Intervista: Aldo Putignano, fare libri è una necessità, una vocazione e un talento.

Aldo_Putignano_intervista_chronicalibriGiulia Siena
MODENA – Ci siamo incontrati tante volte, io e Aldo Putignano. Ogni volta io ero alla ricerca di nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie; lui era dall’altra parte, a suggerirmi nuovi libri, scrittori emergenti, buone storie. Ogni volta che incontro Aldo Putignano lo riconosco dalla sua schiettezza, dalla determinazione e della passione. E questa volta ci siamo incontrati a Modena, in occasione del Bukfestival 2014. Ma questa volta non mi sono fermata a cercare nuovi libri, scrittori emergenti e buone storie. No, questa volta, ho voluto fermarmi di più e chiedergli chi è, che fa e perché lo fa; poi, per capire insieme a lui qual è la direzione che sta prendendo il libro. Perché chiederlo a lui? Perché Aldo Putignano, oltre a essere editore di Homo Scrivens, è anche uno scrittore dalla penna intelligente, sagace e divertente, con il libro “Social zoo”, infatti, ha vinto il Premio Carver 2013.

 
Homo Scrivens nasce nel 2002, casa editrice dal 2012. Raccontaci questa storia.
Siamo nati nel 2002 come Compagni di Scrittura, un gruppo di scrittori prestati all’editoria. Abbiamo unito le nostre forze per parlare al pubblico e agli operatori del settore per proporre anche eventi culturali. Il contesto nel quale ci siamo mossi è quello del Sud di Italia, territorio che vive molto di riflesso su molti argomenti tutt’oggi quasi filtrati dal giudizio delle grandi industrie culturali dislocate altrove. Così dopo dieci anni e numerose collaborazioni, anche con case editrici napoletane, abbiamo deciso di fare il grande passo e provare a dare a questa nostra passione una nuova stabilità in grado di portare avanti i tanti autori che nel frattempo erano cresciuti e meritavano uno spazio ulteriore.

 

Questo spazio è diventato Homo Scrivens, una casa editrice attiva e lungimirante. Cosa pubblicate e quali sono i libri oggi in catalogo?
In due anni siamo vicini ai settanta volumi, una produzione già di per se abbastanza ampia che da grande spazio alla narrativa. Quest’ultima nella collana Dieci, prende il nome dalla scelta di pubblicare solo dieci libri l’anno; accanto, con risultati molti importanti, c’è la collana Scout, dedicata agli scrittori emergenti ed esordienti. Per il prossimo anno tre dei libri che pubblicheremo nella collana Dieci sono autori che hanno già pubblicato con Scout, segno di una attenzione significativa del mercato verso i giovani. Inoltre, la collana Polimeri dedicata alla scrittura collettiva e collana nata con il libro “Enciclopedia degli scrittori inesistenti”. Poi una collana dedicata alle Arti per dare spazio a quei diversi generi che il mercato ha spesso “maltrattato”: poesia, teatro, critica letteraria; una sezione che vuole essere un segnale di apertura verso le arti.

 

Molti libri targati Homo Scrivens hanno ottenuto risultati importanti; tra questi, sicuramente, c’è “Social Zoo”, il libro di cui sei autore e che si è aggiudicato il Premio Carver 2013.
Il Premio Carver è un premio speciale ed è stata per me una gratificazione enorme, anche perché non pensavo di cimentarmi. Mi sono, quindi, sorpreso a vincere e sono stato felicemente sorpreso di vedere come in Italia ci siano premi letterari per i quali il marchio editoriale non è importante; c’è, invece, una lettura attenta e magari si cerca di premiare e non di penalizzare la voglia di ricerca, la sperimentazione e le idee innovative degli autori.

 

La sperimentazione e le idee innovative degli autori sono alla base di Homo Scrivens che, tra le altre cose, si è sempre schierata contro l’editoria a pagamento. Una scelta normale che diventa quasi coraggiosa nel panorama delle piccole e medie case editrici.
Il motivo quasi naturale di questa scelta è che noi siamo scrittori, l’editoria viene dopo e l’editoria è un passaggio che ci serve a portare avanti altri scrittori. Comunque penso che nessun editore dovrebbe essere imprenditore con i soldi degli altri, dovrebbe poter rischiare, metterci la faccia e investire in quel che crede. Per questo non ci sentiamo colleghi di queste persone, di chi vuole lucrare sull’entusiasmo di giovani e meno giovani. Dall’altra parte chi scrive per pubblicare a pagamento, anche se ingenuamente, è complice di questo sistema poiché pensa che non si possa fare altrimenti, pensa che pubblicare pagando sia l’unico modo o comunque una scoricatoia. Io chiedo a chi ci legge di evitare queste scorciatoie e confrontarsi con i professionisti perché la scelta di pubblicare pagando è una scelta che non paga.

 

Sul sito di Homo Scrivens campeggia la scritta “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, il bando di un concorso letterario. Titolo un po’ provocatorio, non pensi?
Il Concorso è indotto dalla Biblioteca Nazionale di Napoli rivolto a giovanissimi alla prima pubblicazione, al primo incontro con il mondo della scrittura. Il titolo, “Scrivere molto fa male scrivere male fa peggio”, è stato scelto un po’ come “provocazione” perché spesso ci vengono proposti dei testi scritti di getto e poi inviati, senza nemmono rileggerli. Questi testi si presentano come una cascata di parole, quasi come se la scrittura – per esempio quella dei social network – sia solamente un canale per esprimersi in maniera immediata, senza la meditazione del messaggio. La seconda parte del titolo “… scrivere male fa peggio” vuole essere un invito a riappropiarsi delle possibilità della scrittura che è un’arte nobile, che ti permette di conoscerti, di leggerti e quindi un invito a passare a una comunicazione più profonda e più vera.

 

Quali sono i tre libri targati Homo Scrivens che Aldo Putignano ci consiglia per la primavera?
Consiglio un nuovissimo romanzo che uscirà nei prossimi giorni tra i nuovi titoli della collana Dieci, “Aria di neve”, un giallo consigliato da Marco Malvaldi e scritto da Serena Venditto, già autrice de “Le intolleranze elementari”, piccola rivelazione dello scorso anno. Poi vi suggerisco di leggere è la spy story “Ragazzi straordinari” di Giancarlo Marino che con una scrittura molto molto forte descrive la storia di cinque ragazzi in una città immaginaria molto simile alla Germania dell’Est prima della caduta del Muro di Berlino. In ultimo – anche se la scelta è ampia – segnalo “Tutto andrà nel migliore dei modi” di Rosalia Catapano, prequel ideale di “Solo Nina”, quest’ultimo libro rivelazione che ha avuto importanti riscontri per noi che abbiamo piccoli numeri.

 

Per Aldo Putignano fare libri è…
Essenzialmente è una necessità, oltre che una vocazione, perché non riesco a pensare diversamente. Vivo fra i libri e sono abituato a questo mondo che mi sono un po’ costruito addosso.

 

Coccole Books, il percorso di una storia per diventare libro. Intervista a Daniela Valente

coccole books_intervistaGiulia Siena
COSENZA
– A Belvedere Marittimo, un piccolo centro in provincia di Cosenza, nasce una realtà editoriale dinamica, vivace e attenta. E’ Coccole Books, la casa editrice di libri per ragazzi voluta da Daniela Valente e Ilario Giuliano. E’ nata così una casa editrice che risponde ai problemi e alle difficoltà sociali attraverso una scelta qualitativa dei volumi da pubblicare e una forte attenzione al processo che porta una storia a diventare libro.
Per conoscere meglio Coccole Books e i suoi libri abbiamo intervistato l’editore, Daniela Valente.
Come nasce Coccole Books?
Coccole Books, già Coccole e Caccole, nasce nove anni fa dall’esigenza di dare voce ai ragazzi e soprattutto per raccontar loro il mondo attraverso uno strumento bellissimo,  i libri. Io e Ilario Giuliano, compagni nella vita e nel lavoro, abbiamo lasciato le nostre rispettive professioni per investire tutto in quello che amiamo di più. Convinti che la realtà nella quale viviamo ci dia lo spunto per trattare temi importanti, specchio di problemi spesso sottovalutati o mediati male nella comunicazione quotidiana, ma che hanno un ruolo fondamentale per la scoperta di valori.

