratura persiana. Nata a Tehran e residente a Parigi dove ha ricevuto l’onorificenza di “Chevalier des Arts et des Lettres”, Taraghi raccoglie in questo libro storie che nascono dall’avventura della lontananza. Le storie, invece, che racconta l’uruguayano Mario Levrero nel suo “Il romanzo luminoso” sono storie belle e strane perché mescolano amarezza e ironia con uno stile tutto particolare. Quello di Levrero, autore di rilievo e punto di riferimento della letteratura sudamericana, è un grande libro – non solo per le 600 pagine che lo compongono – perché è un intreccio di vissuti, un racconto biografico in equilibrio perfetto tra realtà e assurdo.
mariarosa-bricchi_CALABUIGQuesti libri danno il via alla storia Calabuig e sottolineano una linea editoriale volta alla letteratura straniera di qualità. Cosa c’è all’estero che manca alla letteratura italiana attuale?
All’estero non hanno di più, hanno qualcosa di diverso e la nostra voleva essere un’avventura di ricerca, improntata alla scoperta di nuove storie e nuove rotte. Di cose, andando in giro e cercando, se ne scoprono molte perché il mondo è una miniera, tutto sta, poi, nel coinvolgere il lettore e fargli scoprire questi nuovi mondi.

La scoperta, per il lettore, passa dalla traduzione. Una casa editrice che vuole portare in Italia una narrativa straniera all’insegna della qualità, pone sicuramente la traduzione al centro del lavoro editoriale. Che rapporto c’è tra Calabuig e la traduzione?
La traduzione per noi, infatti, è un momento delicatissimo e fondamentale: trovare professionisti, lettori e traduttori (il nome di questi ultimi compare in copertina) di cui mi fido, discutere con loro, confrontarmi durante il lavoro di editing e trovare il giusto compromesso a favore dell’attinenza con il testo originario è un lavoro di primaria importanza.
Qualche anticipazione sui prossimi libri targati Calabuig?
I prossimi libri saranno un vero e proprio giro per il mondo: pubblicheremo libri e scrittori che arrivano da molti paesi diversi e scrivono in lingue diverse. Dopo le prime due pubblicazioni già in libreria, sarà la volta di un autore francese mai tradotto in Italia; sono in programma, poi, due romanzi di uno scrittore turco, il libro di un’autrice argentina di grande spessore, un romanzo egiziano, un piccolo classico della letteratura ungherese, un romanzo di uno scrittore giapponese di ultima generazione e un romanzo australiano. C’è proprio tutto, ora attendiamo il responso dei lettori!

Intervista ad Alfonso Bottone, Incostieraamalfitana.it la cultura si da appuntamento in “paradiso”. Fino all’11 luglio.

foto Massimo PicaGiulia Siena
AMALFI
Incostieraamalfitana.it Festa del Libro in Mediterraneo, l’ottava edizione dell’evento culturale più vivo e dinamico di questo periodo, è partito presentandosi a Roma poco più di un mese fa. Da allora, ogni sera, vivacizza la vita culturale di 11 città del territorio amalfitano con eventi, presentazioni, musica, spettacoli, attori, giornalisti, scrittori e protagonisti della scena culturale italiana e internazionale. 45 serate in programma che vedranno l’epilogo, glorioso, l’11 luglio a Vietri sul Mare per premiazioni, saluti, tanta musica e parole. Per addentrarci nella grandiosa macchina organizzativa di Incostieraamalfitana e conoscere meglio programmi e obiettivi abbiamo intervistato Alfonso Bottone (nella foto in basso), giornalista, scrittore e organizzatore dell’evento.

 

 

Incostieraamalfitana.it, Festa del Libro in Mediterraneo è tornato, per più di un mese, in uno dei più suggestivi territori della Penisola e lo fa con tanti eventi e protagonisti in programma. Cos’è Incostieraamalfitana.it?

Incostieraamalfitana.it, per la location, e non solo, è un evento che non ha eguali nel panorama letterario italiano. Questo perché Incostieraamalfitana non è solo la Festa del Libro ma è la festa dellla cultura, anche grazie al sostegno di partner d’eccezione come il Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i beni e le attività culturali e il patrocinio, tra gli altri, del Consolato del Benin a Napoli e dell’Università degli Studi della Tuscia. Attorno al libro, poi, ruotano tutti gli altri appuntamenti: momenti di musica, spettacolo, informazione, esperienze imprenditoriali e testimonianze tutto per festeggiare il libro e la cultura.

All’interno del ricco programma di appuntamenti di Inocstieraamalfitana spicca l’ormai celebre Premio Costadamalfilibri; come avviene la selezione e quali sono i libri in concorso per questo 2014?
Da una prima selezione di tutte le novità letterarie di questo ultimo anno sono state scelte 30 opere che attraversano tutti i generi letterari, dal saggio politico al romanzo, per raccontare tutto il possibile in un libro. 15 delle 45 serate di Incostieraamalfitana sono dedicate al Premio Costadamalfilibri in cui i 30 autori (di piccole e medie case editrici con qualche grande nome) presentano il proprio libro e si confrontano con colleghi e pubblico. Un’occasione di confronto, crescita e stimolo alla lettura, fino alla serata di premiazione che vedrà il vincitore omaggiato con una scultura di legno intersiato del maestro Silvio Amato, simbolo prezioso che lega ancora di più l’evento al territorio.
Tema di questa edizione è l’Italia che riparte. Può l’Italia ripartire dalla cultura?
Io ne sono convintissimo e sono convintissimo del fatto che se l’Italia puntasse sulla cultura potrebbe uscire da questa crisi. Questo perché il nostro è un Paese ricco di bellezze, naturali ed artistiche, patrimonio affascinante di prodotti e opere, culla dei più belli e suggestivi territori del mondo.
foto Alfonso BottoneTerritorio è una parola che torna spesso parlando di questo grande evento culturale.
Sì, torna spesso perché la grandezza di questo evento la fanno anche i bellissimi luoghi scelti come location per le 45 serate in programma. Fulcro dell’evento, infatti, è stato e sarà anche il territorio amalfitano che con Salerno e i dieci paesi della costa e dell’entroterra che ospitano la manifestazione regala uno scenario d’eccezione a ogni appuntamento.

Cosa si è visto fin’ora durante le tante serate di Incostieraamalfitana?
Si è visto molto, abbiamo vista tanta gente che si è avvicinata al libro e alla cultura, poi: tanta musica, corti cinematografici con il Premio “Libri in… corto” poi libri, presentazioni, il concorso letterario “Design Artigianale” e quello scolastico “Scrittore…. in banco!”. Poi abbiamo visto solidarietà grazie al progetto contro la dispersione scolastica nato con il consolato del Benin a Napoli. Il resto è quello che vedremo – tanto ancora! – nelle prossime serate, fino all’11 luglio, nei diversi appuntamenti. Stasera, vi anticipo, a Conca dei Marini (Sagrato Chiesa San Pancrazio) per il Premio Costadamalfilibri avremo Mario Avagliano e Marco Palmieri autori di “Di pura razza italiana” (Baldini & Castoldi) e Letizia Vicidomini autrice di “La poltrona di seta rossa” (Homo Scrivens) intervistati da Franco Bruno Vitolo per presentare i libri e confrontarsi insieme al pubblico e agli appassionati.

Visto che abbiamo parlato così tanto di libri, novità editoriali e voglia di ripartire dalla cultura, suggerisci i tuoi libri da leggere per questa estate 2014.
Compito arduo – spero non me ne voglia nessuno – ma suggerirei, partendo dai giovani scrittori, “Io non sono ipocondriaca” il libro di Giusella De Maria; poi, “Alina.Autobiografia di una schiava” di Giovanni Garufi Bozza, “Mathilde bianca di calce” di Francesco Puccio e, infine, per chi ama il genere consiglierei “Warrior. La vendetta del guerriero” di Antonio Lanzetta.

 

 

 

Vedi QUI il programma completo della manifestazione

Intervista: Aldo Putignano, fare libri è una necessità, una vocazione e un talento.

Aldo_Putignano_intervista_chronicalibriGiulia Siena
MODENA – Ci siamo incontrati tante volte, io e Aldo Putignano. Ogni volta io ero alla ricerca di nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie; lui era dall’altra parte, a suggerirmi nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie. Ogni volta che incontro Aldo Putignano lo riconosco dalla sua schiettezza, dalla determinazione e della passione. E questa volta ci siamo incontrati a Modena, in occasione del Bukfestival 2014. Ma questa volta non mi sono fermata a cercare nuovi libri, scrittori emergenti e buone storie. No, questa volta, ho voluto fermarmi di più e chiedergli chi è, che fa e perché lo fa; poi, per capire insieme a lui qual è la direzione che sta prendendo il libro. Perché chiederlo a lui? Perché Aldo Putignano, oltre a essere editore di Homo Scrivens, è anche uno scrittore dalla penna intelligente, sagace e divertente, con il libro “Social zoo”, infatti, ha vinto il Premio Carver 2013.