 

Catalogo e novità per il 2014?
Non dimentichiamo di avere di fronte a noi un lettore bambino sì, ma anche un lettore critico ed esigente e quindi il nostro obiettivo è quello di realizzare sempre libri di qualità. Nello specifico, siamo convinti che un buon libro non sia solo fatto da una bella storia, ma anche da buona carta stampata e rilegata rispettando l’ambiente. Tra le novità più importanti del 2014 almeno tre saranno lanciate a Marzo in occasione della fiera di Bologna: “Habiba la magica”, un testo di Chiara Ingrao che attraverso la storia della protagonista, figlia di stranieri nata in Italia, affronta il tema della seconda generazione di immigrati. “La principessa Azzurra”, scritto da Irene Biemmi e illustrato dal Premio Andersen Lucia Scuderi, ci invita a capire che non esistono cose da maschi e cose da femmine e parla con un linguaggio semplice di pari opportunità. “Il mare quadrato” di Igor De Amicis e Paola Luciani parla della condizione dei figli delle detenute costretti al carcere fino ai tre anni e poi finalmente liberi, ma senza le loro madri che devono finire di scontare la pena. Temi sociali importanti raccontati sempre con semplicità e ironia. Ma anche albi illustrati per ridere: la neo nata collana di gialli con le avventure di Suor Oliva, l’agente segreto suora e i due amici Perla e Giò; infine i nostri Quaderni della scuola, collana premiata, con il volume dedicato al momento più bello in classe: la ricreazione. Insomma ce n’è per tutti i gusti!
Il pubblico di Coccole Books è formato da giovani lettori, bambini e ragazzi che vengono invogliati alla lettura e si avvicinano ai libri. Ma quali sono gli accorgimenti che i genitori e gli insegnanti devono tener presente quando suggeriscono o regalano un libro a un bambino?
La regola più importante quando si fa un regalo è pensare cosa piace al destinatario, conoscere i suoi gusti, gli argomenti che preferisce e magari meglio ancora conoscere il libro che si regala. Niente può essere casuale nella scelta di qualsiasi regalo, men che meno se si pensa a un libro. Del resto noi adulti per primi siamo molto esigenti, perché i bambini dovrebbero gradire tutto quello che gli suggeriamo. Il rischio di sbagliare è minore nella misura in cui l’adulto è un lettore competente, che sa orientarsi facilmente nelle tante proposte che ogni mese affollano gli scaffali delle librerie e che non si lascia affogare da proposte commerciali, che trova persino negli autogrill ma che va in libreria e sceglie sapientemente o chiede aiuto al libraio per comprare belle storie e libri che profumano ancora di buona carta.
danielaNegli ultimi anni il mondo dell’editoria per ragazzi è cambiato: si presta maggiore attenzione alla qualità dei contenuti, alla scrittura, all’illustrazione e al significato delle storie. Inoltre, il mercato dei libri per ragazzi ha siglato – in controtendenza – una sempre maggiore crescita. Da editore cosa pensa di questa evoluzione e, secondo Lei, dove sta andando l’editoria per ragazzi?
Stiamo vivendo un momento difficile, è innegabile, molte librerie indipendenti chiudono e diversi piccoli editori sono in affanno. Le novità smettono di essere tali in tempi velocissimi e un libro rimane ormai troppo poco tempo nello scaffale delle librerie. D’altro canto, non si può far finta di accorgersi che il mercato digitale è una realtà che avanza. Da nostalgica penso che niente possa sostituire un buon libro stampato, ma i ragazzi crescono velocemente e le loro capacità digitali ancora di più.
Si tratta di non tradire la nostra vocazione di editoria sociale e solidale, ma anche di incontrare le esigenze dei nuovi lettori. Cambieremo insieme a loro se necessario, ma senza mai smettere di dire cose che crediamo importanti ed evitando sempre e ad ogni costo la banalità.

Coccole Books nasce fuori dalle grandi rotte editoriali; lavora in Calabria, nella vivace provincia di Cosenza. Fare libri in provincia è un handicap o un vantaggio?
Nasce in una terra difficile dove alcuni diritti non sono sempre garantiti e la cultura da risorsa si trasforma alcune volte quasi in lusso, in un ambiente assolutamente privo di presidi del libro. Pochissime le biblioteche con sezioni dedicate ai ragazzi che riescono a promuovere azioni di cambiamento nel territorio, una rarità le librerie indipendenti, concentrate solo nei grossi centri urbani. Fare libri per ragazzi in Calabria diventa allora non solo un lavoro, ma una vera vocazione culturale, che ha lo scopo di generare sviluppo e cambiamento. La nostra casa editrice con circa 20 novità all’anno rappresenta in Calabria il 65% della produzione libraria per ragazzi e il 28% sulla produzione libraria in genere. Un dato che ci inorgoglisce per quello che abbiamo saputo costruire e ci rattrista, perché il sud ha grandi risorse e potenzialità ma sembra alcune volte non accorgersene.
Fare libri è…
Offrire storie che emozionano e fanno riflettere senza mai dimenticare che ci rivolgiamo ai ragazzi e che per non tradirli dobbiamo continuamente, parlare con loro, ascoltarli, giocare ai loro giochi, condividere il loro tempo.
Utilizzare carta riciclata e stampare esclusivamente in Italia, restando estranei alla tendenza dilagante di rivolgersi a tipografie estere, che offrono servizi a basso costo economico ma ad altissimo costo umano.
Siamo certi che le nostre scelte siano il percorso più difficile, ma anche l’unico possibile, speriamo condivisibile da chi, come noi, ha dentro di sé la voglia adulta di rimboccarsi le maniche, ma anche il desiderio bambino di osservare tutto con allegria e curiosità.

 

Fabio Piacenti presenta “La giustizia di Icaro”

la giustizia di icaro
Al suo esordio letterario con “La giustizia di Icaro” (Vertigo Edizioni), Fabio Piacenti dimostra ironia, sensibilità, attenzione ai dettagli e, soprattutto, una particolare attitudine a cogliere e a descrivere le tante sfumature dell’animo umano. Chronicalibri lo ha intervistato.
Fabio Piacenti, sociologo e presidente dell’Istituto di ricerca socio-economica Eures. Come nasce la sua passione per la scrittura?
La passione per la scrittura mi ha sempre accompagnato, per le sue specifiche potenzialità espressive. Scrivo per lavoro, per raccontare o spiegare questioni e fenomeni economici, statistici, sociali. La narrativa e la poesia appartengono ad un’altra sfera espressiva – anche sotto il profilo linguistico – di cui avvertivo una forte spinta negli anni della formazione universitaria, quando tuttavia non riuscivo a darle un indirizzo compiuto.
È stata necessaria una lunga maturazione per dare concretezza alle spinte della scrittura giovanile; ma oggi più che mai, in un tempo in cui sempre più i cinguettii, gli sms e gli emoticon surrogano l’articolazione dei sentimenti e del pensiero, la passione per la scrittura, la ricerca della parola, si rinnova e si rafforza come unica forma espressiva ancora capace di restituire centralità all’infinita ricchezza delle gradazioni e dei dettagli che rendono unico e per questo riconoscibile ciascun individuo.

“La giustizia di Icaro” è il suo primo romanzo. Un titolo singolare, a cui accenna nel libro parlando della necessità di “rinnovare il volo di Icaro” come antitesi alla condizione di vivere “aggrappati alla meschina consapevolezza di averne previsto la caduta”. Da cosa scaturisce la scelta di questo titolo?
La scelta del titolo, che nel corso della stesura del romanzo ho più volte modificato, nasce dall’esigenza di condensare i significati di una storia complessa in cui giustizia e vendetta, conservazione e desiderio di cambiamento, ribellione e rinuncia si sovrappongono e si alternano, affidando al volo di Icaro, al suo richiamo ancestrale al bisogno di liberazione, la speranza della rottura di una trama già scritta.
La giustizia di Icaro è quindi la chiave dell’identità di chi cerca, attraverso il compimento della propria esistenza, di “contaminare l’intero senso del mondo”; è una ricerca di significato, è la scoperta di una rivendicazione che diviene emergenza; è la scelta irreversibile della parte in cui stare, anche laddove tale posizione comporti il rischio di un estremo sacrificio.

La storia si sviluppa seguendo e svelando il sottile meccanismo del potere visto da una particolare prospettiva, quella del sistema televisivo. Quanto le vicende dell’attualità politica hanno influito sulla tematica?
Più che di attualità parlerei di un presente politico, nel senso di una perdurante oscurità che sta investendo ormai da diversi decenni il nostro Paese. Una dimensione in cui sempre più spesso la classe dirigente, più che uno specchio del corpo sociale, ne rappresenta il volto e l’anima peggiore. Il libro racconta le complicità e i compromessi dell’agire politico, del potere che conserva se stesso premiando “l’antropologia dell’uomo in vendita”, cioè dell’uomo che gli appetiti personali rendono massimamente funzionale alla conservazione del potere: questo meccanismo trova nella figura del “Presidente della Televisione di Stato” una rappresentazione ideal-tipica in cui si condensano la brama del dominio, l’appropriazione indecente della cosa pubblica ed il richiamo al sistema dei media come strumento capace di mascherare la mediocrità del potere. Sotto questo aspetto il richiamo al presente dell’Italia è innegabile.

Il protagonista è appena riuscito a realizzare il suo sogno: diventare il Presidente della televisione pubblica. Una vera e propria rincorsa alla poltrona, fatta di “baciamano, compromessi, tradimenti”. Un personaggio onestamente difficile da difendere, a cui è possibile trovare delle giustificazioni?
Se la trama del romanzo, così come l’esplorazione dell’anima dei suoi protagonisti, spingono il lettore ad una naturale empatia verso le sue più positive figure (Caterina, la Professoressa, il magistrato Luigi, il giovane commesso in prova), l’immediata riprovazione suscitata dalla figura del Presidente lascia in più occasioni spazio ad una faticosa sospensione del giudizio morale, almeno da parte della sua diretta antagonista Caterina; tale scelta consente di lasciare aperta la riflessione sulle motivazioni profonde del comportamento, dove la ricerca ossessiva dell’affermazione personale, la meschinità o l’assenza di rispetto verso il prossimo sembrano dettati da una necessità bio-psichica vasta e profonda.
Il valore vincolante del libero arbitrio, la responsabilità individuale per le conseguenze del proprio agire restano integri, ma l’assoluta mancanza di autostima, la condizione psicologica e materiale di “eterno secondo” del Presidente, contro cui si accorge di dover convivere anche una volta acquisita la posizione di “primus” (la poltrona del Presidente della Televisione di Stato) rendono quasi prevedibili i suoi comportamenti, non giustificandoli ma spiegandone al lettore una componente forte dell’origine. La riflessione di Luigi il Magistrato sulla genesi del male che cammina sulle gambe degli uomini, e sul tentativo vano di sconfiggerlo (l’impossibilità di “alzare il calice della vittoria”), esprime anche attraverso un linguaggio intenzionalmente involuto e confuso, la complessità di tale enigma.

Tra i tanti spunti sociali e psicologici che il libro offre, emerge anche la dimensione dell’essere genitore con modalità e risvolti molto diversi…
In un romanzo che si sviluppa proprio a partire dal profilo biografico di tutti i suoi attori, la genitorialità detiene un ruolo primario. Una genitorialità agita o subita in forme molto diverse dai protagonisti del romanzo, a partire dalla maternità mancata di Caterina in cui si annida la sua rinuncia a cercare una via di realizzazione nella sfera privata; c’è la paternità del Capitano, piena, intensa e immortale, ma sacrificata al dominio degli eventi esterni; c’è la maternità della Professoressa, che spiega l’intero significato e ciclo dell’esistenza: una maternità in cui la dimensione affettiva, la conoscenza e la scoperta quotidiana, la trasmissione di significati e di valori, la spinta a “contaminare l’intero senso del mondo” sono i fondamenti necessari del rapporto madre-figlio. C’è infine la genitorialità del Presidente, la figura di un padre “anaffettivo e non di rado violento” che non lo ha mai stimato, che lo ha reso per sempre insicuro; una paternità rudimentale che il Presidente replica verso i suoi stessi figli – mai centrali nel suo percorso di vita -, i quali ormai adolescenti lo ricambiano con rassegnato distacco e disconoscimento critico.
In sintesi, il modo in cui è agita la genitorialità connota nettamente l’identità dei protagonisti del romanzo, assumendo addirittura un valore predittivo in relazione a ciò che saranno capaci di essere.

Il romanzo è ricco di descrizioni, immagini, sogni veri e a occhi aperti. Qual è stata, se c’è stata, la difficoltà maggiore che ha incontrato nella sua stesura?
La difficoltà principale è stata forse quella di trovare un equilibrio tra lo sviluppo della trama – caratterizzata da un impianto semplice e lineare -, la presenza forte, a tratti invasiva, di una “voce narrante” e l’esigenza costante di perfezionare il profilo psicologico e caratteriale dei personaggi. Una seconda difficoltà è stata quella di riuscire a coinvolgere il lettore nei primi capitoli, visto che questi sono quasi interamente dedicati alla costruzione dei profilo dei due principali protagonisti. Una terza difficoltà è stata infine quella di dare al tempo “esterno” in cui si sviluppa il romanzo, cioè ad un aspetto marginale nel disegno dell’autore, una dimensione e una sequenza corretta e univocamente inquadrabile dal lettore. Insomma, trattandosi di una prima esperienza e di una trama sviluppata “in corso d’opera” e più volte modificata, il rischio è stato quello di non riuscire a restituire uniformità e coerenza a tutte le componenti del tessuto narrativo.

La storia si chiude senza vincitori né vinti. E’ possibile ricavarne, comunque, un messaggio positivo?
Il messaggio positivo è nell’ultima pagina del romanzo, nella possibilità degli individui di essere attori di un cambiamento, di rompere i singoli tasselli di un sistema di potere per sua natura in costante equilibrio.
Se è vero che la capacità di rigenerazione del potere politico-burocratico (impersonata dal Presidente) che opprime chi vi è escluso, è vista come una “legge sociale” che il nostro tempo tende a riproporre senza soluzione di continuità, il messaggio positivo è nella possibilità reale di rompere, di tagliare almeno alcuni fili di questa trama: si tratta di una chance che la volontà, la determinazione e talvolta il sacrificio delle “mosche bianche” disseminate nel presente (Caterina, Luigi, Francesco, lo stesso Capitano), possono realizzare.
Il messaggio positivo è in un volo di Icaro, che comunque faticoso e aleatorio, non sempre e non necessariamente deve concludersi con la sua caduta.

Dopo questo primo approccio alla narrativa, sta già lavorando a qualche nuovo progetto?
Si, sto lavorando a tre diversi progetti che spero di portare a compimento con intervalli annuali: il primo è una raccolta di racconti brevi, ispirata all’impianto dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters. Il secondo è un romanzo familiare che attraversa la storia dell’Italia del Novecento, intrecciando le vicende e le fortune private, le biografie individuali, le trasformazioni (politiche, economiche, sociali, culturali) del “secolo breve”; una saga in cui le sciagure prodotte dall’età della catastrofe (la prima metà del secolo) non saranno mai interamente compensate dall’ascesa sociale conseguita nell’età dell’oro; in cui il passaggio tra le generazioni è segnato da un’ombra antica che ne determina i destini, da uno sguardo all’indietro che consegna il futuro alla continuità, a dispetto della lotta per la liberazione di cui la madre è icona e attiva protagonista. Il terzo progetto in corso d’opera è un romanzo che racconta le vicende di un uomo nella cui vita irrompono insieme l’impoverimento e la disgregazione familiare e che, costretto a rinunciare a tutti i precedenti riferimenti materiali e affettivi, inciampa per caso in una scoperta che riscriverà la sua vita, offrendogli la possibilità di modificare il suo destino e quello di molti altri uomini.

Intervista a Chiara Giacobelli, autrice del libro-guida dal cuore solidale: “Emilia Romagna. Una visione artistica”

Emilia-Romagna-una-visione-artisticaBOLOGNA“Emilia Romagna. Una visione artistica”, il libro di Chiara Giacobelli dedicato a una delle regioni più affascinanti della nostra Penisola, è un viaggio attraverso la voce, i ricordi e le emozioni di 16 personaggi di rilievo. Averardo Orta, Fabio Alberto Roversi Monaco, Francesco Amante, Andrea Merlini, Maurizio Marchesini, Michele Poggipolini, Renato Villalta, Fabio Bonifacci, Giuseppe Giacobazzi, Ivano Marescotti, Licia Angeli, Claudio Spadoni, Ivan Simonini, Beppe Carletti, Liliana Cosi e Maria Antonietta Venturi Casadei: sono loro gli imprenditori, attori, cantanti, chef, sportivi e creativi che hanno raccontato l’Emilia Romagna attraverso le proprie storie, le proprie esperienze e i propri ricordi. E’ nato, così, un libro che è un itinerario turistico che parte da Bologna, cuore pulsante di una regione ricca e misteriosa, schietta e coinvolgente, per poi proseguire a Ravenna, nelle valli del Comacchio, Rimini, Cesena, Modena, Reggio Emilia e nei piccoli centri in cui si conservano intatte le bellezze e le suggestioni naturalistiche. Il viaggio, però, comincia con uno scopo importante: il volume, presentato a Bologna nei giorni scorsi e in libreria da poco meno di 24 ore, è nato per dare un sostegno concreto al progetto “Melograno” dell’associazione Acacia, per la riabilitazione di giovani con gravi difficoltà psicomotorie.
Abbiamo intervistato l’autrice, Chiara Giacobelli, per farci raccontare “Emilia Romagna. Una visione artistica. Per la prima volta raccontata da 16 personaggi di rilievo”.