 
Homo Scrivens nasce nel 2002, casa editrice dal 2012. Raccontaci questa storia.
Siamo nati nel 2002 come Compagni di Scrittura, un gruppo di scrittori prestati all’editoria. Abbiamo unito le nostre forze per parlare al pubblico e agli operatori del settore per proporre anche eventi culturali. Il contesto nel quale ci siamo mossi è quello del Sud di Italia, territorio che vive molto di riflesso su molti argomenti tutt’oggi quasi filtrati dal giudizio delle grandi industrie culturali dislocate altrove. Così dopo dieci anni e numerose collaborazioni, anche con case editrici napoletane, abbiamo deciso di fare il grande passo e provare a dare a questa nostra passione una nuova stabilità in grado di portare avanti i tanti autori che nel frattempo erano cresciuti e meritavano uno spazio ulteriore.

 

Questo spazio è diventato Homo Scrivens, una casa editrice attiva e lungimirante. Cosa pubblicate e quali sono i libri oggi in catalogo?
In due anni siamo vicini ai settanta volumi, una produzione già di per se abbastanza ampia che da grande spazio alla narrativa. Quest’ultima nella collana Dieci, prende il nome dalla scelta di pubblicare solo dieci libri l’anno; accanto, con risultati molti importanti, c’è la collana Scout, dedicata agli scrittori emergenti ed esordienti. Per il prossimo anno tre dei libri che pubblicheremo nella collana Dieci sono autori che hanno già pubblicato con Scout, segno di una attenzione significativa del mercato verso i giovani. Inoltre, la collana Polimeri dedicata alla scrittura collettiva e collana nata con il libro “Enciclopedia degli scrittori inesistenti”. Poi una collana dedicata alle Arti per dare spazio a quei diversi generi che il mercato ha spesso “maltrattato”: poesia, teatro, critica letteraria; una sezione che vuole essere un segnale di apertura verso le arti.

 

Molti libri targati Homo Scrivens hanno ottenuto risultati importanti; tra questi, sicuramente, c’è “Social Zoo”, il libro di cui sei autore e che si è aggiudicato il Premio Carver 2013.
Il Premio Carver è un premio speciale ed è stata per me una gratificazione enorme, anche perché non pensavo di cimentarmi. Mi sono, quindi, sorpreso a vincere e sono stato felicemente sorpreso di vedere come in Italia ci siano premi letterari per i quali il marchio editoriale non è importante; c’è, invece, una lettura attenta e magari si cerca di premiare e non di penalizzare la voglia di ricerca, la sperimentazione e le idee innovative degli autori.

 

La sperimentazione e le idee innovative degli autori sono alla base di Homo Scrivens che, tra le altre cose, si è sempre schierata contro l’editoria a pagamento. Una scelta normale che diventa quasi coraggiosa nel panorama delle piccole e medie case editrici.
Il motivo quasi naturale di questa scelta è che noi siamo scrittori, l’editoria viene dopo e l’editoria è un passaggio che ci serve a portare avanti altri scrittori. Comunque penso che nessun editore dovrebbe essere imprenditore con i soldi degli altri, dovrebbe poter rischiare, metterci la faccia e investire in quel che crede. Per questo non ci sentiamo colleghi di queste persone, di chi vuole lucrare sull’entusiasmo di giovani e meno giovani. Dall’altra parte chi scrive per pubblicare a pagamento, anche se ingenuamente, è complice di questo sistema poiché pensa che non si possa fare altrimenti, pensa che pubblicare pagando sia l’unico modo o comunque una scoricatoia. Io chiedo a chi ci legge di evitare queste scorciatoie e confrontarsi con i professionisti perché la scelta di pubblicare pagando è una scelta che non paga.

 

Sul sito di Homo Scrivens campeggia la scritta “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, il bando di un concorso letterario. Titolo un po’ provocatorio, non pensi?
Il Concorso è indotto dalla Biblioteca Nazionale di Napoli rivolto a giovanissimi alla prima pubblicazione, al primo incontro con il mondo della scrittura. Il titolo, “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, è stato scelto un po’ come “provocazione” perché spesso ci vengono proposti dei testi scritti di getto e poi inviati, senza nemmono rileggerli. Questi testi si presentano come una cascata di parole, quasi come se la scrittura – per esempio quella dei social network – sia solamente un canale per esprimersi in maniera immediata, senza la meditazione del messaggio. La seconda parte del titolo “… scrivere male fa peggio” vuole essere un invito a riappropiarsi delle possibilità della scrittura che è un’arte nobile, che ti permette di conoscerti, di leggerti e quindi un invito a passare a una comunicazione più profonda e più vera.