 

 

Come nasce il progetto “Emilia Romagna. Una visione artistica”?
Il progetto è nato perché volevo organizzare un’attività di beneficenza in collaborazione con Round Table, service che da anni si occupa di aiutare chi ne ha bisogno attraverso iniziative valide e concrete. In particolare, Round Table Bologna è stata fondatrice del Telefono Azzurro, oltre ad aver portato avanti molti progetti no profit negli anni. In questo caso ci interessava realizzare un prodotto editoriale che fosse accattivante e piacevole per tutti, indipendentemente dall’età, dal sesso, dalla provenienza, dall’estrazione sociale. Abbiamo così pensato a una guida turistica dell’Emilia Romagna, regione che ha decisamente tanto da offrire, raccontata tuttavia in maniera inedita ed emotiva, attraverso i ricordi di 16 personaggi considerabili ciascuno un’eccellenza nel proprio settore. Fanno da corredo delle bellissime immagini prestate da fotografi molto bravi.
chiara_giacobelli_intervista chronicalibriQuesto libro, oltre a raccontare le bellezze di Bologna, delle valli e delle coste della regione, è legato a un bellissimo progetto di solidarietà. Come mai questa scelta?
Personalmente svolgo diverse attività di beneficenza nel corso dell’anno, ma avendo tante proposte cerco sempre di privilegiare quelle concrete, in cui posso sapere dove vanno esattamente – a chi e per che cosa – i fondi che riusciamo a raccogliere. In questo caso mi fidavo di Round Table per la lunga esperienza alle spalle, per la serietà e la professionalità riconosciute; inoltre ho avuto modo di conoscere e apprezzare l’associazione Acacia, nello specifico il progetto Melograno, che si basa su una serie di attività psicomotorie in acqua per ragazzi con gravi problemi a seguito di eventi traumatici, come può essere un coma. Credo inoltre che il periodo natalizio sia probabilmente il migliore per pensare a un piccolo regalo in grado di fare del bene anche a chi è meno fortunato di noi.
In questo libro 16 personaggi di rilievo raccontano l’Emilia Romagna; sono imprenditori, artisti, donne e uomini di cultura. In cosa e come hanno arricchito questa guida?
Questa guida è a tutti gli effetti un lavoro di squadra: oltre al mio contributo e a quello di Round Table, giocano un ruolo fondamentale le immagini messe a disposizione dai fotografi e soprattutto gli spunti, le suggestioni, i ricordi, i consigli dei 16 personaggi che raccontano un’Emilia Romagna inedita, emotiva, artistica. Abbiamo parlato di luoghi legati alla musica e musicisti celebri con Beppe Carletti dei Nomadi, abbiamo scoperto le passeggiate più ambite dai motociclisti e i musei storici delle auto con Michele Poggipolini, abbiamo fatto una mappatura degli angoli cinematografici della regione con lo sceneggiatore Fabio Bonifacci, e ancora abbiamo parlato di danza con l’ex Prima Ballerina della Scala Liliana Cosi, di sport con il Presidente della Virtus Renato Villalta, di arte con il Presidente di Arte Fiera e del MAR di Ravenna Claudio Spadoni, di pittura con Maria Antonietta Venturi Casadei, di luoghi legati al divertimento con Giuseppe Giacobazzi e così via toccando tutti gli ambiti, senza dimenticare l’eno-gastronomia, che ha un ruolo importante in tutte le interviste, specialmente in quella dello Chef Andrea Merlini.
I tuoi libri sono spesso viaggi, dopo “Emilia Romagna. Una visione artistica” hai qualche altro itinerario in cantiere?
A primavera ho in uscita due libri sulle Marche, uno su alcune dimore storiche e itinerari del Pesarese, un’altra su vini e territorio. Ma mi piacerebbe scrivere presto qualcosa sulla Toscana, la regione italiana che più amo.

 

 

Intervista ad Angela Nanetti: la tutela dell’infanzia passa anche dai libri

angela-nanettiROMAAngela Nanetti vive per scrivere, ma la sua vita è fatta anche di altro. Osserva, ascolta e trascrive le esigenze dell’infanzia. Negli anni ha dedicato la sua scrittura ai bambini e ai ragazzi, perché la scrittura è una forma per tutelare e stimolare il bambino in una delle tappe fondamentali della vita dell’uomo, l’infanzia. Abbiamo incontrato Angela Nanetti e con lei abbiamo parlato di scrittura, premi e progetti.

 

Cos’è la scrittura per Angela Nanetti?
La scrittura è una passione, un bisogno fondamentale, un lavoro che richiede grande disciplina e dona un senso profondo.

 

Angela Nanetti ha una lunga esperienza nel campo della letteratura per ragazzi; come è cambiato negli anni il modo di scrivere per i più piccoli?
Il mio scrivere è sempre rivolto ai ragazzi, naturalmente dando vita e voce a personaggi reali, tengo conto dei mutamenti sociali e di costume che avvengono con il tempo. La mia convinzione è che mentre muta il mondo esterno, però, i processi interiori e psicologici cambiano con grande lentezza. I bisogni fondamentali rimangono immutati, come tappe cruciali della crescita.

Si può coltivare, tutelare l’infanzia attraverso la letteratura?
Io penso che l’infanzia, come prima tappa della storia dell’uomo, vada rispettata nelle sue caratteristiche (psicologiche e pedagogiche) che la rendono unica e la separano dalle altre età. La ricchezza dell’infanzia non sta solamente nelle capacità che vanno potenziate e coltivate, ma nella stessa naturalità di questa età, nello sguardo che l’infanzia ha del mondo, gli occhi pieni di curiosità e di sorpresa con i quali guarda al mondo. Questo va tutelato e mantenuto come risorsa fondamentale per il genere umano, la base da cui partire per andare avanti, le fondamenta su cui costruire la persona che sarà in futuro il bambino di oggi. Nei miei libri ho voluto raccontare questa modalità di essere bambino. I libri – e molte altre cose del quotidiano – sono degli strumenti per crescere bene e con rispetto.
Tutelare l’infanzia ma, allo stesso tempo, anche spronare la naturale curiosità del bambino anche attraverso le parole dei libri.

 

Come si sceglie il linguaggio adeguato a questa età?
Scrivere per l’infanzia non è semplice e non deve esserlo poiché è in questa fase che il bambino apprende e diventa il lettore di domani. Esiste, infatti, anche una letteratura per ragazzi caratterizzata da un linguaggio piccolo e ripetitivo; mentre penso che all’infanzia si dovrebbe riservare la qualità più alta: una letteratura fatta di parole giuste che spronino la naturale curiosità del bambino.

Abbiamo letto qualche mese fa “Piccole donne oggi” delle Nuove Edizioni Romane. Come è nato questo libro?
Ho appoggiato l’idea di Claudio Saba, l’editore, non pensando assolutamente di trascrivere il romanzo della Alcott. Ho voluto, invece, affrontare questo nuovo progetto come una sfida personale con me stessa: ho voluto ricreare una famiglia ma ho cercato di mettere nelle pagine di questo romanzo tutta la modernità del nostro tempo e ho tracciato dei personaggi caratterizzati da psicologie e modalità differenti tra loro in cui si ritrovano sia ragazze che ragazzi. Infatti, andando nelle scuole, ascoltando il feedback del pubblico, mi sono sorpresa a scoprire che “Piccole donne oggi” è stato un libro molto apprezzato anche dai ragazzi.
Qualche mese fa è uscito per Giunti “La città del circo Pop Corn”, un libro in cui inadeguatezza ed emarginazione spiccano come risorsa, mentre, la sua prima esperienza nella scrittura per “adulti” con “Il bambino di Budrio” è tra i cinque finalisti del Premio Neri Pozza.

Sì, devo ammettere di essere molto soddisfatta per questi risultati. “La città del circo Pop Corn”è un libro che affronta tematiche fondamentali: Giacomo ha una fragilità emotiva che lo spinge a infilare le dita nel naso, un gesto demonizzato dagli adulti ma, che per questo bambino, rappresenta un rifugio dalle paure. Invece, ritrovarmi tra i cinque finalisti (tra le 1781 proposte) del Premio Neri Pozza con “Il bambino di Budrio” è stata davvero una grande sorpresa. Questo libro, la prima esperienza per me con un romanzo per il vasto pubblico, è la storia di un fallimento umano e di un’infanzia tradita. Per me è stato un grande lavoro, perché siamo nel Seicento e il contesto è quello ecclesiastico: bisognava, quindi, ricostruire un mondo lontano ed entrare nella psicologia maschile.