 

Quali sono i tre libri targati Homo Scrivens che Aldo Putignano ci consiglia per la primavera?
Consiglio un nuovissimo romanzo che uscirà nei prossimi giorni tra i nuovi titoli della collana Dieci, “Aria di neve”, un giallo consigliato da Marco Malvaldi e scritto da Serena Venditto, già autrice de “Le intolleranze elementari”, piccola rivelazione dello scorso anno. Poi vi suggerisco di leggere è la spy story “Ragazzi straordinari” di Giancarlo Marino che con una scrittura molto molto forte descrive la storia di cinque ragazzi in una città immaginaria molto simile alla Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino. In ultimo – anche se la scelta è ampia – segnalo “Tutto andrà nel migliore dei modi” di Rosalia Catapano, prequel ideale di “Solo Nina”, quest’ultimo libro rivelazione che ha avuto importanti riscontri per noi che abbiamo piccoli numeri.

 

Per Aldo Putignano fare libri è…
Essenzialmente è una necessità, oltre che una vocazione, perché non riesco a pensare diversamente. Vivo fra i libri e sono abituato a questo mondo che mi sono un po’ costruito addosso.

 

Interviste: Cristina Bellemo, la forza delle storie

leggerezzaGiulia Siena
ROMA  
– Parlare con Cristina Bellemo è entrare nelle sue storie, capire che la scrittura è un esercizio necessario, continuo e costante che regala emozioni.  Le emozioni e le suggestioni dell’autrice hanno dato vita a “La leggerezza perduta” (Topipittori), un racconto per spiegare e dare il giusto peso alle parole, anche quelle più complicate e temute.

 

 

 

Che cosa sono le storie per Cristina Bellemo?
Le storie, per me, sono una ragione di vita. La vita è racconto. Credo che il nostro quotidiano, le relazioni con noi stessi e con gli altri siano intessuti di storie: storie che ascoltiamo, storie che narriamo, storie che ci cambiano, ci insegnano, ci trasformano, ci avvicinano, ci danno gioia e piacere, attribuiscono valore sacro ed esemplare alle esperienze, ci fanno crescere e ci attrezzano per affrontare ciò che ci accade. Leniscono la nostra solitudine. Le storie mi donano emozioni, mi fanno sentire viva: mi piace moltissimo raccontarle, perché possano contagiare le emozioni intense che io stessa ho vissuto; ma adoro anche ascoltarle, incontrarle, imbattermi in esse in maniera imprevista. Mi incantano, mi catturano. Se uno ha una buona storia da narrarmi, sono “in suo potere”. Sono sempre alla ricerca di storie, al punto che talvolta me ne devo difendere: impormi una pausa, allentare la tensione, fare in me un vuoto salutare, “le pulizie di primavera del cuore”, per tornare ad essere accogliente e capace di sorpresa e di meraviglia.

 

Cosa significa scrivere per bambini nel 2013?
I ragazzi, oggi, hanno la possibilità di utilizzare molti media, tutti straordinariamente accattivanti. E, accanto a questo, hanno vite molto “piene”: li vogliamo pianisti, calciatori, ballerini, poliglotti, violinisti, cantanti… e possibilmente geni. Quegli interstizi “vuoti” preziosissimi, indispensabili per prendere consapevolezza di sé, per dare forma alla propria identità sono sempre più rari. I libri, la letteratura, devono puntare sulle loro caratteristiche peculiari, inimitabili, irraggiungibili dalle altre forme di comunicazione e di narrazione, che li rendono affascinanti, ne sono convinta, esattamente come lo erano per i bambini vent’anni, o cinquant’anni fa. Prime fra tutte, la qualità e la bellezza, che poi sono strettamente interdipendenti. Anzi, forse sono proprio la stessa cosa.

 

“La leggerezza perduta” è un racconto in cui ogni parola trova la sua naturale posizione all’interno del testo poiché l’andamento del racconto coincide, quasi in maniera perfetta, con l’intensità del messaggio che si vuole trasmettere. Come è nato questo libro?
Questa storia nasce da una domanda bambina. Quando, qualche anno fa, ha cominciato a ricorrere la parola “crisi”, i bambini mi hanno chiesto cosa significasse, probabilmente anche intimoriti dall’atteggiamento degli adulti, a loro volta spaventati (e, dunque, ben poco rassicuranti) dagli scenari che questa parola prefigurava. Ho riflettuto, innanzitutto, sul valore, e sul peso, che le parole che noi adulti buttiamo in mezzo, come macigni, spesso con superficialità, hanno per i bambini. E mi sono interrogata su come raccontare la crisi ai bambini attraverso la metafora di una storia: ecco, più che un messaggio da trasmettere, cercavo proprio una storia da raccontare. La prima chiave di interpretazione che mi è venuta in mente è stata quella più facile: distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo. Tra le cose leggere e le cose pesanti. Ma questo punto di vista, anziché circoscrivere, definire lo scenario, lo spalancava infinitamente. Fatti salvi i bisogni primari, i diritti fondamentali di ogni persona, la discriminazione tra ciò che è indispensabile e ciò di cui possiamo anche fare a meno ha molto a che fare con la nostra singolarità, con la nostra identità. Non esiste (meno male!) un elenco valido per tutti di ciò che è da conservare e di ciò che è da buttare via: questo sarebbe stato un approccio un po’ presuntuoso e moralistico.