L’estate si chiude nella tana del Lupo

lupo-editoreGiulia Siena

COPERTINO (Le) – Strada provinciale Copertino – Monteroni, a pochi chilometri da Lecce. Queste, più o meno, le coordinate stradali per arrivare al quartier generale della Lupo Editore, la casa editrice salentina che dal 1992 è il punto di riferimento per l’editoria pugliese. Qui “la letteratura è la madre di tutto, la musica e il cinema sono due figlie bellissime e ribelli che donano gioia, completezza e qualche dispiacere alla madre-letteratura”. Da queste parole parte Cosimo Lupo (nella foto in basso), deus ex machina di questa realtà editoriale in continuo fermento, per spiegare il suo progetto che negli anni si è evoluto, cambiato, cresciuto e che con la forza delle idee e dei sogni si sta plasmando.

 

Da qualche mese la Lupo Editore ha spento 20 candeline: quali sono i traguardi, gli obiettivi e le speranze da cui partire e con i quali andare avanti?

Il bilancio di questi venti anni è sicuramente positivo perché, finalmente, posso dire con orgoglio di intravedere la luce in fondo al tunnel! Questo mestiere, il mestiere dell’editore, è un lavoro difficile e allo stesso tempo bellissimo, un mestiere che ti permette di entrare in contatto con le persone, vivere nelle storie, scoprire racconti e personaggi ogni volta diversi. Ma, allo stesso tempo, è un mestiere che ti prosciuga e che richiede sacrifici e, negli ultimi venti anni, di sacrifici ne abbiamo dovuti fare tanti per andare avanti. Come dicevo, comunque, negli ultimi anni siamo riusciti a crescere, a diventare visibili nel panorama nazionale e il punto di riferimento per la cultura salentina perché i libri sono il cibo per la mente e a noi piace essere la mensa da cui attingere.

 

E la mensa Lupo Editore è davvero ricca: 16 collane, oltre 200 scrittori e nuovi progetti che uniscono letteratura, musica e arti visive.

Sì, il nostro catalogo è ormai davvero ampio e comprende tante novità, tra cui romanzi, libri per bambini e ragazzi, una rivista laboratorio (“UnduetreStella”), libri sonori, racconti di cucina (“Una frisella sul mare”) e una nuova collana di letteratura rosa. Quest’ultima, una vera novità, è una collana di “libri intelligenti camuffati dal rosa” scritta solo da autrici donne. Tutte le nostre pubblicazioni, comunque, partono dalla genuinità dei testi – che è forse il punto di forza di un piccolo editore – sulle storie forti, coinvolgenti e molto vere. Da editore, poi, penso che sia indispensabile la capacità di promuovere i libri, comunicando e incuriosendo il lettore con fantasia e idee.

 

Cosimo Lupo_casa editrice_intervista chronicalibriQui siamo in provincia, fuori dalle grandi rotte editoriali e lontano dai colossi che dettano il mercato. Per Cosimo Lupo fare editoria a Copertino è un handicap o un punto di forza?

Partire da qui è sicuramente un vantaggio. Mentre nei grandi centri e nelle metropoli si lotta e si compete per creare la propria vetrina, qui c’è tanto spazio. Il Salento, infatti, offre spazio e visibilità. In questo periodo, poi, si è anche aiutati dal fermento turistico e culturale che sta vivendo la zona; a testimonianza di ciò arriva anche la candidatura della città di Lecce a capitale mondiale della cultura 2019. La forza della sua candidatura è che Lecce è una città fondata sulla persona poiché ogni persona è un racconto, un libro e una storia a se. Il mio sogno, infine, è di costruire qui in Salento una Casa della Cultura, un luogo di commistione tra le arti, una grande masseria con laboratorio a vista in cui la parola, l’arte e la cultura prendono forma per diventare fruibili.

 

Tu che libro sei?

Il libro che mi rispecchia di più è “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry; amo talmente tanto questo libro che ne colleziono copie in diverse lingue. Io – del resto – vorrei essere un libro per bambini, un libro semplice e allo stesso tempo “saggio”. Un racconto che abbia come protagonista l’ulivo, un albero mite, longevo, tranquillo, determinato e prolifico; una pianta provata dal tempo, ma nonostante le tante prove che deve affrontare l’ulivo si apre, accoglie dentro di se, scava in profondità per cercare l’acqua attraverso le sue radici e regala la vita, l’olio. Per il titolo penserei a “Il lupo e l’ulivo” e lo dedicherei a Michele, Chiara e Rossana, la mia vita vera oltre la carta.

Interviste: Cristina Bellemo, la forza delle storie

leggerezzaGiulia Siena
ROMA  
– Parlare con Cristina Bellemo è entrare nelle sue storie, capire che la scrittura è un esercizio necessario, continuo e costante che regala emozioni.  Le emozioni e le suggestioni dell’autrice hanno dato vita a “La leggerezza perduta” (Topipittori), un racconto per spiegare e dare il giusto peso alle parole, anche quelle più complicate e temute.

 

 

 

Che cosa sono le storie per Cristina Bellemo?
Le storie, per me, sono una ragione di vita. La vita è racconto. Credo che il nostro quotidiano, le relazioni con noi stessi e con gli altri siano intessuti di storie: storie che ascoltiamo, storie che narriamo, storie che ci cambiano, ci insegnano, ci trasformano, ci avvicinano, ci danno gioia e piacere, attribuiscono valore sacro ed esemplare alle esperienze, ci fanno crescere e ci attrezzano per affrontare ciò che ci accade. Leniscono la nostra solitudine. Le storie mi donano emozioni, mi fanno sentire viva: mi piace moltissimo raccontarle, perché possano contagiare le emozioni intense che io stessa ho vissuto; ma adoro anche ascoltarle, incontrarle, imbattermi in esse in maniera imprevista. Mi incantano, mi catturano. Se uno ha una buona storia da narrarmi, sono “in suo potere”. Sono sempre alla ricerca di storie, al punto che talvolta me ne devo difendere: impormi una pausa, allentare la tensione, fare in me un vuoto salutare, “le pulizie di primavera del cuore”, per tornare ad essere accogliente e capace di sorpresa e di meraviglia.

 

Cosa significa scrivere per bambini nel 2013?
I ragazzi, oggi, hanno la possibilità di utilizzare molti media, tutti straordinariamente accattivanti. E, accanto a questo, hanno vite molto “piene”: li vogliamo pianisti, calciatori, ballerini, poliglotti, violinisti, cantanti… e possibilmente geni. Quegli interstizi “vuoti” preziosissimi, indispensabili per prendere consapevolezza di sé, per dare forma alla propria identità sono sempre più rari. I libri, la letteratura, devono puntare sulle loro caratteristiche peculiari, inimitabili, irraggiungibili dalle altre forme di comunicazione e di narrazione, che li rendono affascinanti, ne sono convinta, esattamente come lo erano per i bambini vent’anni, o cinquant’anni fa. Prime fra tutte, la qualità e la bellezza, che poi sono strettamente interdipendenti. Anzi, forse sono proprio la stessa cosa.

 

“La leggerezza perduta” è un racconto in cui ogni parola trova la sua naturale posizione all’interno del testo poiché l’andamento del racconto coincide, quasi in maniera perfetta, con l’intensità del messaggio che si vuole trasmettere. Come è nato questo libro?
Questa storia nasce da una domanda bambina. Quando, qualche anno fa, ha cominciato a ricorrere la parola “crisi”, i bambini mi hanno chiesto cosa significasse, probabilmente anche intimoriti dall’atteggiamento degli adulti, a loro volta spaventati (e, dunque, ben poco rassicuranti) dagli scenari che questa parola prefigurava. Ho riflettuto, innanzitutto, sul valore, e sul peso, che le parole che noi adulti buttiamo in mezzo, come macigni, spesso con superficialità, hanno per i bambini. E mi sono interrogata su come raccontare la crisi ai bambini attraverso la metafora di una storia: ecco, più che un messaggio da trasmettere, cercavo proprio una storia da raccontare. La prima chiave di interpretazione che mi è venuta in mente è stata quella più facile: distinguere tra ciò che è necessario e ciò che è superfluo. Tra le cose leggere e le cose pesanti. Ma questo punto di vista, anziché circoscrivere, definire lo scenario, lo spalancava infinitamente. Fatti salvi i bisogni primari, i diritti fondamentali di ogni persona, la discriminazione tra ciò che è indispensabile e ciò di cui possiamo anche fare a meno ha molto a che fare con la nostra singolarità, con la nostra identità. Non esiste (meno male!) un elenco valido per tutti di ciò che è da conservare e di ciò che è da buttare via: questo sarebbe stato un approccio un po’ presuntuoso e moralistico.

 

In questo libro tutto gravita attorno a quello di cui ci circondiamo: oggetti inutili, azioni sbagliate e pensieri poco piacevoli. Quanto è difficile spiegare ai bambini cosa è il superfluo?
Credo che sia più difficile dialogare sul superfluo con gli adulti, stimolarli a interrogarsi: gli adulti manovratori, e prime vittime, del mercato, che ci crea subdolamente bisogni, necessità addirittura, che non sapevamo nemmeno di avere, che ci vuole perennemente insoddisfatti, che ci insinua la sensazione stabile di inadeguatezza. I bambini hanno dalla loro, fortunatamente, la purezza e l’autenticità che fanno magari considerare un oggetto senza apparente valore meravigliosamente indispensabile, semplicemente perché bello o perché legato a un vissuto importante e specialmente significativo.