 

In questo libro tutto gravita attorno a quello di cui ci circondiamo: oggetti inutili, azioni sbagliate e pensieri poco piacevoli. Quanto è difficile spiegare ai bambini cosa è il superfluo?
Credo che sia più difficile dialogare sul superfluo con gli adulti, stimolarli a interrogarsi: gli adulti manovratori, e prime vittime, del mercato, che ci crea subdolamente bisogni, necessità addirittura, che non sapevamo nemmeno di avere, che ci vuole perennemente insoddisfatti, che ci insinua la sensazione stabile di inadeguatezza. I bambini hanno dalla loro, fortunatamente, la purezza e l’autenticità che fanno magari considerare un oggetto senza apparente valore meravigliosamente indispensabile, semplicemente perché bello o perché legato a un vissuto importante e specialmente significativo.

 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl grande merito del tuo libro è quello di insegnare al lettore che, se si vuole, si può. E la dimostrazione è la volontà di un re sbadato e pigro che, pur di mantenere quello che ha di più glorioso, la leggerezza del suo regno, si arma di pazienza e voglia di fare. La voglia, il coinvolgimento e la volontà, si possono insegnare?
Nella mia idea re Celeste non è così… eroico! Il fatto che, per qualche momento, si riscuota dalla sua distrazione per assumersi, una volta tanto, i doveri legati al suo ruolo ha più della casualità e della svagatezza, o forse della preoccupazione per se stesso e per la propria incolumità, che della progettualità e della generosità nel servizio. Mi sembrano più “eroici”, nel loro piccolo, i sudditi che, nonostante la loro semplicità e la poca dimestichezza con i ragionamenti filosofici, in maniera molto pratica accettano di mettersi in gioco con molta serietà e disponibilità, arrivando persino al punto di poter rinunciare anche a ciò che hanno di più caro, e vitale, per salvare il castello. L’unica intuizione “geniale” di Celeste centoventitre è la creazione del museo del superfluo, determinata nel suo caso più che altro, probabilmente, dalla sua personale difficoltà a rinunciare alle cose: ma un museo del superfluo, fuor di metafora, è uno stimolo costante a interrogarci su ciò che ha davvero valore per noi, per la cui difesa siamo disposti a lottare. La voglia, il coinvolgimento, la volontà, più che insegnare, si possono contagiare col nostro modo di essere.

 
“La leggerezza perduta” è un bellissimo albo illustrato; quanto contano le immagini in un libro del genere e come si riesce a equilibrare il ruolo della parola e quello dell’illustrazione?
Il lavoro di Alicia Baladan, in questo libro, è straordinario, tanto che non riesco più a pensare la storia slegata dalle illustrazioni di Alicia: sono diventate il mio “immaginario”, come se fossero originariamente l’ambientazione del racconto, e Alicia avesse acceso la luce per illuminarla. Ma Alicia è andata anche ben oltre le parole, ha raccontato altre sfumature della storia, altre storie direi. C’è una tavola, in particolare (ne sono innamorata!), in cui Alicia ha restituito il turbine di oggetti di cui i sudditi si liberano, dopo il proclama di Celeste. Sono a mezz’aria, sospesi tra il volo e la caduta: tra gli altri, ci sono questo fantastico cappello a due piazze, e questo ombrello “da compagnia”, a tre manici, che non compaiono nel testo. Oggetti inutilissimi (un po’ come le macchine munariane) ma meravigliosamente indispensabili, che richiamano, secondo me, anche alla responsabilità sociale di chi crea un oggetto. Aggiungo che, curiosamente, questa storia ha avuto per entrambe, senza che lo sapessimo, il medesimo sottofondo letterario: Dino Buzzati. “Il deserto dei tartari”, per me, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” per Alicia. E infatti i nostri disegni sono pieni di orsi!

 

In che direzione sta andando la letteratura per ragazzi?
Credo che vada formandosi, nella letteratura per ragazzi, una sempre più profonda coscienza della sfida di raccontare il mondo affrontando anche i nodi tematici più spinosi. Con i ragazzi si può, e si deve, parlare di tutto. Questo è molto importante. Viceversa, dovrebbe essere più disponibile ad affrancarsi dai dettami del mercato ma, in questi tempi difficilissimi per l’editoria, temo sia quasi un’utopia.

 

 

ChronicaLibri ha intervistato Alessandro Cortese, autore di “Eden” e “Ad Lucem”

edenAlessia Sità
ROMA – Come ho già detto qualche tempo fa, non sono una grande conoscitrice delle Sacre Scritture, ma devo ammettere che la lettura di “Eden” e “Ad Lucem”, i romanzi di Alessandro Cortese, editi da ArpaNethanno suscitato in me molta curiosità, tanto da persuadermi a rivedere con attenzione il passo della Genesi e non solo. La mia sete di conoscenza, però, non si è placata facilmente. Ecco perché ho sentito la necessità di rivolgere all’autore qualche domanda, per scoprire come comincia la sua esperienza narrativa e come nascono i suoi romanzi e i personaggi che li ‘popolano’.

La tua formazione in ambito scientifico – se non sbaglio sei laureato in Chimica – non ha ‘ostacolato’ la tua passione per la letteratura. Come ti sei approcciato alla scrittura?
Non ricordo un momento della mia vita in cui io non abbia avuto una percezione narrativa della realtà; osservavo le persone, vedendole come personaggi di una storia, e viceversa: leggevo e leggo molto, ma nella mia testa sentivo e sento le voci dei protagonisti in modo diverso. Che poi mi sia laureato in Chimica, suppongo abbia influito ma non come si potrebbe credere: la Scienza mi ha sicuramente aperto la mente, ma amo tutto lo scibile, e morendo avrò il rimpianto di non aver potuto studiare tutto. È vero, però, che i miei studi mi hanno fornito il metodo scientifico, ed applico questo quando mi approccio allo sviluppo dell’intreccio di un nuovo romanzo.
Nei tuoi due romanzi, “Eden” e “Ad Lucem”, hai reinterpretato coraggiosamente la ‘Storia della Creazione’. Cosa ha ispirato le tue opere e come hai deciso di dedicarti alla ricerca religiosa?
Come già detto, amo la Conoscenza più della Scienza: abbiamo il dovere di conoscere e, lungo la strada del sapere, separarsi dalla religione è impossibile. C’è un momento dove ci si immerge nella Scienza, per comprendere le maggiori dinamiche dell’Universo, ma essa viene spesso limitata dall’arroganza di sedicenti scienziati, professori o maestri. Sono costoro, in realtà, dei miopi, perché hanno la pretesa di spiegare qualsiasi cosa e, quindi, anche Dio. Io, da scienziato, so di non sapere e, in base a ciò, so di non poter spiegare molto, figuriamoci Dio! Tuttavia, non poterLo spiegare non significa non effettuare un tentativo di comprendere qualcosa in più su di Esso. Così mi sono spinto oltre la Scienza, com’è giusto fare, ma la mia ricerca non è solo religiosa: è ricerca e basta.
In “Eden” il lettore si sente molto vicino al dramma di Lucifero, che diventa la vera vittima di tutta la storia. Io, infatti, mi sono sentita attratta da questo personaggio, non solo per il suo carisma, emerso tra le righe del tuo romanzo, ma anche per il suo travagliato rapporto con gli altri angeli. Ma qual è il vero intento di Eden? Scardinare le credenze comuni o raccontare semplicemente una storia da un diverso punto di vista, senza altre pretese?
Entrambe le cose. Gli Gnostici, sulle credenze dei quali il mondo di Eden e Ad Lucem è ampiamente modellato, avevano una religiosità che, appunto, scardinava le credenze comuni. Un migliaio d’anni fa, per combattere questi disturbatori della quiete bastava l’inquisizione ed un bel rogo (gli Gnostici ispirarono le eresie dei Bogomili in Romania e dei Catari nel sud della Francia, entrambe spazzate via dalla furia della Chiesa. N.d.A.). Oggi non si può bruciare un autore per quel che dice, c’è una maggiore libertà d’azione e, riproponendo certe tesi, là dove non si riesca proprio a scardinare, si spera almeno di condurre il lettore ad un momento di riflessione; in quella riflessione, altri messaggi possono essere da me inseriti perché vengano ritrovati da chi mi legge. Al di là del pretesto religioso, c’è un evidente aspetto insurrezionalista nelle storie che racconto: istigando alla ribellione del singolo, spero sempre nella capacità di una buona novella a stimolare le altrui coscienze dalla loro stasi. Romanzi come La Fattoria degli Animali o 1984 di Orwell, racconti brevissimi come Mattino Bruno di Pavloff, o ancora Il Processo di Kafka, con me hanno funzionato esattamente così.