 
OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl grande merito del tuo libro è quello di insegnare al lettore che, se si vuole, si può. E la dimostrazione è la volontà di un re sbadato e pigro che, pur di mantenere quello che ha di più glorioso, la leggerezza del suo regno, si arma di pazienza e voglia di fare. La voglia, il coinvolgimento e la volontà, si possono insegnare?
Nella mia idea re Celeste non è così… eroico! Il fatto che, per qualche momento, si riscuota dalla sua distrazione per assumersi, una volta tanto, i doveri legati al suo ruolo ha più della casualità e della svagatezza, o forse della preoccupazione per se stesso e per la propria incolumità, che della progettualità e della generosità nel servizio. Mi sembrano più “eroici”, nel loro piccolo, i sudditi che, nonostante la loro semplicità e la poca dimestichezza con i ragionamenti filosofici, in maniera molto pratica accettano di mettersi in gioco con molta serietà e disponibilità, arrivando persino al punto di poter rinunciare anche a ciò che hanno di più caro, e vitale, per salvare il castello. L’unica intuizione “geniale” di Celeste centoventitre è la creazione del museo del superfluo, determinata nel suo caso più che altro, probabilmente, dalla sua personale difficoltà a rinunciare alle cose: ma un museo del superfluo, fuor di metafora, è uno stimolo costante a interrogarci su ciò che ha davvero valore per noi, per la cui difesa siamo disposti a lottare. La voglia, il coinvolgimento, la volontà, più che insegnare, si possono contagiare col nostro modo di essere.

 
“La leggerezza perduta” è un bellissimo albo illustrato; quanto contano le immagini in un libro del genere e come si riesce a equilibrare il ruolo della parola e quello dell’illustrazione?
Il lavoro di Alicia Baladan, in questo libro, è straordinario, tanto che non riesco più a pensare la storia slegata dalle illustrazioni di Alicia: sono diventate il mio “immaginario”, come se fossero originariamente l’ambientazione del racconto, e Alicia avesse acceso la luce per illuminarla. Ma Alicia è andata anche ben oltre le parole, ha raccontato altre sfumature della storia, altre storie direi. C’è una tavola, in particolare (ne sono innamorata!), in cui Alicia ha restituito il turbine di oggetti di cui i sudditi si liberano, dopo il proclama di Celeste. Sono a mezz’aria, sospesi tra il volo e la caduta: tra gli altri, ci sono questo fantastico cappello a due piazze, e questo ombrello “da compagnia”, a tre manici, che non compaiono nel testo. Oggetti inutilissimi (un po’ come le macchine munariane) ma meravigliosamente indispensabili, che richiamano, secondo me, anche alla responsabilità sociale di chi crea un oggetto. Aggiungo che, curiosamente, questa storia ha avuto per entrambe, senza che lo sapessimo, il medesimo sottofondo letterario: Dino Buzzati. “Il deserto dei tartari”, per me, “La famosa invasione degli orsi in Sicilia” per Alicia. E infatti i nostri disegni sono pieni di orsi!

 

In che direzione sta andando la letteratura per ragazzi?
Credo che vada formandosi, nella letteratura per ragazzi, una sempre più profonda coscienza della sfida di raccontare il mondo affrontando anche i nodi tematici più spinosi. Con i ragazzi si può, e si deve, parlare di tutto. Questo è molto importante. Viceversa, dovrebbe essere più disponibile ad affrancarsi dai dettami del mercato ma, in questi tempi difficilissimi per l’editoria, temo sia quasi un’utopia.

 

 

Interviste: be Hop! be ironic. L’editoria non è mai stata così divertente

logo_hopPAVIA – Hop! è qualcosa di diverso. Hop! è stupore e divertimento, ironia, leggerezza e intelligenza. Hop! è una giovanissima casa editrice che ha fatto del fumetto al femminile il proprio tratto distintivo. Allora entriamo nel mondo Hop Edizioni e scopriamolo insieme a Lorenza Tonani (nella foto in basso), direttore editoriale.

 

 

 

Cos’è Hop Edizioni?
Hop! è una giovane casa editrice di Pavia nata nel 2012, composta quasi interamente da collaboratrici donne, che ha voluto portare in Italia  il fumetto al femminile – la chick-lit a fumetti, direbbe qualcuno – un genere ancora inesplorato nel nostro Paese.

 

Hop Edizioni fa dell’ironia lo strumento chiave per arrivare al lettore; quale è l’identikit del lettore Hop? 
“Be ironic!” è il nostro motto, ma si sa, l’ironia non è che uno dei possibili sguardi attraverso cui affrontare reali e concreti problemi.
Hop! ha guardato alle problematiche sociali e relazionali dei tempi global e ha scelto casi editoriali internazionali, non a caso nati dal fenomeno dei blog, grandi bacini di creatività. Si parla di stage, di vita da hipster vs vita da provinciali, di singletudine, si prova a sorridere, anche se il sorriso è amaro. Il lettore tipo di Hop! è acuto, aggiornato, aperto, capace di capire che questi prodotti sono solo all’apparenza “leggeri”, ma in fondo sono uno specchio sensibile della società.

 

Clorenzatonaniome nascono le vostre collane e le eroine dei vostri libri?
Le collane nascono per differenziare i prodotti più prettamente femminili da quelli per tutti; quelli legati alla moda da quelli di intrattenimento. Ciò che differenzia la “vie en rose” da quella “en noir” è la leggerezza dell’una rispetto al cinismo dell’altra, e – a livello grafico – l’uso del colore rispetto al bianco e nero. Le nostre eroine sono la rappresentazione iconica delle nostre amiche, delle nostre colleghe, delle nostre sorelle. E’ l’identificazione a livello generazionale il motore di questi lavori.

 

Come si combatte la crisi dell’editoria?
Il momento è delicato, per citare Ammaniti. Hop! pur essendo giovane e molto piccola è riuscita a farsi notare perché “identificabile” per qualità nelle scelte e coerenza.
Elementi importanti sono stati contenuti validi e attuali, immagine forte, e non da ultimo il packaging, è sì la confezione dei volumi, le copertine e tutto quanto ruota intorno al piacere di maneggiare un libro in versione cartacea. E poi una buona comunicazione, per noi fondamentalmente legata all’uso dei booktrailer, sempre originali e perfetti nel rendere il senso di un volume in un minuto di video. Il problema è che il mercato, ora molto rallentato negli acquisti, gira velocissimo a livello di proposte. Spesso la vita di un libro si esaurisce in pochi mesi, finché è “novità”. Ma un libro come “Joséphine” è davvero per sempre.
Bisogna quindi, pur rimanendo coerenti con il proprio credo, essere anche flessibili, sempre in movimento, per captare con originalità quello di cui il mercato, saturo di proposte, può ancora sentire la mancanza.

 

Quali sono le novità primavera/estate 2013 targate Hop edizioni?
Proprio per quanto appena detto, è necessario per noi abbracciare nuove linee: non vi sveliamo i prossimi titoli, ma vi annunciamo l’apertura di una e più collane di narrativa.
Il tema sarà la ricerca della felicità…che naturalmente non si trova mai. E se ironia ci sarà, sarà decisamente surreale e noir. Porteremo autori non ancora conosciuti in Italia e autori già confermati, biografie toccanti ed esperimenti di contaminazione testo/immagini, come già successo per “Lost in Austen”.
E poi nel 2014 partirà, per la parte illustrata/fumetti, una produzione tutta italiana, nei contenuti e nel disegno. Abbiamo in cantiere due lavori incredibilmente emozionanti.
Inoltre, come sua particolarità, la nostra casa editrice ha un rapporto splendido e in essere con i suoi autori, fatto che porta i progetti a non chiudersi con la pubblicazione di un volume: con Pénélope Bagieu abbiamo realizzato nel 2012 la vignetta settimanale per il giornale “Tu Style”, con Fifi Lapin abbiamo avviato una linea di merchandising, con Moderna de Pueblo e con Yatuu è in corso un’operazione nuova e bellissima: la traduzione dei loro blog in italiano.

 

Scegli tre libri da portare in vacanza…
Di Hop! direi tutto il catalogo, i nostri libri costano poco e sono leggeri …non influiscono sul peso dei nostri bagagli. E, inoltre, stiamo per commercializzare anche la versione e-book dei nostri libri, per cui davvero non ci sono scuse… Per il resto, amo letture un po’ “pesanti” ma con quel tocco di follia che caratterizzerà la nostra nuova linea narrativa, per cui dico: a fumetti “Fun home” di Alison Bechdel (Rizzoli), poi “Stupori e tremori” di Amélie Nothomb (Guanda) e sempre e per sempre “Lamento di Portnoy” di Philip Roth (Einaudi).