23991285_alessandro-cortese-eden-ad-lucem-da-roma-pescara-una-settimana-di-perdute-genti-0La ‘presunta storia d’amore’ che mi sembra di aver intravisto fra Eva e Lucifero, mi ha fatto giungere alla conclusione che tu abbia quasi voluto insinuare che il ‘seme del tradimento’ sia insito nella donna, sin dalle origini. E’ così?
Assolutamente no. Ho ben esposto nei miei seminari, tenuti durante le presentazioni di Eden e Ad Lucem, quanto importante sia la figura della donna in ogni mito e credenza. Nella Bibbia, Eva è controparte femminile di Dio, definita madre di tutti i viventi (Genesi: 3.20) e forza creatrice al pari di Yahweh. La nostra interpretazione della religione glissa decisamente su quest’aspetto, fa di Eva il capro espiatorio del peccato originale e nega il Culto della Madre privandoci, con esso, del nostro naturale legame con la Terra (rappresentata, appunto, dalla Donna). Cabalisticamente, la Terra è Malkuth, la base della nostra esistenza: qui siamo intrappolati perché schiavi della pulsioni carnali; ma, in quanto base, da Malkuth si innalza l’Albero Sefirotale della Conoscenza (l’Albero del Bene e del Male, N.d.A.): risalire l’Albero è l’unica strada per ricongiungerci al Tutto, cioè a Dio, ma negando il Culto della Madre, negando il nostro legame con la Terra (con Malkuth) e negando la forza divina, magica e creatrice di Eva, impediamo a noi stessi la risalita. La religione cattolica, come le altre grandi religioni monoteiste, tutte spesso portatrici di un messaggio terribilmente misogino, in quest’ottica non ci riavvicina a Dio ma ci allontana da Esso. In Eden e Ad Lucem, in entrambi i romanzi ma in modo diverso, il personaggio di Lucifero nasce attraverso il suo rapporto con Eva, ristabilendo in un certo qual modo quel legame madre/figlio che Eva ha con tutto il Creato.
In “Ad Lucem”, Lucifero si trasforma completamente in Satana, diventa un “dittatore”, l’emblema della “ribellione”. Cosa rappresenta per te l’Angelo della Luce?
Una forza furiosamente anarchica, incapace di scendere a compromessi. Non ha interesse nel potere, non ha interesse nell’amore, non ha interesse in ciò che non riguarda direttamente la Fine: è l’alfiere della distruzione ed il latore della rinascita, perché soltanto attraverso la morte si ha la resurrezione e la vita. Lucifero si fa portatore di un messaggio, chiedendo a chiunque di ricominciare da capo. È un leader, capace di farsi carico di responsabilità che nessuno vuol prendersi: crede ciecamente nella sua idea, così gli altri possono scegliere di ascoltarlo come un Profeta o accettarlo come Avversario (Satana, nel Corano Shaiṭān, vuol dire proprio Avversario). In questa cornice, il termine dittatore è decisamente appropriato: quando uno solo si fa carico del destino di tutti, è facile cadere nei totalitarismi.
Lillith ed Eva, scontro fra due archetipi femminili. Entrambe rappresentano il simbolo delle passioni carnali? In che cosa differiscono?
Non solo le passioni carnali ma, in modo più ampio, l’archetipo femminile racchiude pure la passione della carne. Nella mia narrativa, Eva è allegoricamente la donna spesso rinchiusa tra le mura domestiche: è madre, moglie e figlia, ruoli che le danno un enorme carico di responsabilità, in particolar modo avendo accanto Adamo che le usa violenza, ed un Padre/padrone che le impone delle scelte. È la donna sottomessa, perché crede che la via giusta da seguire sia l’ubbidienza ma, come abbiamo fin troppe volte sentito alla tv e letto sui giornali, quando chi ti sta accanto non ti ama, o ti ama in un modo malsano e malato, non ribellarsi vuol dire dare a costui la possibilità di osare di più, fino all’irreparabile. Lilith, al contrario, è la ribelle, quella pronta a rinnegare tutto e tutti, persino il Padre e il Paradiso, pur di rimanere fedele a sé stessa, alle proprie scelte, pur di mantenere integra la propria dignità d’individuo libero e pensante. Tuttavia, la sua forza non esclude la femminilità ma la esalta.
Qual è la differenza fra il legame Lucifero- Eva e Lucifero-Lillith?