 

ChronicaLibri ha intervistato Alessandro Cortese, autore di “Eden” e “Ad Lucem”

edenAlessia Sità
ROMA – Come ho già detto qualche tempo fa, non sono una grande conoscitrice delle Sacre Scritture, ma devo ammettere che la lettura di “Eden” e “Ad Lucem”, i romanzi di Alessandro Cortese, editi da ArpaNethanno suscitato in me molta curiosità, tanto da persuadermi a rivedere con attenzione il passo della Genesi e non solo. La mia sete di conoscenza, però, non si è placata facilmente. Ecco perché ho sentito la necessità di rivolgere all’autore qualche domanda, per scoprire come comincia la sua esperienza narrativa e come nascono i suoi romanzi e i personaggi che li ‘popolano’.

La tua formazione in ambito scientifico – se non sbaglio sei laureato in Chimica – non ha ‘ostacolato’ la tua passione per la letteratura. Come ti sei approcciato alla scrittura?
Non ricordo un momento della mia vita in cui io non abbia avuto una percezione narrativa della realtà; osservavo le persone, vedendole come personaggi di una storia, e viceversa: leggevo e leggo molto, ma nella mia testa sentivo e sento le voci dei protagonisti in modo diverso. Che poi mi sia laureato in Chimica, suppongo abbia influito ma non come si potrebbe credere: la Scienza mi ha sicuramente aperto la mente, ma amo tutto lo scibile, e morendo avrò il rimpianto di non aver potuto studiare tutto. È vero, però, che i miei studi mi hanno fornito il metodo scientifico, ed applico questo quando mi approccio allo sviluppo dell’intreccio di un nuovo romanzo.
Nei tuoi due romanzi, “Eden” e “Ad Lucem”, hai reinterpretato coraggiosamente la ‘Storia della Creazione’. Cosa ha ispirato le tue opere e come hai deciso di dedicarti alla ricerca religiosa?
Come già detto, amo la Conoscenza più della Scienza: abbiamo il dovere di conoscere e, lungo la strada del sapere, separarsi dalla religione è impossibile. C’è un momento dove ci si immerge nella Scienza, per comprendere le maggiori dinamiche dell’Universo, ma essa viene spesso limitata dall’arroganza di sedicenti scienziati, professori o maestri. Sono costoro, in realtà, dei miopi, perché hanno la pretesa di spiegare qualsiasi cosa e, quindi, anche Dio. Io, da scienziato, so di non sapere e, in base a ciò, so di non poter spiegare molto, figuriamoci Dio! Tuttavia, non poterLo spiegare non significa non effettuare un tentativo di comprendere qualcosa in più su di Esso. Così mi sono spinto oltre la Scienza, com’è giusto fare, ma la mia ricerca non è solo religiosa: è ricerca e basta.
In “Eden” il lettore si sente molto vicino al dramma di Lucifero, che diventa la vera vittima di tutta la storia. Io, infatti, mi sono sentita attratta da questo personaggio, non solo per il suo carisma, emerso tra le righe del tuo romanzo, ma anche per il suo travagliato rapporto con gli altri angeli. Ma qual è il vero intento di Eden? Scardinare le credenze comuni o raccontare semplicemente una storia da un diverso punto di vista, senza altre pretese?
Entrambe le cose. Gli Gnostici, sulle credenze dei quali il mondo di Eden e Ad Lucem è ampiamente modellato, avevano una religiosità che, appunto, scardinava le credenze comuni. Un migliaio d’anni fa, per combattere questi disturbatori della quiete bastava l’inquisizione ed un bel rogo (gli Gnostici ispirarono le eresie dei Bogomili in Romania e dei Catari nel sud della Francia, entrambe spazzate via dalla furia della Chiesa. N.d.A.). Oggi non si può bruciare un autore per quel che dice, c’è una maggiore libertà d’azione e, riproponendo certe tesi, là dove non si riesca proprio a scardinare, si spera almeno di condurre il lettore ad un momento di riflessione; in quella riflessione, altri messaggi possono essere da me inseriti perché vengano ritrovati da chi mi legge. Al di là del pretesto religioso, c’è un evidente aspetto insurrezionalista nelle storie che racconto: istigando alla ribellione del singolo, spero sempre nella capacità di una buona novella a stimolare le altrui coscienze dalla loro stasi. Romanzi come La Fattoria degli Animali o 1984 di Orwell, racconti brevissimi come Mattino Bruno di Pavloff, o ancora Il Processo di Kafka, con me hanno funzionato esattamente così.