Fondamentalmente nessuna: Lucifero ama entrambe allo stesso modo perché sono la stessa donna; o meglio, Eva e Lilith sono la stessa donna che, in momenti diversi, ha fatto scelte diverse. Quindi, Eva è Lilith, se piuttosto che accettare Adamo ed il diktat venuto dal Cielo avesse rifiutato l’uno e l’altro. Da questo punto di vista, mi è piaciuto seguire le vite delle due, andate avanti su binari paralleli, utilizzando l’espediente narrativo alla Sliding Doors. Narrativamente, l’interazione tra Lucifero ed Eva e tra Lucifero e Lilith permette di mettere in evidenza quanta differenza ci sia tra l’Angelo della Luce che i lettori hanno conosciuto in Eden, e quello che si appresta a diventare Imperator del Doloroso Regno: nel primo dei miei romanzi, Lucifero si lascia consapevolmente distruggere dall’amore; in Ad Lucem fa scelte differenti, perché il martirio, la caduta e l’Abisso lo hanno cambiato profondamente. Raccontare il Diavolo significa spiegare il Diavolo, e questa spiegazione necessita di Eva e di Lilith per essere completa.
Hai avuto qualche difficoltà durante la stesura dei due romanzi? Qualche dubbio su cosa e come raccontare la storia dell’eterno scontro fra Yahweh e Lucifero?
C’è sempre un momento in cui ti chiedi: “E adesso?” Ma proprio in quell’attimo capisco perché faccio lo scrittore: le storie mi meravigliano! Quando ciò che racconto sfugge al controllo razionale della mia penna, quando non so più cosa scrivere, è la storia stessa ad andare dove deve andare. La magia è quando, davanti ai miei occhi, scrivo senza sapere niente di tutto quello che succederà l’attimo dopo, la riga dopo, la pagina dopo. Così le mie storie meravigliano chi le legge, ma il primo ad esserne meravigliato sono io, e so di essere una persona molto fortunata, perché le storie continuano a cercarmi per farsi raccontare da me. Gli scrittori sono antenne: stanno semplicemente in ascolto senza inventarsi niente.
Qual è il tuo rapporto con la Religione?
Conflittuale, per quel che riguarda le religioni tradizionali (tutte le religioni). Sicuramente profondo e molto personale, se parliamo di religione in modo più ampio. Non ho mai creduto che basti una croce sopra un tetto per fare di una semplice casa “la casa di Dio”, e non ho mai creduto che ci siano uomini che parlino o scrivano per bocca o per mano di Dio; d’altro canto, potrei dire lo stesso del Diavolo.
Credo che, nel fare qualcosa di terribilmente sbagliato, sia più facile dare la colpa al Diavolo piuttosto che a noi stessi, ed è più facile peccare se la domenica seguente, andando a messa e confessandosi, il Signore Iddio ci perdonerà. Fin quando avremo un Dio che ci perdona ed un Demonio cui dare la colpa, quindi, non miglioreremo mai come razza umana, perché queste figure nel nostro immaginario collettivo sono funzionali al nostro opportunismo e ci de-responsabilizzano, fornendoci sempre delle ottime scuse per fare, non fare o fare in un modo piuttosto che in un altro. La religione, nella mia modesta visione delle cose, dovrebbe essere prima di tutto spiritualità personale, una costante sfida a migliorarci, per farci come Dio, per elevarci, ma è più semplice pensare al Signore come ad un buontempone con la barba bianca piuttosto che ad un modello cui anelare. Neanch’io sono bravo in questo, devo essere sincero, ma almeno evito di prendermi in giro, di prendere in giro e di farmi prendere in giro.
Hai nuovi progetti in cantiere?
Ho progetti per molti anni a venire! La mia collaborazione con Arpanet (editore di Eden e Ad Lucem) è più solida che mai, dopo il discreto successo di Eden e la pubblicazione di Ad Lucem il Dicembre scorso; con loro avrò il piacere di portare a termine la saga di Lucifero, se le condizioni soddisferanno sia me che l’editore. A Settembre, poi, sarò in libreria con il mio primo romanzo storico: Polimnia – La vera storia dei 300, in cui racconterò delle guerre persiane e, chiaramente, di Sparta e di re Leonida, sebbene il libro si concentrerà anche su molti altri aspetti di quell’evento, primo fra tutti la storia della Persia, da re Cambise a Dario il Grande, fino a Serse. Con Polimnia, ho il piacere, la fortuna e l’onore di poter lavorare con Saecula, editore vicentino che si occupa esclusivamente di storia (romanzo e saggistica), iniziando una collaborazione che sono certo durerà a lungo.


 

Dall’Inferno alle Termopili,
Alessandro Cortese