23991285_alessandro-cortese-eden-ad-lucem-da-roma-pescara-una-settimana-di-perdute-genti-0La ‘presunta storia d’amore’ che mi sembra di aver intravisto fra Eva e Lucifero, mi ha fatto giungere alla conclusione che tu abbia quasi voluto insinuare che il ‘seme del tradimento’ sia insito nella donna, sin dalle origini. E’ così?
Assolutamente no. Ho ben esposto nei miei seminari, tenuti durante le presentazioni di Eden e Ad Lucem, quanto importante sia la figura della donna in ogni mito e credenza. Nella Bibbia, Eva è controparte femminile di Dio, definita madre di tutti i viventi (Genesi: 3.20) e forza creatrice al pari di Yahweh. La nostra interpretazione della religione glissa decisamente su quest’aspetto, fa di Eva il capro espiatorio del peccato originale e nega il Culto della Madre privandoci, con esso, del nostro naturale legame con la Terra (rappresentata, appunto, dalla Donna). Cabalisticamente, la Terra è Malkuth, la base della nostra esistenza: qui siamo intrappolati perché schiavi della pulsioni carnali; ma, in quanto base, da Malkuth si innalza l’Albero Sefirotale della Conoscenza (l’Albero del Bene e del Male, N.d.A.): risalire l’Albero è l’unica strada per ricongiungerci al Tutto, cioè a Dio, ma negando il Culto della Madre, negando il nostro legame con la Terra (con Malkuth) e negando la forza divina, magica e creatrice di Eva, impediamo a noi stessi la risalita. La religione cattolica, come le altre grandi religioni monoteiste, tutte spesso portatrici di un messaggio terribilmente misogino, in quest’ottica non ci riavvicina a Dio ma ci allontana da Esso. In Eden e Ad Lucem, in entrambi i romanzi ma in modo diverso, il personaggio di Lucifero nasce attraverso il suo rapporto con Eva, ristabilendo in un certo qual modo quel legame madre/figlio che Eva ha con tutto il Creato.
In “Ad Lucem”, Lucifero si trasforma completamente in Satana, diventa un “dittatore”, l’emblema della “ribellione”. Cosa rappresenta per te l’Angelo della Luce?
Una forza furiosamente anarchica, incapace di scendere a compromessi. Non ha interesse nel potere, non ha interesse nell’amore, non ha interesse in ciò che non riguarda direttamente la Fine: è l’alfiere della distruzione ed il latore della rinascita, perché soltanto attraverso la morte si ha la resurrezione e la vita. Lucifero si fa portatore di un messaggio, chiedendo a chiunque di ricominciare da capo. È un leader, capace di farsi carico di responsabilità che nessuno vuol prendersi: crede ciecamente nella sua idea, così gli altri possono scegliere di ascoltarlo come un Profeta o accettarlo come Avversario (Satana, nel Corano Shaiṭān, vuol dire proprio Avversario). In questa cornice, il termine dittatore è decisamente appropriato: quando uno solo si fa carico del destino di tutti, è facile cadere nei totalitarismi.
Lillith ed Eva, scontro fra due archetipi femminili. Entrambe rappresentano il simbolo delle passioni carnali? In che cosa differiscono?
Non solo le passioni carnali ma, in modo più ampio, l’archetipo femminile racchiude pure la passione della carne. Nella mia narrativa, Eva è allegoricamente la donna spesso rinchiusa tra le mura domestiche: è madre, moglie e figlia, ruoli che le danno un enorme carico di responsabilità, in particolar modo avendo accanto Adamo che le usa violenza, ed un Padre/padrone che le impone delle scelte. È la donna sottomessa, perché crede che la via giusta da seguire sia l’ubbidienza ma, come abbiamo fin troppe volte sentito alla tv e letto sui giornali, quando chi ti sta accanto non ti ama, o ti ama in un modo malsano e malato, non ribellarsi vuol dire dare a costui la possibilità di osare di più, fino all’irreparabile. Lilith, al contrario, è la ribelle, quella pronta a rinnegare tutto e tutti, persino il Padre e il Paradiso, pur di rimanere fedele a sé stessa, alle proprie scelte, pur di mantenere integra la propria dignità d’individuo libero e pensante. Tuttavia, la sua forza non esclude la femminilità ma la esalta.
Qual è la differenza fra il legame Lucifero- Eva e Lucifero-Lillith?
Fondamentalmente nessuna: Lucifero ama entrambe allo stesso modo perché sono la stessa donna; o meglio, Eva e Lilith sono la stessa donna che, in momenti diversi, ha fatto scelte diverse. Quindi, Eva è Lilith, se piuttosto che accettare Adamo ed il diktat venuto dal Cielo avesse rifiutato l’uno e l’altro. Da questo punto di vista, mi è piaciuto seguire le vite delle due, andate avanti su binari paralleli, utilizzando l’espediente narrativo alla Sliding Doors. Narrativamente, l’interazione tra Lucifero ed Eva e tra Lucifero e Lilith permette di mettere in evidenza quanta differenza ci sia tra l’Angelo della Luce che i lettori hanno conosciuto in Eden, e quello che si appresta a diventare Imperator del Doloroso Regno: nel primo dei miei romanzi, Lucifero si lascia consapevolmente distruggere dall’amore; in Ad Lucem fa scelte differenti, perché il martirio, la caduta e l’Abisso lo hanno cambiato profondamente. Raccontare il Diavolo significa spiegare il Diavolo, e questa spiegazione necessita di Eva e di Lilith per essere completa.
Hai avuto qualche difficoltà durante la stesura dei due romanzi? Qualche dubbio su cosa e come raccontare la storia dell’eterno scontro fra Yahweh e Lucifero?
C’è sempre un momento in cui ti chiedi: “E adesso?” Ma proprio in quell’attimo capisco perché faccio lo scrittore: le storie mi meravigliano! Quando ciò che racconto sfugge al controllo razionale della mia penna, quando non so più cosa scrivere, è la storia stessa ad andare dove deve andare. La magia è quando, davanti ai miei occhi, scrivo senza sapere niente di tutto quello che succederà l’attimo dopo, la riga dopo, la pagina dopo. Così le mie storie meravigliano chi le legge, ma il primo ad esserne meravigliato sono io, e so di essere una persona molto fortunata, perché le storie continuano a cercarmi per farsi raccontare da me. Gli scrittori sono antenne: stanno semplicemente in ascolto senza inventarsi niente.
Qual è il tuo rapporto con la Religione?
Conflittuale, per quel che riguarda le religioni tradizionali (tutte le religioni). Sicuramente profondo e molto personale, se parliamo di religione in modo più ampio. Non ho mai creduto che basti una croce sopra un tetto per fare di una semplice casa “la casa di Dio”, e non ho mai creduto che ci siano uomini che parlino o scrivano per bocca o per mano di Dio; d’altro canto, potrei dire lo stesso del Diavolo.
Credo che, nel fare qualcosa di terribilmente sbagliato, sia più facile dare la colpa al Diavolo piuttosto che a noi stessi, ed è più facile peccare se la domenica seguente, andando a messa e confessandosi, il Signore Iddio ci perdonerà. Fin quando avremo un Dio che ci perdona ed un Demonio cui dare la colpa, quindi, non miglioreremo mai come razza umana, perché queste figure nel nostro immaginario collettivo sono funzionali al nostro opportunismo e ci de-responsabilizzano, fornendoci sempre delle ottime scuse per fare, non fare o fare in un modo piuttosto che in un altro. La religione, nella mia modesta visione delle cose, dovrebbe essere prima di tutto spiritualità personale, una costante sfida a migliorarci, per farci come Dio, per elevarci, ma è più semplice pensare al Signore come ad un buontempone con la barba bianca piuttosto che ad un modello cui anelare. Neanch’io sono bravo in questo, devo essere sincero, ma almeno evito di prendermi in giro, di prendere in giro e di farmi prendere in giro.
Hai nuovi progetti in cantiere?
Ho progetti per molti anni a venire! La mia collaborazione con Arpanet (editore di Eden e Ad Lucem) è più solida che mai, dopo il discreto successo di Eden e la pubblicazione di Ad Lucem il Dicembre scorso; con loro avrò il piacere di portare a termine la saga di Lucifero, se le condizioni soddisferanno sia me che l’editore. A Settembre, poi, sarò in libreria con il mio primo romanzo storico: Polimnia – La vera storia dei 300, in cui racconterò delle guerre persiane e, chiaramente, di Sparta e di re Leonida, sebbene il libro si concentrerà anche su molti altri aspetti di quell’evento, primo fra tutti la storia della Persia, da re Cambise a Dario il Grande, fino a Serse. Con Polimnia, ho il piacere, la fortuna e l’onore di poter lavorare con Saecula, editore vicentino che si occupa esclusivamente di storia (romanzo e saggistica), iniziando una collaborazione che sono certo durerà a lungo.


 

Dall’Inferno alle Termopili,
Alessandro Cortese

 

“Scongela l’arrosto”, Chronicalibri intervista Giovanni Battista Odone

Luigi Scarcelli
PARMA
– Passioni, famiglia, quotidiano e legami sono alcuni degli ingredienti di “Scongela l’arrosto”, il libro di Giovanni Battista Odone pubblicato da Lupo Editore. Dopo aver recensito il romanzo Chronicalibri ha intervistato l’autore per scoprire come comincia un’esperienza narrativa come “Scongela l’arrosto”.

 

“Scongela l’arrosto” è la tua prima esperienza narrativa; come è nato questo libro?

Il libro è nato da una mia proiezione nel futuro: ho immaginato come, subendo passivamente i più banali accidenti della vita, senza tener conto dei possibili accadimenti tragici, sarei potuto diventare a distanza di vent’anni. Un esercizio utile per riflettere sul proprio presente: giocare con l’ipotesi del proprio futuro.

 

Famiglia, umori, amori e cambiamenti: perché hai scelto questo tipo di storia?

Perché in un epoca in cui ci raccontano che siamo soli, individui persi alla ricerca di relazioni, dimentichiamo troppo facilmente che ciò che siamo e diventiamo discende ancora ed inevitabilmente dal nucleo famigliare in cui cresciamo: una microsocietà che ci segnerà per sempre, nei ricordi come nella personalità.

 

Ci sono momenti o persone della tua vita che hanno ispirato “Scongela l’arrosto”?

Guardando adesso al periodo in cui scrissi questo romanzo, posso dire che fu un momento di accelerazione della mia personale crescita. Devo ammettere che la vicenda narrata, misto di fantasia e realtà, è punteggiata di episodi, persone ed oggetti che restano nella mia memoria come compagni di viaggio.

Il tuo è un romanzo incentrato su alcune tematiche forti, tra queste la famiglia. Allora sorge quasi spontanea la domanda: secondo te la creazione di una famiglia è la fine della passione di una coppia o solo una fase di maturità che spesso viene gestita inconsapevolmente?

La famiglia è come tu decidi che sia. Diventa come tu vuoi che diventi. Certo, non tutti gli accadimenti della vita dipendono dalla tua volontà, ma il raccolto di domani dipenda dalla semina di oggi. Per chi decide di intraprendere un “viaggio nella famiglia” sarebbe fondamentale chiedersi se la semina che si vuole sia la fine della passione, una fase di maturità gestita inconsapevolmente, o qualcosa di più gioioso.

 

Giulio e Lara hanno due caratteri completamente diversi, i classici due opposti che si attraggono. Ma l’attrazione può durare?

L’attrazione è un crinale da percorrere godendo del panorama: di tanto in tanto si scivola giù. Ma è così avvincente risalire verso il crinale dell’attrazione per la donna che ami, che vale la fatica e lo sforzo tornare su. Per godere nuovamente, ancora una volta, del panorama.

 

Personaggio cruciale del libro è Sara, figlia di Lara e Giulio, che nel romanzo assume diversi ruoli. Come hai costruito questo personaggio e cosa rappresenta, è una semplice spettatrice, una complice o una vittima?

Sara era nata come un contorno: un’appendice della strana coppia di adulti. Solo successivamente è diventata voce narrante e punto di vista preponderante nella vicenda. Tragicamente si trova a scoprire il vero volto del padre, capendo come questo è uscito sconfitto dal rapporto con la donna della sua vita, senza nemmeno avere la forza di abbandonare la partita.

 

C’è un autore che pensi abbia influenzato il tuo modo di scrivere o a cui ti sei ispirato?

Come ho raccontato al mio Prof. Di Italiano dei tempi del Liceo, i toni del mio romanzo volevano essere ispirati da Raymond Carver, con la tragicità di gesti semplici o avvenimenti monotoni: ma la passione per il racconto della vita mi ha fatto aggiungere in diversi brani qualche colore in più.